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| Giovanni Paolo II, testimone e profeta della missione |
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Carissimi amici,
Carissime amiche,
mentre scrivo questo saluto, scorre ininterrotta la lunga fila di chi aspetta di entrare in San Pietro per l’ultimo saluto al Papa Giovanni Paolo II. Nel cuore di tutti s’intuisce un velo di tristezza, sul volto non manca spesso una lacrima. Mentre la liturgia della Chiesa celebra la Risurrezione di Gesù è però più facile trovare motivi di speranza e di vita. E così, pur con le lacrime agli occhi e la sofferenza nel cuore, proviamo a cercare la gioia e la festa che non possono mancare quando un amato pastore è accolto dal tenerissimo abbraccio del Padre. Oggi Giovanni Paolo II contempla il volto del Dio di misericordia nel quale ha fermamente creduto, nel pieno delle proprie forze come nei momenti fragili e difficili della malattia.
Aderenti e sostenitori delle Pontificie Opere Missionarie considerano una grazia quella del servizio alla missione universale della Chiesa, collaborando in modo particolare all’azione del Santo Padre. In questa circostanza sento perciò di esprimere i sentimenti di tutti nel dire perché ci sia più di un motivo di gratitudine per aver accompagnato l’opera evangelizzatrice di Giovanni Paolo II.
I viaggi apostolici. Sono stati ben 104, in 129 nazioni. Una delle attività più richiamate del pontificato di Giovanni Paolo II. Vero dono alla Chiesa e alla missione. Col tempo hanno convinto anche quanti nutrivano iniziali motivi di perplessità. In ventisei anni di pontificato, Giovanni Paolo II ha visitato tutti i continenti, accolto e ascoltato da milioni di persone, dagli umili come dai potenti, in paesi ricchi e più ancora in quelli poveri. In una realtà tanto complessa ha fatto percepire anche al più distratto dei fedeli quanto la Chiesa è universale, cattolica. Una verità che da professata è divenuta accessibile e riconosciuta nei volti concreti di persone e popoli.
Ogni occasione che favorisce alla Chiesa di riconoscersi universale, conferma il servizio alla missione incarnato dalle Pontificie Opere Missionarie. Ai responsabili dei diversi gruppi della nascente Opera per la Propagazione della Fede, riuniti a Lione il 3 maggio 1822, un giovane seminarista dichiarava: «Noi siamo cattolici e dobbiamo fondare qualcosa di cattolico, cioè di universale. Noi non dobbiamo aiutare questa o quella missione, ma tutte le missioni del mondo». L’infaticabile pellegrinaggio con cui Giovanni Paolo II ha concretamente esteso il suo servizio in tutte le Chiese, conferma alle Pontificie Opere Missionarie il carisma dello specifico servizio alla missione: l’universalità. Gli aderenti alle POM, sono lieti di aver sostenuto con la preghiera, il sacrificio e la cooperazione materiale l’infaticabile apostolato di Giovanni Paolo II. Lo considerano un dono e si dispongono a viverlo con rinnovata responsabilità.
Cristo centro della fede e dell’evangelizzazione. All’inizio del pontificato Giovanni Paolo II presentò il programma con un’invocazione mai più dimenticata: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Da quel momento si attenuò il richiamo a rendere cardine della fede e del concreto lavoro pastorale l’incontro, l’ascolto e la contemplazione di Gesù. Un impegno che ha portato a ricredersi anche quanti si mostrarono perplessi davanti alla M e il motto “Tutto tuo” riferiti a Maria nella sua insegna papale. Quanto in realtà nella sua pietà mariana egli sia stato “tutto” di Cristo si è colto soprattutto là dove poteva risultare pietra d’inciampo, a cominciare dal processo ecumenico. Nel dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni, di cui sono un ricordo indelebile gli incontri di preghiera per la pace ad Assisi, riconoscendo in Cristo l’unico Salvatore, Giovanni Paolo II ha contribuito grandemente ad un autentico spirito missionario. Lungi da uno stile passato (espansionistico, coloniale) ha saputo far emergere il valore universale del Cristo, nel quale trovano risposta le attese di vita di uomini e donne ad ogni latitudine, insieme al desiderio di sviluppo di popoli interi. Sospinte all’evangelizzazione, le Chiese particolari nei diversi continenti hanno saputo offrire nuova energia a tutta la Chiesa. Pur in differenti contesti, l’incontro con Gesù di Nazareth ha generato ovunque fraternità, comunione, perdono, esperienza di salvezza, per tutti e per ciascuno. Cooperazione e scambio tra le Chiese sono divenuti nomi nuovi per la missione.
