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Il Dialogo della Vita, L’esperienza di una famiglia in Turchia
a cura di Angelo Sceppacerca
Roberto, gabriella e Costanza, da quattro anni in Turchia, vivono quotidianamente in dialogo con i musulmani. Nel quartiere povero della città di Urfa la genete è immersa nelle difficoltà economiche…

Siamo una famiglia di tre persone: Roberto, Gabriella e Costanza. Nel mese di maggio 2004 abbiamo festeggiato i quattro anni della nostra presenza in terra di Turchia.
Tre anni e mezzo ad Urfa, una città del sud-est al confine siriano, abitata da arabi, turchi e curdi, e ora in un piccolo villaggio dell’est, ai confini con l’Iran.
Conoscevamo da molti anni questa nazione essendoci venuti la prima volta nel 1985, per vacanza. Da allora ogni anno ci eravamo ritornati, richiamati da un qualcosa di difficilmente definibile ma che per noi aveva un fascino tutto particolare: l’incontro con il mondo musulmano e con le minoranze cristiane, il contatto con le varie etnie che cercano di convivere in questo paese; la realtà dei bambini lavoratori e dei ragazzi di strada, e ancora: la povertà, la dignità della gente nella difficoltà sia economica che politica, la generosità, il profondo senso di ospitalità vissuto anche da chi non ha niente.
E’ in questa realtà che abbiamo cercato di vivere ciò che a noi sta particolarmente a cuore: il dialogo con i musulmani, nella vita di ogni giorno.
Ad Urfa abbiamo affittato una casa in un quartiere povero della città. In questo modo, abbiamo avuto la possibilità di condividere le speranze e le fatiche di questa gente, gli effetti non indifferenti di una crisi economica che per molto tempo ha reso problematici gli sforzi di molti dei nostri vicini nel tentativo di mandare a scuola i figli o anche semplicemente di mettere insieme qualcosa da mangiare.
Abbiamo cominciato a dare lezioni di inglese e di turco ai bambini e ai ragazzini che non potevano andare a scuola o che avevano bisogno di un sostegno scolastico, e questo ci ha permesso di entrare pian piano e con semplicità nel mondo di questi bambini e delle loro famiglie.
La nostra presenza nasce dal desiderio di vivere insieme a questa gente la vita di ogni giorno: noi, una famiglia cristiana, in mezzo alle altre famiglie musulmane. Senza troppe parole, senza l’intenzione di essere dei nuovi colonizzatori in forza della nostra cultura, religione o denaro, ma semplicemente condividendo, scoprendo e mostrando che si può vivere con i più poveri e con quelli che sono ‘diversi’ da noi e sentirli fratelli, nel momento in cui anche noi facciamo esperienza della nostra “povertà interiore”, povertà che ci rende tutti uguali, pur nelle differenze esistenti.
Vivendo con queste persone abbiamo preso coscienza che la Verità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si scopre insieme, un cammino che è necessario percorrere insieme, ciascuno con la propria identità e nella propria specificità. La differenza dell’altro è una ricchezza che ci aiuta a comprendere meglio ciò che noi siamo, la Bellezza e il mistero del progetto di Dio che ci ama tutti in un modo che è molto più grande del nostro cuore.
Nazim Hikmet, poeta figlio di questa terra, ha scritto queste parole nella sua ‘Lettera al figlio’: Prima di tutto l’uomo.
E’ proprio questo che abbiamo cercato di vivere qui con questa gente: condividere la nostra umanità di figli di Dio, scoprendo che i nostri desideri, speranze, paure, lacrime e sorrisi sono gli stessi dei musulmani che vivono accanto a noi. Condividere il mistero dell’incarnazione di Gesù che ha vissuto per servire e non per essere servito.
E’ così che abbiamo cercato di vivere con loro, come diceva S. Francesco ai suoi frati che vivevano con i saraceni: essere, nella semplicità e nell’umiltà più profonda del cuore, dei servitori di un umanità che soffre e spera, cercando di consolare, così come siamo stati consolati.
Don Helder Camara, vescovo brasiliano, ha detto che siamo noi, con la nostra vita e le nostre azioni, l’unico vangelo che molte persone leggeranno.
Cerchiamo allora di essere quella ‘edizione speciale’, dove la specialità è data dall’umiltà e dalla disponibilità all’amore.
Popoli e Missione (2004-11-01)
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