Al momento della prima invasione sovietica, il
17 settembre 1939, la Chiesa greco-cattolica ucraina aveva il
suo cuore nell'Arcieparchia di Lviv guidata dal grande Metropolita
Andrej Szeptickyj (1865-1944). Era una Chiesa vitale con 2.100
parrocchie, oltre 2.00 sacerdoti, tre seminari, un'accademia teologica
e circa 150 monasteri con oltre 1.100 religiosi. I sovietici furono
di una durezza inimmaginabile. In 22 mesi di occupazione la persecuzione
fu sistematicamente sanguinosa. Poi i sovietici furono costretti
a scappare sotto l'incalzare dei tedeschi. Nel marzo 1944 però
tornarono in Ucraina occidentale. Il 1 novembre 1944 morì
Szeptickyi. Prese il suo posto Jozef Slipyj. Nel marzo 1945 Stalin
prese la decisione di liquidare la Chiesa greco-cattolica. L'11
aprile vennero arrestati tutti i Vescovi greco-cattolici. In pratica
fu un massacro.
Dopo aver fallito nel tentativo di far passare i Vescovi greco-cattolici
ucraini all'ortodossia, obbligandoli con la forza a rinunciare
alla comunione con il Papa, le autorità sovietiche convocarono
un'assemblea di soli 216 sacerdoti, sotto la minaccia delle armi,
mentre l'intera gerarchia greco-cattolica si trovava in carcere
o in clandestinità. Il 9 e il 10 marzo 1946 si tenne il
cosiddetto "Sinodo di Lviv" nella Cattedrale cattolica
di san Giorgio. In quella occasione venne revocata l'Unione di
Brest, cioè il Sinodo con il quale la Chiesa greco-cattolica
era venuta alla comunione con la Chiesa di Roma nel 1596. Dunque
i sovietici, con metodi vergognosi, riunirono forzatamente i greco-cattolici
con gli ortodossi. Una decisione rimasta ovviamente solo sulla
carta. Un sopruso che non ha toccato il cuore dei greco-cattolici
disposti anche a morire pur di non rinnegare la loro fede e la
loro tradizione.
Il XX secolo è stata una tragedia, un'epoca di terrore
e di violenza inaudita che ha gravemente colpito la vita religiosa
in Ucraina. Si calcola che circa 17 milioni di persone abbiamo
subito una morte violenta nel Paese nel corso del secolo, addirittura
anche a causa di carestie provocate "ad arte" da Stalin.
La guerra alla religione era l'ideologia del regime comunista.
Gli edifici ecclesiastici vennero distrutti, bruciati, profanati.
Sacerdoti e fedeli vennero arrestati, deportati, fucilati, messi
ai margini della vita sociale. Le comunità ecclesiali costrette
alla clandestinità. Tutto questo è stato ordito
contro un popolo cristiano. La tradizione vuole che in Ucraina
il Vangelo sia stato portato dall'Apostolo Andrea. Nell'anno 988
il principe Volodymyr ricevette il Battesimo: Kyiv è la
"culla" del cristianesimo degli slavi. I comunisti ucraini
perciò sono andati contro la propria storia, contro il
"dna" della loro gente.
L'eliminazione delle Chiese greco-cattoliche rispondeva all'esigenza
di un controllo più stretto su popolazioni la cui adesione
all'Urss era dubbia, come appunto in Ucraina occidentale appartenuta
alla Polonia e all'Austria-Ungheria. L'obiettivo prioritario dei
sovietici non era solo distruggere la religione, ma anche colpire
la Chiesa cattolica per rafforzare, di conseguenza, i legami delle
popolazioni con Mosca. Per questo i greco-cattolici furono, a
forza, incorporati nell'ortodossia, anche se l'ateizzazione della
società restava il traguardo finale del potere. I Vescovi
e i cristiani greco-cattolici subirono una persecuzione vergognosa.
Ma neppure sotto pressioni violente ruppero l'unità con
il Papa. Eppure per gli ecclesiastici che avessero accettato di
separarsi da Roma si sarebbe aperta la possibilità di occupare
posti di rilievo in Ucraina nell'ambito della Chiesa ortodossa.
