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XIII Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri
DOSSIER FIDES - 24 marzo 2005
DOSSIER FIDES
24 marzo 2005

1.- I Missionari Martiri del XX sec. Beatificati o Canonizzati da Giovanni Paolo II
2.- Biografie
3.- Martiri del XX secolo: Elenco delle Beatificazioni e Canonizzazioni
4.- “Pane spezzato per i fratelli”: XIII giornata di preghiera e digiuno per i Missionari Martiri
5.- Le indicazioni del Movimento Giovanile Missionario per celebrare la Giornata
6.- Elenco di quanti impegnati nel lavoro missionario sono stati uccisi nell’anno 2004
7.- Quadro Riassuntivo dell’anno 2004
8.- Testimonianze
9.- Il ricordo dei Missionari uccisi nei diversi Paesi del mondo
10.- Scarica il dossier completo (250 kb)

TESTIMONIANZE
Fratel Ignacio Garcia Alonso, ucciso in Burkina Faso il 6 febbraio

“La scomparsa di un Fratello è sempre dolorosa ma le circostanze che hanno accompagnato la morte di Fratel Ignacio la rendono ancor più dolorosa.” Così scriveva il Superiore generale dei Fratelli delle Scuole Cristiane, Alvaro Rodriguez Echevarria, al Superiore regionale dell’Africa occidentale per esprimere le condoglianze per la tragica morte di Fratel Ignacio Garcia Alonso, ucciso a colpi di machete nel suo ufficio di Direttore del Collegio che i Fratelli delle Scuole Cristiane hanno a Bobo Dioulasso, in Burkina Faso, da una o più persone. Il grave episodio è avvenuto il 6 febbraio.
“Ho avuto la grazia di vivere un anno, durante il Noviziato, con fratel Ignacio – prosegue la lettera del Superiore generale -. Fin dalla sua giovane età manifestava grandi ideali e convinzioni profonde. Per me fu una gioia incontrarlo di nuovo a Roma, dopo lunghi anni, durante il corso di aggiornamento nel 1997. Come aveva sempre fatto nella sua vita, si donava senza riserve e con entusiasmo a questo programma di rinnovamento. L’ho potuto incontrare per l’ultima volta durante la mia visita al Distretto dell’Africa occidentale nel 2001. Era allora l’Economo del Distretto. Ho avuto la possibilità di parlare con lui personalmente in questa circostanza, e due cose mi hanno fortemente colpito: da un lato la sua profonda spiritualità, la semplicità con cui parlava di Dio e la sua relazione personale con Lui, d’altro lato il suo impegno per vedere realizzati due progetti del Distretto a favore dei più poveri: la Scuola primaria di Ouagadougou ed il Progetto agricolo Clima. Mi sembra che queste due priorità, Dio e i poveri, riassumano il meglio dello spirito lasalliano. Rendo grazie a Dio con voi per la testimonianza umile e fedele del nostro caro confratello Ignacio. Sono sicuro che la sua testimonianza missionaria ci aiuterà a vivere la nostra consacrazione a Dio in comunità e il nostro servizio verso quanti hanno bisogno di noi, con rinnovata autenticità”.
Alla Messa per la sua sepoltura alla parrocchia di Tounouma, il 10 febbraio 2004, fratel Sylvain Consimbo, ricordò fratel Ignacio con un lungo discorso, di cui riportiamo di seguito alcuni passi salienti. “Fratel Ignacio, la parola di Dio ti ha veramente bruciato come un fuoco, e tu ti sei lasciato consumare lungo gli anni al servizio dei giovani, fino ad oggi, quando tutto si è compiuto. Non si può parlare di Venerdì Santo, sarebbe presuntuoso, ma tuttavia c’è una somiglianza. ‘Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi… Ricordate la parola che io vi dissi: Non c’è servo più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi’ (Gv 15, 18-21)’. Grazie fratel Ignacio perché ci aiuti a comprendere meglio la parola di Dio e soprattutto a comprendere meglio la vita e la morte del Servo sofferente, Gesù Cristo nostro Signore. Per la mano di colui che ti ha ucciso, queste parole si sono realizzate in te, facendoti assomigliare, anche se in maniera imperfetta, al tuo Signore. Che possa accordarti di somigliare a Lui nella sua Risurrezione! A noi, che siamo ancora in cammino e viviamo nella sofferenza, ci sia donata la grazia e la forza di amare, di non dimenticare l’amore per Dio e per il nostro prossimo!… Diciamo sì a Dio in questa prova, diciamo sì a Dio ogni giorno, diciamo sì a Dio per tutta la nostra vita. Questo sì fratel Ignacio lo ha detto nella sua giovinezza, quando ha voluto mettersi a servizio dei bambini e dei giovani e più tardi della missione. Nella sua vita religiosa, non ha cessato mai di dire sì al Signore, attraverso gli avvenimenti e le persone incontrate. Un sì intaccato forse da dubbi, da esitazioni ma un sì sincero, che ha preso tutto il suo cuore, la sua intelligenza, le sue forze, la sua volontà, il suo entusiasmo e la sua vivacità… Un sì che è diventato risposta all’amore primo e gratuito di Dio”. (S.L.)

