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“Nessuno ti dà i tuoi occhi…” , intervista al Cappellano Padre Mehari Habtay Ghebremedhin
LA COMUNITA’ ETIOPICO-ERITREA A ROMA, intervista al Cappellano Padre Mehari Habtay Ghebremedhin (di Chiara Anguissola)

La piccola comunità etiopico-eritrea in Italia, molto più numerosa in passato di quanto non lo sia oggi, ricorda i difficili anni della guerra e soffre della situazione di tensione e povertà che ancora impronta l'intera regione africana. Gli emigrati cercano strade di integrazione nel paese in cui, in alcuni casi, vivono già da molti anni.

Da vent'anni la Cappellania della Comunità cattolica etiopico-eritrea a Roma ha sede nella Chiesa di S.Tommaso in Parione nel centro della città barocca. La liturgia in rito copto alessandrino viene celebrata in lingua geez, ogni giovedì, alle ore 17,00 e ogni domenica mattina alle 10,30. “A differenza di quello latino, il nostro rito è molto ricco di momenti di contemplazione e di canti. I nostri tempi liturgici sono più lunghi, i contenuti, la lingua, lo stile differenti. Molto rilevanti sono i ruoli del sacerdote, del diacono e dei fedeli alla Messa. E’ la Chiesa intesa come unità e complementarietà”.
Il cappellano, Padre Mehari Habtay Ghebremedhin che appartiene all’ordine dei Cistercensi, spiega che i primi a rifugiarsi in Italia per sfuggire alla guerra sono stati gli Eritrei a partire dal 1965, soprattutto come domestici al seguito di famiglie italiane che rientravano dall'Africa. La guerra per l’indipendenza dall’Etiopia è durata 30 anni e continua ancora per la definizione dei confini. Le ondate di carestia e di siccità che hanno colpito quell'area negli scorsi anni, hanno avuto come conseguenza un aumento dei flussi di emigrati, poi gradualmente rientrati in patria. “Oggi a Roma le due comunità (eritrei ed etiopici) convivono in pace tra loro senza mischiare la politica con la fratellanza religiosa”.
Secondo il dossier statistico della Caritas-Migrantes ad oggi gli etiopi presenti in Italia sono 2418, mentre gli eritrei sono 1485. Nel complesso il numero delle presenze (a Roma) delle due nazionalità, è di 250 persone, con una prevalenza di eritrei. Comunità più numerose sono insediate in altre città italiane, in particolare a Milano.
Padre Mehari spiega che “Presso la nostra cappellania è previsto un centro d’ascolto che non è molto frequentato perché i nostri fedeli lavorano come domestici, specialmente le donne, e non hanno il tempo per riposare e pensare un poco a loro: corrono sempre!”.

Come è considerata l’Italia dalla vostra comunità?
“Avremmo voluto l’Italia più vicina alle nostre necessità, essendo stati una colonia per molti anni. La nostra gente continua a vivere in estrema miseria perché la guerriglia nonostante l’accordo di pace continua a portare dolore e morte. Noi speriamo che l’Italia ci aiuti a prendere una giusta strada di ricostruzione; ne sentiamo il bisogno".

Vi integrate facilmente in Italia?
“Secondo me l’integrazione è impossibile; forse possiamo parlare di assimilazione dei comportamenti. La nostra comunità, nonostante sia presente in Italia da più di trentanni e ci siano ragazzi nati qui e che ora frequentano l’università, vive con molte difficoltà la convivenza. L’esempio della Francia che riconosce piena cittadinanza all’immigrato che parla la lingua rende più facile l’integrazione. In Italia, anche se s’impara la lingua, si resta con la propria gente. Forse anche le nostre rigide tradizioni non facilitano l'inserimento. Un piccolo esempio: da noi quando si parla con una persona non ci si guarda negli occhi soprattutto tra donne e uomini; qui invece è un atto di buona educazione. Da noi le porte di casa e quelle delle camere sono sempre aperte, qui sono chiuse”.

C'è un sentimento di emarginazione tra i giovani?
"Anche se oggi il mondo è diventato piccolo e tutti fanno le stesse cose e all’apparenza sembriamo tutti uguali, di fatto non si è riusciti a superare in tutto la diversità di colore della pelle. Vedo ancora spesso nei vari gruppi scolastici, ragazzi di pelle scura in disparte, non coinvolti dai compagni. Nel nostro Paese la differenza di colore non è mai stata un problema perché viviamo storicamente da sempre con etnie o popolazioni di colori differenti".

Padre Mehari ci racconta una testimonianza di fede.
“L’Eritrea è terra di cristiani e musulmani. Ricordo come una donna Eritrea dopo aver vissuto dieci anni in Sudan, è arrivata in Italia e finalmente qui si è sentita a casa. Mi spiega, che ogni volta che entra in una Chiesa si ritrova come nella Chiesa del suo villaggio e quando partecipa alla liturgia, ricorda sempre la sua patria. Questa donna ha compreso che la Chiesa dovunque essa sia è la casa di ognuno”.

I giovani partecipano alla vita religiosa?
“Solitamente si. Abbiamo una cultura ricca di grandi tradizioni. C’è però nel nostro Paese un proverbio che dice che quando si chiama un uomo a testimoniare qualcosa ed egli non ha né cibo, né vestiti, né casa, non può testimoniare nulla perché non ha nulla. Questo per dire che in Italia arrivano tanti ragazzi e ragazze che, dopo aver attraversato il deserto del Sahara e il mare Mediterraneo non trovano né lavoro, né casa, né permesso di soggiorno. In queste condizioni, come possono testimoniare la fede?”

Qual’è il suo desiderio?
“Vorrei che gli italiani facessero delle politiche di investimenti nella nostra terra per permettere ai nostri giovani di imparare un lavoro e costruirsi una vera vita in pace e nella propria terra. Dice un altro proverbio: “I tuoi occhi e il tuo Paese non te li dà nessuno”. Infatti nel tuo Paese nessuno ti chiede perché sei fatto in un modo o nell'altro. Qui la gente invece si chiede perché sei diverso. S.Paolo dice che non bisogna mai stancarsi di parlare con la gente, spiegare e insegnare. Sarebbe importante poter entrare nelle classi dei bambini o dei ragazzi italiani a spiegare la nostra identità, le nostre tradizioni, il nostro modo di testimoniare i valori cristiani”.
Chiara Anguissola - Popoli e Missione (2004-10-24)
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