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L'annessione all'Unione Sovietica dei tre Paesi baltici - Lituania, Lettonia ed Estonia - rientrava negli accordi Ribbentrop-Molotov. Nel giugno 1940 arrivò l'Armata rossa. I Nunzi Apostolici, presto espulsi, riferirono drammaticamente al Papa e cercarono di fare il possibile per salvare il salvabile in quelle disperate condizioni. I cattolici in Lituania erano l'87 per cento e in Lettonia uno su quattro. Le persecuzioni andarono crescendo. La fede cattolica doveva essere combattuta perché - secondo il regime sovietico - era troppo radicata nei popoli baltici, e soprattutto tra i lituani, tanto da coincidere con il sentimento di libertà e di indipendenza nazionale. La Chiesa era per loro naturalmente "contro" il progetto sovietico. I valori erano opposti. Dunque ogni metodo era buono per cancellare la storia cristiana, fondata su radici salde, della gente della Lituania e del Baltico.

Nei Paesi Baltici con l'Armata Rossa arrivò puntuale la repressione religiosa. Durante la prima occupazione sovietica, il 27 giugno 1941, il Vescovo gesuita Eduard Profittlich, Amministratore apostolico per l'Estonia, venne arrestato. Aveva scelto di restare al proprio posto nonostante l'arrivo dei sovietici perché convinto, si legge in una lettera ai familiari, "che il Pastore debba restare con il suo gregge e condividere la gioia e la sofferenza. Io devo dire che la decisione è costata qualche settimana di preparazione, ma che poi l'ho presa non con paura e timore, ma addirittura con grande gioia". Fino ai primi anni Novanta non era stato possibile avere notizie sulla sorte di questo Vescovo e solo con l'apertura degli archivi sovietici si è venuti a conoscenza della sua morte avvenuta nella prigione di Kirov il 22 febbraio 1942. È solo una delle tante storie di martirio.

Il 15 giugno 1940 l'esercito sovietico ha invaso la Lituania e ha posto fine all'indipendenza del Paese proclamata nel 1918. Subito l'azione repressiva fu diretta in modo particolarmente mirato contro i contadini e contro la Chiesa. Con il decreto del 25 giugno 1940 la legislazione sovietica in materia religiosa venne estesa alla Lituania. Furono confiscate le proprietà della Chiesa e chiusi i 73 monasteri e gli 85 conventi esistenti. Dei quattro seminari aperti venne lasciato in funzione solo quello di Kaunas. La stampa cattolica venne soppressa. Nel giugno 1941 si verificarono deportazioni in massa verso la Siberia e il Kazakhstan, le cosiddette "terre dei lager". La strage dei Vescovi e dei sacerdoti fu impressionante. Circa 200 mila lituani furono deportati e dopo la morte di Stalin solo 35 mila rientrarono in patria. Un'intera Nazione venne schiacciata sotto il tacco dello stivale sovietico.

Tra il 1944 e il 1953 un terzo del clero cattolico lituano è morto in catene. Dopo un periodo di calma succeduto alla scomparsa di Stalin, nel 1957 riprese la persecuzione sistematica. Il cattolicesimo in Lituania andava combattuto perché era un ostacolo alla sovietizzazione del Paese. Un anziano prete lituano, Mons. Jonas Usila, disse ad un funzionario comunista: "Le canne oscilleranno, si piegheranno, ma le querce resisteranno, ne genereranno altre ancora più robuste". Parole profetiche. È con questo indomito spirito che i sacerdoti più anziani hanno formato i sacerdoti più giovani nella clandestinità, con l'esempio personale piuttosto che con i libri. Non sono mai mancate le vocazioni al sacerdozio nonostante che fosse una scelta che comportava rischi e sacrifici evidenti. Gli stessi sovietici hanno poi ammesso di essersi resi conto che sarebbe stato impossibile cancellare la presenza della Chiesa cattolica in Lituania.

Col passare del tempo notizie sempre più tristi arrivavano in Occidente dalla Lituania. L'Unione Sovietica intensificava la sua campagna per la russificazione dei Baltici e l'ostacolo maggiore era costituito sempre dai cattolici, in prima linea anche nel mondo intellettuale e culturale. L'obiettivo era quello di annullare la tradizione di quei popoli per poterli soggiogare completamente. La fede cattolica era il cemento del popolo lituano e dunque il nemico "numero uno" per i sovietici. La crescente tensione portò alla fine anche all'arresto dei Vescovi Sladkevicius e Steponavicius. Quest'ultimo - che dopo il crollo dell'Unione Sovietica divenne Arcivescovo di Vilnius - venne arrestato nel 1961 e mandato al confino senza nessuna spiegazione. Vi rimase per ventisette anni. La stretta dei freni si faceva sentire anche nei confronti della Chiesa ortodossa lituana.