Padre LUCIANO FULVI, ucciso in Uganda il 30 marzo 2004

P. Luciano Fulvi è il 25° martire Comboniano e il 15° che ha sparso il suo sangue in Uganda dal 1979 in poi. È stato ucciso la sera del 30 marzo 2004 nella sua camera da letto, a Laybi, estrema periferia di Gulu, nel nord Uganda. Dopo aver conversato con i confratelli, P. Luciano si era ritirato per il riposo. Molto probabilmente, nella sua stanza c’era già l’assassino, o gli assassini, che lo attendevano. Al mattino, è stato trovato dai confratelli ancora vestito, steso a terra in un lago di sangue raggrumato, con la gola tagliata. Sul volto aveva delle ecchimosi, segno che aveva reagito, lottato, ma la tragedia doveva essersi svolta in pochi secondi perché i confratelli che si trovavano nella saletta di ricreazione, poco lontana, non hanno sentito niente. Accanto a lui c’erano due coltelli affilati, quelli che gli africani usano per sgozzare gli animali.
“Mio fratello era per me la persona più cara dopo il Signore – scrive la sorelle, Suor Daniela Fulvi, Comboniana, di 72 anni di cui 46 trascorsi come infermiera in Egitto. – Dopo 11 anni che non lo vedevo, l’anno scorso (2003) ho trascorso con lui tre mesi di vacanza in Italia: sono state le vacanze più belle della mia vita. Luciano è… era una persona meravigliosa. Era aperto, sorridente, gioviale, buono e amava tutti. Ieri mattina – continua la sorella – prima che venissi a sapere della sua morte, mi sono alzata presto, verso le 4.30, con una voce che non capivo se venisse da fuori o da dentro di me. La voce diceva: ‘Amore e sacrificio donano vita’. Proprio così. È quello che è successo a Luciano”. Poi la religiosa rievoca la giovinezza del fratello Comboniano, entrato giovanissimo in seminario e partito in missione per l’Uganda. Dopo una lunga permanenza in quella nazione, era rientrato in Europa, ma nel 1996, nonostante cinque by-pass, era voluto rientrare in quella che considerava a tutti gli effetti la sua terra. “Il Vescovo – prosegue Sr. Daniela – gli aveva affidato le attività con i giovani della diocesi. In questo periodo stava raccogliendo soldi per una cappella e un centro di spiritualità. A me non ha mai accennato a particolari presentimenti o timori per quella che sarebbe stata la sua fine, ma sapeva che la sua esistenza era a rischio per le costanti scorribande dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), così come lo era e lo è quella degli altri missionari che vivono lì”.
P. Luciano era nato ad Uzzano, Pistoia, il 15 maggio 1928 da Fulvio e Dina Franchi, contadini a mezzadria. Aveva tre fratelli e due sorelle. Dopo le elementari, il giovinetto è entrato nel seminario diocesano di Pescia, comportandosi da seminarista modello, come testimoniano la lettera del rettore al momento della sua partenza per il noviziato, e la dichiarazione del suo vescovo. In una lettera scritta dal seminario il 17 maggio 1946 (Luciano aveva 18 anni), conosciamo la storia un po’ travagliata della sua vocazione missionaria. La lettera merita di essere riportata perché indica il grado di maturità del giovane e… il suo desiderio di martirio.
“Nella triste angoscia che mi travaglia da molto tempo, io mi rivolgo a lei, reverendo superiore dei Comboniani, indicatomi quale guida esperta in certi momenti così terribili. Sono un povero seminarista che desidera da lei un consiglio e un aiuto. Anni or sono, mentre nel seminario diocesano attendevo alla mia formazione, sorse in me il desiderio di essere missionario. Questo desiderio diventò sempre più forte, finché credetti che fosse vocazione, e mi confidai con un compagno, pure infiammato dalla stessa vocazione. Egli era al quinto anno ginnasiale