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Cronaca di un Viaggio all’inferno
La Colombia tra disperazione e annuncio del Vangelo
Si scrive Ciudad Bolivar, si pronuncia inferno. Siamo nell’estrema periferia meridionale di Bogotà, otto milioni di abitanti. Al capolinea del Transmilenio (il sistema di autobus veloci che attraversa la capitale colombiana da Nord a Sud e da est a Ovest), prendo un bus scassato e rumoroso che si inerpica su una strada dove l’asfalto è via via sempre più slabbrato. In cima alla salita il colpo d’occhio sulla città è mozzafiato: la metropoli si dispiega lì sotto nella sua incredibile e contraddittoria vastità. Ma i grattacieli del centro e i palazzi eleganti della Zona nord da qui sembrano inaccessibili: mille pesos (30 centesimi di euro, tanto costa il biglietto del bus) sono infatti un lusso per pochi tra quanti abitano dalla parte opposta. Lo sguardo si posa su una distesa di case fatte di mattoni e lamiera, fili che si intrecciano ovunque, strade sterrate e piene di buche. Fognatura e acquedotto? Semplicemente inesistenti, l’acqua viene da serbatoi di plastica neri (dono di un’ong straniera) che alcuni fortunati hanno posizionato sul tetto.
E’ domenica mattina e, come fa da anni, padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, si inerpica fin quassù per dir Messa e visitare le famiglie. Piemontese d’origine, padre Testa ha prestato servizio per anni nell’Argentina della dittatura militare, finendo anche in carcere a motivo della sua coraggiosa testimonianza.
Per strada, mi mostra alcune inquietanti scritte sui muri: “Morte alle spie Auc”. Auc sta per Autodefensas unidas de Colombia ed è la sigla dei temibili paramilitari, un esercito “parallelo” messo su da fazenderos e allevatori per difendersi dalle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias), la più forte fazione della guerriglia colombiana. Tanti di coloro che si stabiliscono da queste parti (in tutta la capitale 70 mila l’anno) sono desplazados, costretti a lasciare le loro case perché minacciati dall’una o dall’altra delle fazioni armate. Spiega padre Gianfranco: “Molti si dirigono in città in cerca di un lavoro e di una vita un po’ tranquilla, ma non di rado vengono seguiti e spiati. La logica dei gruppi armati è semplice e brutale: chi non è con me è contro di me”. La neutralità non esiste. E così migliaia di persone che vorrebbero soltanto vivere in pace si trovano in mezzo a un conflitto che ha mietuto migliaia di vittime, nell’arco di ben 40 anni.
Mentre camminiamo si fa incontro Manuel, un adolescente con l’aria spavalda. “Padre, ho trovato lavoro”. Non è così, e più tardi padre Gianfranco mi spiegherà che Manuel è passato sotto l’ala dei paramilitari, avendone in cambio un tornaconto economico. Chissà quanti altri lo sono o lo stanno per diventare – ti viene spontaneo pensare - tra i giovani che giocano a biliardo nei bar fumosi, che pullulano qua e là in mezzo alle baracche…
Da queste parti la violenza è di casa: “Non molto tempo fa hanno accoltellato una persona a due passi da casa mia”, ricorda padre Testa. La “casa” del missionario sono due locali (una saletta e una camera da letto microscopica) arredati in spirito francescano. Un rifugio precario e tuttavia prezioso. “Sì, perché da quando salgo a dormire il sabato sera la gente ha preso più coraggio, vede la presenza del prete come un segnale di vicinanza e riacquista un poco di fiducia”. La famiglia vicina, ad esempio, ha cancellato le scritte delle Auc dal muro di casa.
La Messa viene celebrata in un cortile all’aperto e animata da due seminaristi della Consolata provenienti uno dall’Etiopia l’altro dall’Argentina; vi partecipano una cinquantina di persone, molti i ragazzi che cantano con grande partecipazione. Alla fine della celebrazione gli adulti si fermano a salutare il sacerdote e a confidare le loro quotidiane fatiche.
La presenza del prete e di una comunità cristiana che, per quanto povera di mezzi, ha una sua vitalità, è tutt’altro che trascurabile da queste parti. Dice infatti - in un contesto degradato come quello - che è possibile, a partire dal Vangelo, cercare alternative alla logica dell’odio. Padre Gianfranco insiste su questo, tanto nelle omelie della Messa, quanto nelle chiacchiere scambiate per strada. “Occorre purificare il cuore, rifiutare la violenza, scegliere con decisione la via del perdono e della riconciliazione”. E aggiunge: “E’ quanto anche la gente chiede con insistenza: tanti, la stragrande maggioranza, vogliono la pace”.
Mentre giriamo l’immenso quartiere, costeggiamo un campetto di calcio spelacchiato. “Una volta qui è scoppiata una rissa e c’è scappato il morto per una sciocchezza. La comunità cristiana ha promosso una veglia di preghiera per la vita; i bambini si sono scatenati a distribuire gli inviti, salivano perfino sugli autobus per sensibilizzare gli adulti…”. Piccole cose, si dirà. Ma quella contro la violenza è una lezione quotidiana che, col tempo, è destinata a scalfire i cuori.
Certo non è facile. C’è da combattere ingiustizie e squilibri, economici e sociali, a dir poco evidenti. Da qualche tempo il governo colombiano ha varato un piano per il reinserimento degli ex combattenti che lasciano la lotta armata. Ma il progetto è lungi dal dirsi realizzato. Il missionario ne sa qualcosa: “Padre, mi dicono talvolta i miei amici desplazados, prendiamo anche noi le armi, così quando le lasciamo rientriamo nella categoria dei reinsertados e otteniamo privilegi che oggi ci sono negati”.
Difficile condannarli, specie quando vedi da vicino come vive una famiglia di sfollati. E’ il caso della famiglia di Angel. Non era certo ricca, e tuttavia, prima d’essere desplazada dal Guaviare, godeva di una relativa serenità. “Papà era un raccoglitore di caffè – spiega il ragazzo - avevamo anche un piccolo pezzo di terra che ci dava il necessario per mangiare”. Ora invece, da qualche mese, “casa” è una baracca di lamiere e legno dove quando piove entra acqua in abbondanza. In mancanza di meglio, una moquette arancione è stata stesa sulla nuda terra. Angel parla con voce monocorde, gli occhi bassi, quasi che, a doversi vergognare della tragedia fosse lui e non invece i paramilitari che l’hanno fatto fuggire. Ma è questa la beffa che tocca in sorte ai desplazados: oltre a subire l’improvviso abbandono di ciò che di più caro avevano, finiscono per essere etichettati come pericolosi, perché finiti sul “libro nero” di una o dell’altra organizzazione che tiene in ostaggio il Paese.
Paradossi di un Paese, la Colombia, dove la testimonianza del Vangelo della pace si fa tanto più decisa e coraggiosa quanto più la voce delle armi e della violenza pretende d’essere l’unica.
di Gerolamo Fazzini (2005-01-13)
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