Il Cardinale Julijans Vaivods, morto nel 1990, è uno dei grani padri della Chiesa che è in Lettonia. Nato nel 1895 venne ordinato sacerdote a San Pietroburgo nel 1918 dal Vescovo, poi perseguitati, Cieplak. Rimase sempre accanto alla sua gente nonostante le bufere della guerra e della persecuzione sovietica. Nel 1958, al tempo di Nikita Kruscev, venne arrestato e condannato al lager. In realtà rimase in catene per poco tempo. Venne liberato nel 1960 in gravissime condizioni di salute tanto che gli aguzzini si aspettavano la sua morte da un momento all'altro. Invece sii riprese e potè anche partecipare alla terza e alla quarta sessione del Concilio. Le condizioni fisiche non gli anni mai impedito di guidare, con determinazione, i cattolici lettoni. Nel Concistoro del 1983 Giovanni Paolo II lo ha creato Cardinale. È morto all'età di 95 anni.

Boleslao Sloskans, lettone, è nato nel 1893 ed è stato ordinato sacerdote a San Pietroburgo nel 1917 dall'eroico Vescovo Cieplak. Venne ordinato a sua volta Vescovo il 10 maggio 1926, in clandestinità, nella chiesa di san Luigi dei Francesi a Mosca dal Vescovo d'Herbigny. Si occupò della diocesi di Minsk svolgendo una intensa azione pastorale. Nel 1927 venne arrestato e conobbe immani traversie nelle carceri e nei gulag. Venne liberato nel 1933. Pio XI lo accolse a Roma a braccia aperte. Tornò in Lettonia, ma poi dovette andare all'estero. È morto nel 1981 all'età di 88 anni. Pastori intrepidi come Sloskans hanno svolto un ruolo di primissimo piano all'inizio della tragedia dell'Unione Sovietica. Con il loro esempio hanno saputo infondere coraggio e indicare la strada da percorrere in attesa della fine della persecuzione.

Come alberi piantati ormai solidamente sul dolce pendio del colle, le croci di legno, piccole e grandi, svettano sicure e finalmente indisturbate. Nessuna ruspa verrà più ad abbatterle, nessuna mente penserà più ad annientarle. La vicenda della Collina delle Croci, il "Golgota lituano", è una eloquente parabola da cui traspare una verità valida per tutto il mondo: non si può cancellare Cristo dal cuore dell'uomo. A che è servito estirpare tante croci (cinquemila, una volta, in un solo giorno) con ostinata crudeltà nei confronti di chi le aveva piantate? Di notte i cattolici lituani le ripiantavano di nuove. Oggi continuano a farlo nella memoria dei perseguitati uccisi e nel ringraziamento per la fine dell'incubo sovietico. Hanno escluso la Collina dalle carte geografiche ma non hanno potuto eliminarla mai dal cuore del popolo. Anzi la protervia e l'arroganza l'hanno fatta diventare un simbolo indistruttibile.


È davvero impressionante l'elenco dei cristiani uccisi e perseguitati dai sovietici in Lituania. Tra i Vescovi sono ancora oggi particolarmente ricordati Mons. Vincentas Borisevicius, Vescovo di Telsia, ucciso nel 1946 dopo lunghi interrogatori e torture; Mons. Teofilus Matulionis, Arcivescovo di Kaisiadorys, la cui esistenza fu un faticoso calvario di restrizioni e di sofferenze sino alla morte sopraggiunta nel 1962; Mons. Mecislovas Reinys, Arcivescovo di Vilnius, arrestato nel 1947 e morto in carcere a Vladimir nel 1953. Sono solo tre nomi anche se la loro storia è particolarmente eloquente. Sono tre vittime di un sistema dove si condannavano gli innocenti. In Lituania ha infuriato un terribile regime improntato alla violenza totalitaria che calpestava ed umiliava l'uomo. Qualcuno ha definito il sistema dell'Urss una "fabbrica di martiri".

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