ed io al terzo. Insieme decidemmo di partire per un istituto missionario nelle prossime vacanze, ma il nostro proposito fu assai ostacolato dai superiori i quali non mi permisero di lasciare il seminario perché ero troppo piccolo, mentre concedevano al mio compagno di realizzare i suoi sogni. La mia vocazione fu ostacolata anche dal babbo – forse così voleva il Signore – e così a poco a poco andò illanguidendosi per poi essere affatto dimenticata. Sebbene il mio compagno cercasse di essermi ancora più vicino con la preghiera e con le lettere, lo dimenticai e non volli più saperne. Al solo pensiero di missioni e di missionari, mi turbavo, e quando nei momenti più belli della preghiera riaffiorava in me la vocazione missionaria, avveniva una guerra tremenda e snervante. Il Signore mi pungeva continuamente con questo pensiero: egli mi amava, mi aveva prescelto ed io lo ricusavo. Ma finalmente Dio fu più grande e più forte di me, la sua misericordia mi vinse. In un’adunanza del nostro circolo missionario Egli parlò ancora più forte e, tornato nella mia cameretta, ripensavo a quanto mi era stato detto e mi gettai totalmente in Dio, affidandomi a Lui e mi sentii contento, felice, come mai ero stato. Finalmente avevo trovato la pace: Dio mi voleva missionario. Ed ora, padre, mi perdoni. Forse l’ho annoiata ma… pazienti ancora un po’. Dio mi vuole missionario ed io lo seguirò ad ogni costo. Egli ha ostacolato la mia vocazione per vedere se la mia rinuncia, se la mia offerta era generosa, ed ora mi chiama insistentemente. I miei superiori, almeno per ora, non più mi ostacolano. Sono libero. Il Cuore divino di Gesù mi aspetta, in Lui mi abbandonerò e con Lui partirò alla conquista del mondo infedele.
Poco tempo ormai mi separa dalle vacanze e il desiderio di entrare nell’Istituto mi punge giorno e notte. Ciò nonostante io temo ancora. A volte mi sembra che questa vocazione non venga da Dio, ma sia un’esaltazione mia e quindi ricado nell’angoscia del dubbio. Mi sembra che, una volta lasciate la famiglia, la mamma, tutto, non debba più reggere, e il solo pensiero di essere un disertore e un traditore mi fa tremare. E poi la vita di missione con tutti i sacrifici, e la morte che potrei incontrare, benché desideri di morire martire, a volte mi impensieriscono e mi farebbero retrocedere e rinunciare alla chiamata. Solo per questo, padre, a lei mi sono rivolto. Ella che è medico esperto, curi l’anima mia che le affido. Preghi per me, mi raccomandi al Cuore divino di Gesù e alla mia Madre santissima, ed io pregherò per lei tenendoci uniti col vincolo indissolubile della preghiera. Suo figlio, sem. Luciano Fulvi”.
Prima di ripartire per la missione nel settembre del 2003, dopo la celebrazione del 50° di Messa, P. Luciano ha detto alla sorella: “Sappi che io morirò laggiù, in Africa. Ma non temere per me. Io non ho paura”. “Le cose sono andate come aveva previsto - ricorda la sorella Giuliana - ma lui era sereno davvero. Se aveva qualche preoccupazione era per gli altri, non per se stesso”. Nessuno ha visto gli assassini di P. Luciano. Si ipotizza che un gruppo di persone armate di coltelli sia arrivato dalla foresta di eucalipti, abbia scavalcato senza difficoltà il muretto e si sia introdotto nella missione. “Ora - dice la sorella - P. Luciano resterà laggiù, in Africa. Sarà sepolto nel cimitero di Laybi, mentre una lapide verrà posta nel cimitero di Uzzano”. Poi, lasciandosi portare dai ricordi, aggiunge: “Era andato in Africa per portare il vangelo, per aiutare quella gente nella quale ha trovato tanto amore. Sapeva i rischi che incontrava, ma è partito volentieri, con entusiasmo”. (P. Lorenzo Gaiga, mccj)