Josyf Slipyj (1892-1984) è certamente la figura più
conosciuta della persecuzione contro la Chiesa greco-cattolica
in Ucraina. Succedette nel 1944, a Lviv, al grande Metropolita
Andrej Septyckyj, personalità di altissimo spessore, vero
"padre" dei martiri. L'11 aprile 1945 Slipyj venne arrestato
dai sovietici. Processato, venne condannato ma resistette alle
pressioni che volevano farlo separare da Roma. Ha vissuto per
diciotto anni nei gulag in condizioni durissime, offrendo una
testimonianza di fede impressionante. La sua vicenda però
non è mai stata dimenticata. Grazie all'intervento personale
di Papa Giovanni XXIII presso Nikita Kruscev, l'eroico Pastore
venne liberato all'inizio del 1963. Cominciò un'instancabile
opera tra gli ucraini in tutto il mondo. Paolo VI lo ha creato
Cardinale nel 1965. Oggi è sepolto nella "sua"
Cattedrale di san Giorgio a Lviv. "Per aspera ad astra"
era il suo motto.
Nel 1996 la Chiesa greco-cattolica in Ucraina ha celebrato il
quarto centenario dell'Unione tra i Vescovi della Metropolia della
Rus' di Kyiv e la Sede Apostolica. L'Unione fu ufficialmente attuata
nell'incontro dei Rappresentanti della Metropolia di Kyiv con
il Papa, che ebbe luogo il 23 dicembre 1595, e venne solennemente
proclamata a Brest-Litovsk il 16 ottobre 1596. È un evento
di enorme rilevanza storica ed ecclesiale. Giovanni Paolo II lo
ha voluto ricordare, nel 1996 appunto, con solenni celebrazioni.
L'Unione di Brest è la prova concreta, storica, della possibilità
di giungere ad una unità nella fede di tutti i cristiani.
Le Chiese orientali possono arrecare un fondamentale contributo
alla causa dell'ecumenismo, esse sono come un "ponte"
che per sua natura ha la vocazione di unire. La diversità
di riti non significa infatti diversità di fede.
Giovanni Paolo II ha compiuto il tanto atteso pellegrinaggio
in Ucraina dal 23 al 27 giugno 2001 toccando le città di
Kyiv e di Lviv. Una precisazione storica. Egli non è stato
il primo Papa a recarsi in Ucraina. È il primo che ci è
andato come pellegrino e non in catene. Nei primi secoli, infatti,
i Papi san Clemente e san Martino sono stati deportati in Crimea,
"la Siberia dell'impero", e vi hanno trovato il martirio.
Clemente, romano, terzo Successore di Pietro, morì nell'anno
99. Parte delle sue reliquie vennero traslate a Roma dai santi
Cirillo e Metodio e nel 1969 Paolo VI le consegnò all'eroico
Cardinale greco-cattolico Josyf Slipyj. Il secondo, Martino, originario
di Todi, morì nel 655. La storia ci dice che in Crimea,
oggi parte dell'Ucraina, i due Pontefici incontrarono già
comunità cristiane.
Molti testimoni di quanto è accaduto in Ucraina sono ancora
vivi. Nessuno può smentirli e le loro parole aiutano a
non perdere la doverosa memoria. È un'esperienza che scuote,
che provoca, che commuove e che interpella senza sconti constatare
che nel giorno della beatificazione a Lviv, quel 27 giugno 2001,
davanti al Papa c'era un numero altissimo di persone il cui volto
poteva essere sicuramente ritratto in una delle icone dipinte
per i nuovi beati. E fa pensare il fatto che, anagraficamente,
anche alcuni beati avrebbero potuto accogliere il Papa a Lviv
se la follia della persecuzione non li avesse uccisi. E, comunque,
c'erano i loro familiari, i loro confratelli, le loro consorelle,
i loro amici. C'erano quanti sono sopravvissuti alla vergogna
della persecuzione comunista. I loro volti sono storia e sono
reliquie. Non chiedono vendetta, ma giustizia e verità
per costruire un futuro di pace e di riconciliazione.
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