La storia dell'Albania è quella di un modello
radicale di comunismo che ha completamente distrutto l'uomo e
il sistema economico nazionale. La ristrettezza del Paese, i suoi
scarsi contatti con l'esterno, il nazionalismo, hanno consentito
al dittatore Enver Hoxha di costruire una società comunista
integrale, quasi un laboratorio di sperimentazione collettivista.
Hoxha ha incarnato un messianismo nazionalcomunista che ha impregnato
la vita albanese per oltre quarant'anni. Il controllo su tutte
le manifestazioni di vita è stato fortissimo, crudele.
Si pensi che all'inizio degli anni Ottanta c'erano circa quarantamila
persone detenute nei campi di concentramento, quasi l'1,5 per
cento della popolazione. Le conseguenze di questa follia sono
ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Generazioni di albanesi
sono cresciuti nel terrore più spietato, in un sistema
che ha messo uno contro l'altro.
L'Albania ha raggiunto un livello di repressione probabilmente
ignoto agli altri regimi comunisti proprio sulle questioni religiose.
In Albania la vita religiosa è stata sottoposta a durissime
pressioni fino alla realizzazione dell'ateismo "ufficiale"
con il divieto, proclamato nel 1967, di ogni manifestazione di
culto. I gerarchi del partito comunista si compiacevano di affermare
che l'Albania fosse divenuto "il primo Stato ateo del mondo".
Nella costituzione, approvata nel 1976, si legge: "Lo Stato
non riconosce alcuna religione e appoggia e svolge la propaganda
ateista al fine di radicare negli uomini la concezione materialistico-scientifica
del mondo". Eliminando Dio dalla storia, per decreto oltretutto,
quei dittatori hanno compiuto un atto gravissimo contro il loro
popolo. Lo dimostrano le conseguenze che gli albanesi stanno pagando
anche dopo il crollo del regime.
Il cosiddetto "bando di Dio" dalla società albanese,
avvenuto nel 1967, fu l'esito finale di una lunga e feroce persecuzione
antireligiosa che a partire dal 1945 ha colpito i cattolici insieme
con gli ortodossi e i musulmani. L'11 gennaio 1946 l'atto di proclamazione
della repubblica popolare dichiarava la separazione della Chiesa
dallo Stato, come in Unione Sovietica all'indomani della rivoluzione
del 1917. Il cattolicesimo aveva dato un'impronta decisiva all'identità
nazionale. L'opera di liquidazione della Chiesa è stata
impressionante. I comunisti albanesi, con sistemi sbrigativi,
hanno letteralmente massacrato e distrutto tutti e tutto. I Pastori
sono stati colpiti con violenze inaudite. Tutte le chiese sono
state distrutte, chiuse o adibite ad altri usi, persino palazzi
dello sport. Al comunismo sono sopravvissuti trenta preti che
hanno conosciuto tutti la detenzione.
L'Albania comunista era diventata, per i cristiani e anche per
tutti gli abitanti, come un grande campo di concentramento dove
la vita personale si svolgeva sotto ferree regole e un controllo
inflessibile. Nel segreto della vita familiare continuava qualche
tradizione religiosa, ma sempre nel pericolo perché il
regime esercitava un forte controllo. I figli, specie nelle scuole,
erano invitati a denunciare le attività "antisocialiste"
e religiose dei propri familiari. La persecuzione così
violenta è durata molto più a lungo che negli altri
Paesi comunisti, praticamente sino alla fine del regime. Rappresenta
forze il capitolo più paradossale e atroce di tutta la
politica antireligiosa dei regimi comunisti nell'Est europeo.
In Albania la ferocia si è unita con una ottusità
culturale particolarmente impressionante dando vita così
ad una repressione implacabile.
Un elemento grottesco, ma di inquietante simbologia per l'Albania,
sono ancora adesso gli orridi "bunker" che dominano
il paesaggio in tutto il Paese. Sono piccole fortificazioni di
cemento delle quali emerge nei campi e nei prati solo un pezzo
di superficie emisferica con due feritoie. Pare che nessuno abbia
mai contato questi "bunker" con precisione, ma ce ne
sono - dicono - oltre un milione. Sono i monumenti di un regime
che, nella sua ossessionante pretesa di minacciare tutto e tutti,
ha seminato il terrore a piene mani insegnando solo ad odiare.
Dentro i "bunker" i soldati dovevano sparare contro
chissà quale invasore. Ovviamente non sono mai stati usati
e tutto quel cemento poteva essere destinato ad opere sociali
certo più utili. Oggi nei "bunker" più
grandi, quelli allestiti per i carri armati, la gente si ritrova
per la Santa Messa. È la rivincita della storia.
Nonostante il velo di morte steso in tutta l'Albania non si è
mai spenta la luce accesa dalla donna albanese più famosa:
Madre Teresa (1910-1997). Se questa esile religiosa ha indissolubilmente
legato il suo nome alla città indiana di Calcutta è
vero che è nata a Skopjie e non ha mai dimenticato le sue
radici albanesi. Il regime comunista le ha però sempre
impedito di tornare a casa per riabbracciare la mamma e la sorella.
Madre Teresa, nel 1993, ha avuto la grazia di accompagnare Giovanni
Paolo II che, nel suo pellegrinaggio in Albania, ha ricostituito
la gerarchia albanese falcidiata dalla persecuzione. Per la sua
gente Madre Teresa è stata sempre un grande segno di speranza
e un incoraggiamento a resistere. Tutti - non soltanto i cattolici
- riconoscono in lei la "bandiera" che ha continuato
a sventolare anche negli anni bui della tragedia comunista.
Anton Luli (morto nel 1998) e Mikel Koliqi (morto nel 1997) sono
le due figure di sacerdoti cattolici albanesi perseguitati più
conosciute. L'elenco, in realtà, sarebbe lunghissimo perché
tutti i presbiteri, nessuno escluso, hanno conosciuto il carcere
e solo pochi sono sopravvissuti. Luli e Koliqi hanno potuto assistere
al crollo del regime comunista e testimoniarne la ferocia. Il
primo, gesuita, era già stato dato per morto tanto che
qualcuno aveva persino pensato di avviare il processo di canonizzazione.
Quando ebbe la possibilità di tornare libero, nel 1989,
Padre Luli riprese la sua attività di sacerdote con vigore.
"Mi sono preparato nella preghiera nei miei 42 anni di carcere"
diceva sorridendo. Koliqi è stato creato Cardinale da Giovanni
Paolo II nel 1994. "E' un segno di amore del Papa per tutta
l'Albania e ha scelto me non per i miei meriti, ma perché
gli altri confratelli sono morti tutti" confidava.
Nel clero e nel laicato cattolico il regime comunista vedeva
due categorie di oppositori e certamente a questa ferocia non
fu estranea la constatazione che il mondo cattolico era culturalmente
e intellettualmente molto elevato. Non è un caso che tra
i più grandi letterati del Paesi ci sono, da sempre, numerosissimi
sacerdoti. Colpire la Chiesa cattolica significava dunque anche
annullare la tradizione per far posto alla "nuova ideologia".
Con rabbia vennero annientati i centri di istruzione. Stando alle
notizie raccolte dai gesuiti, in questa "rete" di martiri
sarebbero caduti in Albania 5 Vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi
francescani, 13 gesuiti, 10 seminaristi e 8 suore. L'elenco non
è completo e mancano, oltretutto, i laici. Tante altre
persone consacrate sono state duramente perseguitate ma non uccise,
come, ad esempio, Padre Giacomo Gardin, Padre Gjergi Vata e il
Vescovo Frano Illia.
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