Fra Faustino M. Gazziero, ucciso in Cile il 24 luglio

Sabato 24 luglio, mentre stava terminando di celebrare la Messa prefestiva nella cattedrale metropolitana di Santiago del Cile, è stato assassinato da un membro di una setta satanica fra Faustino M. Gazziero De Stefani, presbitero, professo solenne, figlio della Provincia Veneta dei Servi di Maria, assegnato al Vicariato Andino, di famiglia nella comunità di Santa Teresita del Niño Jesús in Santiago del Cile. Nato a Lozzo Atestino (Padova, Italia), aveva compiuto 69 anni e da oltre 40 anni si trovava in Cile. Riportiamo, quasi interamente, il ricordo di un Diacono permanente amico di fra Faustino e stretto collaboratore dei Servi di Maria.
“L’assassinio di fra Faustino la sera di sabato, verso le ore 18, mentre stava terminando la celebrazione della Messa nella cattedrale di Santiago ha suscitato in tutta la città una profonda emozione. Nella casa parrocchiale di S. Teresita non c’era nessuno e io, per una circostanza casuale, avevo preso la macchina; la domestica mi disse che avevano chiamato dalla cattedrale. Erano circa le 18.30. Chiamai subito e seppi dell’accaduto. Nel frattempo fra Erminio M. Manea era già giunto alla cattedrale. Lo stesso fecero, non appena lo seppero, fra Victor M. Villegas e il Vescovo Luigino M. Infanti. Quella sera non si celebrò la Messa. Toccò a me presiedere una celebrazione della Parola e dare l’annuncio ufficiale della morte del nostro “caro piccoletto”. Circa verso le dieci di sera, si decise di fare una veglia di preghiera in suffragio di fra Faustino. La notizia della sua morte si stava diffondendo in maniera incredibile. Il telefono squillava in continuazione. Stranamente c’era soltanto p. Victor; p. Angelo M. Fiorese era in vacanza e il Vicario fra Bernardino M. Zanella si trovava in Argentina. Alle prime ore di domenica mattina, io e fra Victor ci siamo incaricati delle pratiche e formalità necessarie. Ci recammo all’Hogar de Cristo, dove con grande sensibilità hanno messo a nostra disposizione il meglio che avevano. I mezzi di comunicazione stavano dando una eco vastissima all’accaduto; qualcosa di simile accadde soltanto in occasione della morte del nostro grande Pastore l’Arcivescovo Card. Raúl Silva Henriquez.
L’Arcivescovado aveva chiesto che, a motivo della prevista grande partecipazione di folla, la veglia mortuaria avesse luogo in cattedrale. Fra Bernardino e Mons. Luigino presero la decisione, mentre Victor ed io provvedemmo a ritirare la salma presso l’Istituto di Medicina Legale. Poi vennero anche fra Erminio e fra Bernardino. Fu per me una grazia del Signore avere il compito di riconoscere l’amico e di poterlo vestire. Mi colpirono profondamente la pace che irradiava, la serenità e la trasparenza del suo sguardo. Nessun segno di terrore per l’aggressione di un pazzo che aveva agito in nome di Satana. Fui tanto preso da quella commozione che, quando terminammo di vestirlo e di pregare, mi avvicinai a fra Faustino e lo baciai sulla fronte per un ultimo “addio” all’amico. Fecero altrettanto fra Erminio e fra Bernardino.
Il corpo di fra Faustino fu trasportato in cattedrale. C’era tanta gente ad attenderlo e la folla andava aumentando continuamente. Tutti volevano unirsi al dolore della Chiesa e soprattutto dei Servi di Maria. Fu deciso che i funerali avessero luogo il martedì, anche per permettere ai confratelli di altre comunità di potervi partecipare. L’Arcivescovo di Santiago chiese espressamente di presiedere la celebrazione eucaristica. Il giorno prima, lunedì, si era riunita la Conferenza Episcopale per un ritiro; fu deciso dall’unanimità dai partecipanti di spostare l’inizio del ritiro per permettere a tutti i Vescovi di prendere parte alla Messa in suffragio del primo martire dei Servi in Cile.
Ebbi la gioia di essere incaricato, insieme a fra Omar M. Leiva, della preparazione della liturgia. Eseguiva i canti il nostro coro di S. Teresita ed io ebbi l’onore di posare l’Evangeliario sul feretro e di proclamare il Vangelo. Al termine della celebrazione alla quale erano presenti il Presidente della Repubblica e la sua consorte insieme a tante autorità, mi fu chiesto di mettermi in testa al corteo. Mi resi conto allora che stavo facendo quello che da anni avevo fatto insieme a fra Faustino. Tutti i sabati e le domeniche lo accompagnavo in automobile al cimitero cattolico o a quello generale; ora stavo facendo con lui l’ultimo di questi viaggi, al termine dei quali sempre mi ringraziava.
Incredibile l’omaggio reso dalla parrocchia al passaggio del corteo funebre. Dal Liceo fino alla chiesa parrocchiale assistemmo ad una vera e propria pioggia di fiori, sebbene piovesse anche a dirotto. I mezzi di comunicazione hanno trasmesso per intero i funerali e la partecipazione della gente è stata enorme. Ai cimiteri generale e cattolico, tutti i dipendenti, sebbene fosse tardi, vollero rimanere sul posto di lavoro per poter dare il loro addio a fra Faustino. Toccante anche l’ultimo addio dei confratelli. Per me un sacerdote che celebra l’Eucaristia e viene brutalmente ucciso è un Santo a tutti gli effetti. Perciò, d’ora in poi e per tutti i giorni della mia vita, altro non spero che di potermi incontrare con lui per farlo salire sull’auto celestiale, mentre pregherò il santo più amico di tutti i miei amici. Fra Faustino, prega per noi. (Pedro Valenzuela B.)