Di questa rinnovata missionarietà hanno avuto modo di rallegrarsi anzitutto i missionari, provati quotidianamente da un relativismo che tende ad assimilare le religioni. Ma se ne è rafforzata anche la certezza che al Vangelo della carità occorre non far mancare la carità del Vangelo: il dono più grande di cui dispongono i cristiani. Ha così conosciuto nuova forza l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie, che nell’evangelizzazione hanno da sempre compreso il loro privilegiato campo di apostolato missionario.
L’uomo via dell’evangelizzazione. Fin dai giorni precedenti la sua morte si sono moltiplicati i commenti su Giovanni Paolo II come l’ uomo che non ha mai cessato di interrogarsi e confrontarsi con il mondo. Alcuni si sono fermati con enfasi alle “spallate” con cui avrebbe contribuito al crollo di quello che sembrava il più resistente fra i muri eretti sulla terra. In realtà nei lunghi anni del suo pontificato la capacità di penetrare a fondo nelle tragedie umane, personali e collettive, è stata forse la sua lezione più alta. Se tutto il mondo gli ha reso omaggio nel modo cui abbiamo assistito, è stato soprattutto per questo atteggiamento.
Con tutte le sue forze, per amore di Dio e amore dell’uomo, si rifiutò al concetto di lotta fra civiltà, difese i diritti dei palestinesi, entrò da fratello nelle sinagoghe e da adoratore del Dio unico nelle moschee, riuscì a rinsaldare i rapporti con i figli di Lutero, difese la vita fin dal suo concepimento, parlò contro la pena di morte, si caricò del passato della storia ecclesiale inginocchiandosi a chiedere perdono umilmente per le sue colpe. La sua fiducia nella vita fu esempio toccante di coraggio e di forza morale nella vecchiaia e nella malattia. Insegnò come si soffre e si muore da cristiani, non solo per sé ma soprattutto per gli altri. In tutto questo Giovanni Paolo II ha tracciato alla missione vie che non potranno che essere ulteriormente percorse e sviluppate.
Se l’uomo è la strada dell’evangelizzazione, impegnandosi a sostenere il suo desiderio di vita, le Pontificie Opere Missionarie non solo non tradiranno il proprio carisma ma lo rinnoveranno grazie ai diversi contesti in cui possono fecondemente operare. Attualità e futuro delle POM sono più che assicurati!
Qualcuno, se ha avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto, forse si meraviglierà che non abbia dato spazio ai tanti interventi missionari con cui Giovanni Paolo II ha arricchito la comunità ecclesiale. Come dimenticare gli stimolanti intuizioni missionarie di Encicliche, Messaggi, Esortazioni e Discorsi? Fra tutte fondamentale e lungimirante è la Redemptoris Missio. Esistono studi e contributi più che specializzati sul tema che ci interessa. Se qualcuno però dovesse dirci che nel suo insegnamento sulle Pontificie Opere Missionarie non si è discostato da quanto i Papi hanno sempre ribadito, è nella sua azione, fatta di testimonianza e profezia, che potremo invece cogliere qualcosa di originale e significativo. Ho provato a farlo con voi, sicuro che ne avreste avuto con me motivi di conforto e rinnovata disponibilità.
Grazie, Papa Giovanni Paolo II! C’è stato un momento in cui non sei più riuscito a parlare. Fin in quell’ultima sofferenza, perché carica di tutti i dolori del mondo, chiamavi una volta di più i fedeli a partecipare all’entusiasmante compito dell’evangelizzazione dei popoli. Siamo lieti, oggi più di ieri, di poterlo fare seguendo la traccia da te segnata, amando e sostenendo le Pontificie Opere Missionarie.
Don Giuseppe Andreozzi
Direttore Nazionale |
| Don Giuseppe Andreozzi (2005-05-02) |
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