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Si parte tutti anche i bambini, Francesco e Katia Righi in Bolivia e Perù
Da anni impegnata nel volontariato, una coppia di Verona si è prima trasferita nel Chaco, in una zona abitata dagli Indios Guarani. E ora è in Perù, per difendere i diritti dei cittadini nei confronti dello Stato.

Letizia non ha ancora un anno e già da qualche mese è partita per il Perù; la sua sorellina, Matilde, di anni ne ha due, ed è nata a La Paz, in Bolivia. i loro genitori sono Francesco Righi e Katia Bissoli, una coppia veronese da anni impegnata nella missione e nel volontariato internazionale.
Sono partiti con un progetto del MLAL (Movimento Laici per l'America Latina) nella zona dei Chaco, nei Sud-Est della Bolivia. È una zona abitata dagli Indios Guarani, di cui da 25 anni Padre Tarcisio Ciabatti difende i diritti: gli ìndios del Chaco, infatti, soffrono non solo per la povertà (un terzo di loro è privo di terra sufficiente per sfamarsi), ma anche per le difficoltà climatiche e l'isolamento dovuto alla mancanza di strade e mezzi di comunicazione. Dunque il Vicariato apostolico di Cuevo e Camiri e la Provincia Francescana di Bolivia hanno stipulato un accordo con il locale Ministero per la salute per un complesso progetto di tutela e sviluppo rivolto all'etnia Guarani.
All'interno di questo accordo si collocava il progetto
del MLAL: Francesco era inserito nei progetto "Diagnosi per guarire" che aveva l'obiettivo di migliorare la rete dei laboratori scientifici, Katia invece collaborava con i frati Francescani per l'apertura di un ufficio decentrato della organizzazione non governativa Asamblea Permanente de los Derechos Humanos. In un secondo momento ha cominciato ad occuparsi anche di disabili e di quell'enorme problema che sono le persone che non hanno documenti (in Bolivia il 60-70 della popolazione non risulta all'anagrafe e di conseguenza non ha accesso alla scuola, ai servizi sanitari e via dicendo).
Concluso il progetto in Bolivia, ora i Righi sono in Perù per un altro progetto del MLAL: si tratta di aprire a Tarapoto una sede decentrata della Defensoria del Pueblo, una istituzione pubblica che ha lo scopo di difendere i diritti dei cittadini nei confronti dello Stato.

All'inizio, forse, l'idea di partire è stata coltivata più da Katia che da Francesco, anche perché da tempo coltivava un senso di ribellione che la spingeva su queste strade: «Ho fatto studi di Giurisprudenza», racconta, «non perché volessi diventare avvocato, ma per aiutare chi aveva bisogno». Ma anche se è stata spinta a partire soprattutto da un desiderio di solidarietà, Katia in Bolivia ha iniziato un nuovo percorso spirituale: «Grazie ai missionari e grazie alla gente ho conosciuto una religiosità viva, concreta, calata nel quotidiano, che si incarna nei darsi agli altri». La fede così ha assunto un'importanza forse non prevista: «Ci ha aiutato nei momenti difficili, quando la povertà degli altri si faceva insopportabile, oppure quando la diversità culturale appariva insuperabile, e ti veniva voglia di scappare, o per lo meno ti sentivi profondamente a disagio». C'è, in loro, la speranza di aver dato testimonianza di cosa significhi vivere secondo i valori evangelici e l'orgoglio di aver contributo a far crescere la Chiesa lì in Bolivia: «Quella boliviana è una Chiesa diversa dalia nostra, perché è diversa la gente, che ha problemi di povertà, di trovare il cibo. Bisogni basilari che in Italia non conosciamo. E la Chiesa sta dalla parte dei poveri».
Comunque la decisione di partire per la Bolivia non è stata difficile, più difficile è stato decidere di ripartire, poi, per il Perù, perché nel frattempo erano nate le bambine e un po' pesava la responsabilità di decidere anche per loro. Ma alla fine hanno pensato che l'esperienza in Perù le aiuterà a crescere. È vero che i figli portano con sé un bisogno di Sicurezza e spingono a guardare al futuro: «Non so come faremo a cavarcela tra due anni, quando, finito il progetto in Perù, torneremo in Italia», si chiede Francesco. «Ma, durante la celebrazione del nostro matrimonio, abbiamo letto il brano di Luca che dice: "Guardate gli uccelli del cielo, non seminano e non mietono, non hanno dispensa ne granaio, eppure Dio li nutre..."».
È vero anche, per i Righi, che «avere con sé i figli non è un peso, anzi, è un bene per la famiglia stessa, che cresce e si rafforza. Là i ritmi dei lavoro non sono come i nostri, c'è tempo per stare assieme. E poi la famiglia è un punto di riferimento in sé: i figli ti obbligano a "centrarti", a rimanere in equilibrio».
Equilibrio necessario per chi vuole portare aiuto in una situazione difficile, anche se loro la parola aiuto non l'amano molto: «Si trascina dietro dei significati negativi», spiega Francesco. «Se io aiuto qualcuno vuol dire che sono più forte, perché ho più conoscenza o più denaro. Sicuramente noi li abbiamo aiutati da un punto di vista tecnico, ma loro hanno aiutato noi, ci hanno insegnato tante cose. Inoltre siamo andati lì con l'idea, più che di dare, di ridare: in fondo, se stanno molto peggio di noi, è perché il nostro benessere è, in qualche modo, il risultato dei loro malessere».
Paola Springhetti (2005-03-01)
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