Padre John Hannon, ucciso in Kenya il 25 settembre 2004

Padre John Hannon, della provincia irlandese della Società delle Missioni Africane (SMA), è stato ucciso in seguito ad una rapina avvenuta nella casa parrocchiale presso la parrocchia di San Barnaba, Matasia, Ngong, a circa 25 km da Nairobi (Kenya). Padre Hannon era nato a Killulla, Newmarket-on-Fergus, Co Clare, in Irlanda, il 24 aprile 1939. Era stato ordinato sacerdote il 18 dicembre 1967. Dal 1968 al 1993 svolse il suo ministero nell’Arcidiocesi di Lagos, Nigeria, dove si impegnò in modo particolare nella fondazione e nello sviluppo di centri parrocchiali nelle crescenti periferie della città.
Rendendogli omaggio, il Card. Okoje di Lagos, lo descrisse così: “Padre Hannon ha lavorato brevemente nella nostra Cattedrale, ma la maggior parte dei suoi due decenni e mezzo nell’Arcidiocesi di Lagos, li ha trascorsi nelle parrocchie dei suburbi, dove ha creato chiese e centri sociali per la nostra gente. Ovunque egli abbia lavorato, ha lasciato la sua impronta attraverso strutture materiali e l’edificazione di comunità lodevoli. Era amato dalla gente, da uomini, donne, giovani e bambini allo stesso modo. Il suo apostolato tra i giovani era particolarmente impegnativo e da lodare. Per loro era amico, padre, fratello e maestro. Molti di loro oggi si guadagnano da vivere grazie a ciò che lui gli ha insegnato”.
Nel 1996 padre Hannon subì un intervento chirurgico al cuore e, dopo un periodo di convalescenza in Irlanda, era subito tornato in Kenya, nella diocesi di Ngong. Caratteristica dell’apostolato missionario di padre Hannon era la costruzione di centri educativi e di formazione professionale. Recentemente aveva lavorato tra i Masai e stava completando la costruzione della casa parrocchiale di Matassa ed aveva iniziato un progetto per adattarla come centro di formazione. Aveva visto infatti la necessità di creare centri di formazione per le giovani donne in campi quali l’economia domestica, il lavoro di segreteria, il taglio, il cucito… come cruciali per garantire loro dignità e un sostegno per vivere.
Ai funerali di padre Hannon, celebrati il 3 dicembre nella parrocchia di San Barnaba, hanno preso parte oltre 3.000 persone, tra cui Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici. A presiedere il rito esequiale è stato il Nunzio Apostolico in Kenya, l’Arcivescovo Giovanni Tonucci. Tra i Vescovi con celebranti erano l’Arcivescovo di Nairobi, Raphael S. Ndingi Mwana’a Nzeki; il Vescovo di Ngong, Cornelius Schilder; il Vescovo di Lodwar, Patrick Harrington; il Vescovo di Kitale, Anthony Crowley; e il Vescovo di Ndola (Zambia), Noel O’Regan. Erano presenti anche il Superiore provinciale dell’Irlanda della SMA, i Superiori regionali SMA del Kenya e della Tanzania, molti missionari della SMA e altri missionari e missionarie che come padre Hannon lavorano in Kenya. (p. Martin Kavanagh, SMA)

Don Job Chittilappilly, ucciso in India il 28 agosto

Don Chittilappilly era nato il 21 febbraio 1933 a Moorkanad, un piccolo villaggio a circa 8 chilometri dalla sede della diocesi, da Vareed e Rosa, persone molto devote. Gli stessi membri della famiglia, composta da tre fratelli e tre sorelle, erano molto devoti, infatti quattro di loro scelsero di dedicarsi al servizio della Chiesa. Tutte e tre le ragazze seguirono la chiamata del Signore e diventarono suore. Dopo aver frequentato la scuola e l’istruzione superiore a Moorkanad e Trichur, Job intraprese la formazione per il sacerdozio presso il Seminario minore di St. Mary a Trichur e quindi al Pontificio Seminario di San Giuseppe ad Aluva. Fu ordinato sacerdote per la diocesi di Trichur il 15 marzo 1959. Quando la diocesi venne divisa nel 1978, per dare vita alla nuova diocesi di Irinjalakuda, p. Job preferì esercitare il ministero sacerdotale nella nuova diocesi, dove risiedevano i membri della sua famiglia. Ha prestato servizio in diverse parrocchie di entrambe le diocesi. Il 28 gennaio 2004 aveva assunto il nuovo incarico presso la parrocchia di Our Lady of Graces a Thuruthiparambu, diocesi di Irinjalakuda, dove è stato brutalmente ucciso 7 mesi dopo, il 28 agosto.
Padre Job, 71 anni, abitualmente si alzava presto al mattino, ed era solito recitare il Rosario mentre passeggiava sulla veranda del presbiterio o lungo i locali della chiesa. Come di consueto, anche la mattina dell’omicidio, il sacrestano arrivò alle 5,25 per aprire la chiesa e suonare la campana, e vide p. Job che stava recitando il Rosario. Si suppone quindi che sia stato ucciso poco dopo, in modo orribile. Il suo corpo è stato ritrovato sulla veranda, con tre profonde ferite, una al torace e due allo stomaco. Nella mano destra stringeva ancora il Rosario, mentre la sinistra, con un piccolo taglio, copriva una delle ferite. I parrocchiani che venivano per partecipare alla prima Messa, furono i primi a vedere il corpo esanime di p. Job. Il sacrestano e diverse altre persone, comprese le suore del vicino convento, videro allora il corpo di p. Job e informarono quindi il Vescovo, le parrocchie vicine, la polizia e le istituzioni. Come la notizia si diffuse, i leader politici e religiosi ed un gran numero di persone vennero a rendere omaggio a p. Job.
Molte persone furono interrogate a lungo per le indagini e si sono seguite diverse piste. La persona che ha ucciso p. Job si ritiene fosse un esperto, che non ha lasciato tracce né ha prelevato nulla. Dal momento che la chiesa parrocchiale registrava regolari progressi mentre un vicino tempio hindu era sempre più abbandonato, sembra che un gruppo fondamentalista hindu credesse nella superstizione che il sangue di un sacerdote cristiano è la cosa migliore per il progresso del tempio. Una ventina di anni fa, il proprietario e sacerdote del tempio venne ucciso dai marxisti e da allora il tempio iniziò ad essere abbandonato. Questo potrebbe aver dato origine ad un complotto contro il parroco ed aver determinato anche il modo in cui ucciderlo. Sebbene la polizia locale alla fine abbia arrestato un individuo ritenuto responsabile di questo orrendo omicidio, noi riteniamo che ci siano altre persone coinvolte in questo crimine.
Padre Job era un sacerdote semplice, che amava gli uccelli, i fiori e la natura in modo speciale. Era un buon pastore, che parlava molto poco e lavorava duro. Dei suoi 45 anni di sacerdozio ne trascorse la maggior parte nelle parrocchie, dedicandosi alle necessità pastorali della gente. Aveva una particolare attenzione per i poveri e gli afflitti della sua comunità. Con un volto sorridente ha adempiuto fedelmente ai compiti affidatigli ed ha offerto la sua vita nelle mani del Signore. L’assassinio di p. Job possa ispirare la sua gente a vivere per Cristo ed a proclamare la propria fede coraggiosamente.
Noi, sacerdoti, laici ed io stesso, crediamo che la morte di p. Job ci abbia lanciato una nuova sfida, a vivere meglio la nostra fede nelle nuove circostanze del Kerala. Chiediamo le vostre preghiere per noi affinché possiamo proclamare Cristo con maggior frutto e portare il suo messaggio di amore ad ogni persona del mondo. (+ James Pazhayattil, Vescovo di Irinjalakuda).

Mons. Kazimir Višaticki, ucciso in Bosnia Erzegovina il 18 novembre 2004

Nella mattinata del 18 novembre 2004 abbiamo saputo che nel presbiterio di Bosanska Gradiska (Diocesi Banja Luka, Bosnia-Erzegovina) era stato ucciso uno dei più stimati e impegnati sacerdoti della diocesi di Banja Luka: Mons. Kazimir Višaticki. Mons. Višaticki era parroco di Bosanska Gradiska e amministratore parrocchiale di Nova Popola e Dolina. Mons. Višaticki aveva 66 anni ed era sacerdote da 42 anni. La madre, che viveva con lui, è sopravissuta agli attacchi dell’omicida. La famiglia Višaticki ha donato quattro degli undici figli come sacerdoti alla diocesi di Banja Luka: oltre a Mons. Kazimir ci sono P. Adolf, P. Franjo e Mons Karlo.
Mons. Višaticki era nato il 4 marzo 1939 a Carnea nella parrocchia di Bosanska Gradisca, figlio di una famiglia di immigranti polacchi, dal padre Ivan e dalla madre Barbara Ostrowska. Kazimir era il più grande di 11 fratelli. Dopo la scuola elementare a Bosanska Gadiska ha continuato i suoi studi scolastici nel Seminario Salata a Zagabria (Croazia) per concludere gli ultimi due anni, fino al 1957, al liceo di Djakovo (Croazia). Di seguito ha studiato filosofia e teologia all’Istituto Superiore di filosofia e teologia a Djakovo (Croazia) fino al 1963. Era stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1964, festa degli Apostoli Pietro e Paolo.
Dopo la sua ordinazione è stato cappellano nella parrocchia di Stara Rjeka dal 21 ottobre 1964 fino alle fine del 1965, quando è stato nominato parroco della stessa parrocchia. Il 21 marzo 1967 è stato trasferito alla parrocchia di Dolina dove ha contribuito, insieme ai fedeli, all’ampliamento della chiesa parrocchiale e del presbiterio. Come altri sacerdoti cattolici, durante il regime comunista dell’Ex-Jugoslavia ha vissuto momenti terribili che però non hanno diminuito la forza della sua fede. Nell’agosto 1995 durante la guerra in Bosnia-Erzegovina è stato costretto dai soldati serbi a lasciare insieme ai suoi fedeli la parrocchia di Dolina ed a rifugiarsi in Croazia. Come sacerdote e rifugiato è rimasto quattro anni in Croazia, dove si è preso cura dei fedeli cattolici. Il 28 febbraio 1999 ha iniziato il suo ministero come parroco di Bosansik Petrovac nella sua diocesi di Banja Luka. Dopo un breve periodo di malattia si è trasferito il 12 dicembre 1999 alla sua ultima parrocchia, Bosanska Gradiska, dove è morto ucciso il 18 novembre 2004.
Mons. Višaticki era un sacerdote molto zelante e molto amato nella Diocesi di Banja Luka. Nel 1976 era stato nominato Decano del decanato di Prnjavor e durante il suo incarico come parroco di Dolina nel 1990 era stato nominato Decano del decanato di Bosanska Gradiska. Era consulente del Vescovo e aveva anche altri incarichi nella diocesi. Per i suoi meriti era stato nominato Monsignore il 15 luglio 1997. Come il giorno più bello della sua vita ricordava l’incontro con Papa Giovanni Paolo II, suo compatriota, durante la visita a Banja Luka nel 2004.
Il suo motto era “Io so, a chi ho creduto!”. In una lettera il Vescovo defunto di Banja Luka, Alfred Pilcher, gli scrisse: “Lei ha fatto tantissimo per la sua parrocchia e di questo Le sono molto grato. Per questo le affido anche la pastorale dei bambini e della gioventù”. Nella sua storia di 120 anni, la Diocesi di Banja Luka conta 48 martiri tra sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose. (P. Tomo Kneževic, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Bosnia-Erzegovina)

Suor Christiane Philippon uccisa in Ciad il 26 dicembre

Suor Christiane era nata il 21 marzo 1946 a Saint Privat d’Allier, piccolo villaggio dell’alta Loira, in Francia. Entra tra le suore di Notre Dame des Apôtres nel 1969, e dopo il noviziato , nel 1970 viene inviata in Ciad per la prima volta. Ritornata a Lione completa la sua formazione e dal 1976 è di nuovo in Ciad, dove fino al 1983 si occupa di animazione rurale, formazione delle donne e delle ragazze, partecipa attivamente alla catechesi, all’animazione dei movimenti giovanili. Nel 1983 viene richiamata in Francia per dedicarsi all’animazione missionaria, a far conoscere l’Africa, con i problemi e le speranze di questa giovane Chiesa. Suor Christiane vi si dedica totalmente con l’entusiasmo che le è proprio, visitando scuole, collegi, parrocchie… Nel 1986 torna in Ciad per proseguire a lavorare per la promozione della donna. Nel 1991 viene nominata responsabile regionale delle suore di Notre Dame des Apôtres del Ciad. Nel 1994 parte per la Costa d’Avorio, eletta consigliera provinciale della provincia dell’Africa francofona del suo istituto. Viaggia molto nelle differenti regioni della provincia, conosce popoli, usi, costumi nuovi. Nel 2000 torna in Ciad e nel 2004 accetta l’incarico di superiora regionale. Nella notte tra il 25 ed il 26 dicembre viene uccisa lungo la strada da Loumia a Gambarou da un colpo d’arma da fuoco che la raggiunge al cuore, sparato contro la macchina su cui viaggiava insieme ad altre consorelle.
Suor Christiane ha consacrato tutta la sua vita al servizio di questo Paese, che ha sempre portato nel suo cuore. Percorrendo i villaggi, accompagnando la crescita delle Comunità ecclesiali di Base, animando i gruppi vocazionali, suor Christiane non si risparmiava nell’accogliere tutti, qualunque fossero le loro condizioni sociali. Donna dinamica e sempre sorridente, era una “autentica africana” come dissero i Ciadiani colpiti dal suo senso di accoglienza e dall’adattamento a qualsiasi tipo di situazione. Lo testimoniano le consorelle della sua comunità: “Christiane era una suora stimolante nella comunità di cui era responsabile, attenta ai nostri più piccoli segni di fatica, per ridarci slancio con un sorriso, un sospiro complice, un piccolo scherzo, un souvenir del suo paese natale, uno sguardo incoraggiante. Era molto umana, vicina alla gente, di ogni tipo, senza fare eccezioni. Amava ripeterci: “Il senso della nostra presenza missionaria si manifesterà nel modo in cui sapremo accogliere quanti vengono da noi. Quelli che vengono a piedi, in bicicletta, in moto o in automobile, andiamogli incontro con autentico sorriso. Ascoltiamoli. Accogliamoli come accogliamo Gesù”.
Come la Samaritana nel Vangelo (è questo il passo che Christiane aveva scelto per il suo impegno definito e che fu sempre la sua linea di vita), Christiane ha compreso che nella preghiera, nell’adorazione si scopre Dio come padre e di questo ha dato testimonianza. “Quando suor Christiane prega, si vede che è una donna di fede, una donna di Dio” dicevano le sue consorelle. Aveva un senso molto forte della presenza di Dio, preparava con cura le celebrazioni, i tempi di adorazione in comunità. Aveva un senso molto alto del dovere, della giustizia, della verità, era molto esigente nei confronti di se stessa e dimostrava grande compassione per gli altri.
L’Arcivescovo di N’Djamena (Ciad), Mons. Mathias N’Garteri, durante la Messa di sepoltura a N’Djamena, il 31 dicembre 2004, disse nell’omelia: “La scelta di essere missionaria in Ciad è stata un atto deliberato di suor Christiane. Come Cristo scelse di venire in questo paese per il primo annuncio del Vangelo: non dimentichiamo che il Ciad è stato l’ultimo paese a ricevere la luce del Vangelo, nel 1929. Suor Christiane è venuta in Ciad per quattro volte: nel 1969, nel 1976, nel 1998 e nel 2000. Non ha mai lasciato e non lascerà più questo paese, non lascerà mai l’Africa, perché questo è il suo paese, il suo continente”.
Il giorno della sua professione perpetua, il 22 luglio 1979, suor Christiane pregava così: “Ti rendo grazie e ti prego prima di tutto per i miei genitori, la mia famiglia qui, giorno dopo giorno mi ha insegnato ad amare, a pregare, ad accogliere e a donare. Ti ringrazio anche per tutti i giovani incontrati, soprattutto nelle équipe MRJC. Insieme abbiamo cercato di far passare il tuo Vangelo nelle nostre vite di giovani. Tu solo, Signore, conosci i cuori. Io ti rendo grazie per la ricchezza di questi incontri, per tutto ciò che ognuno di noi ha ricevuto o generosamente donato. Ti rendo grazie per me stessa, perché è in quel contesto che è nata la mia vocazione religiosa e missionaria. Presso di te, Signore, non posso dimenticare il popolo ciadiano, che porta duramente la sua croce. Questo popolo così diverso per la sua mentalità e le sue credenze, ma così vicino a Te. Grazie, Signore, per tutto quello che ho ricevuto da lui e che mi ha avvicinato a Te”. (S.L.)

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