| Padre LUCIANO FULVI, ucciso
in Uganda il 30 marzo 2004
P. Luciano Fulvi è il 25° martire Comboniano e il
15° che ha sparso il suo sangue in Uganda dal 1979 in poi.
È stato ucciso la sera del 30 marzo 2004 nella sua camera
da letto, a Laybi, estrema periferia di Gulu, nel nord Uganda.
Dopo aver conversato con i confratelli, P. Luciano si era ritirato
per il riposo. Molto probabilmente, nella sua stanza c’era
già l’assassino, o gli assassini, che lo attendevano.
Al mattino, è stato trovato dai confratelli ancora vestito,
steso a terra in un lago di sangue raggrumato, con la gola tagliata.
Sul volto aveva delle ecchimosi, segno che aveva reagito, lottato,
ma la tragedia doveva essersi svolta in pochi secondi perché
i confratelli che si trovavano nella saletta di ricreazione, poco
lontana, non hanno sentito niente. Accanto a lui c’erano
due coltelli affilati, quelli che gli africani usano per sgozzare
gli animali.
“Mio fratello era per me la persona più cara dopo
il Signore – scrive la sorelle, Suor Daniela Fulvi, Comboniana,
di 72 anni di cui 46 trascorsi come infermiera in Egitto. –
Dopo 11 anni che non lo vedevo, l’anno scorso (2003) ho
trascorso con lui tre mesi di vacanza in Italia: sono state le
vacanze più belle della mia vita. Luciano è…
era una persona meravigliosa. Era aperto, sorridente, gioviale,
buono e amava tutti. Ieri mattina – continua la sorella
– prima che venissi a sapere della sua morte, mi sono alzata
presto, verso le 4.30, con una voce che non capivo se venisse
da fuori o da dentro di me. La voce diceva: ‘Amore e sacrificio
donano vita’. Proprio così. È quello che è
successo a Luciano”. Poi la religiosa rievoca la giovinezza
del fratello Comboniano, entrato giovanissimo in seminario e partito
in missione per l’Uganda. Dopo una lunga permanenza in quella
nazione, era rientrato in Europa, ma nel 1996, nonostante cinque
by-pass, era voluto rientrare in quella che considerava a tutti
gli effetti la sua terra. “Il Vescovo – prosegue Sr.
Daniela – gli aveva affidato le attività con i giovani
della diocesi. In questo periodo stava raccogliendo soldi per
una cappella e un centro di spiritualità. A me non ha mai
accennato a particolari presentimenti o timori per quella che
sarebbe stata la sua fine, ma sapeva che la sua esistenza era
a rischio per le costanti scorribande dell’Esercito di Resistenza
del Signore (LRA), così come lo era e lo è quella
degli altri missionari che vivono lì”.
P. Luciano era nato ad Uzzano, Pistoia, il 15 maggio 1928 da Fulvio
e Dina Franchi, contadini a mezzadria. Aveva tre fratelli e due
sorelle. Dopo le elementari, il giovinetto è entrato nel
seminario diocesano di Pescia, comportandosi da seminarista modello,
come testimoniano la lettera del rettore al momento della sua
partenza per il noviziato, e la dichiarazione del suo vescovo.
In una lettera scritta dal seminario il 17 maggio 1946 (Luciano
aveva 18 anni), conosciamo la storia un po’ travagliata
della sua vocazione missionaria. La lettera merita di essere riportata
perché indica il grado di maturità del giovane e…
il suo desiderio di martirio.
“Nella triste angoscia che mi travaglia da molto tempo,
io mi rivolgo a lei, reverendo superiore dei Comboniani, indicatomi
quale guida esperta in certi momenti così terribili. Sono
un povero seminarista che desidera da lei un consiglio e un aiuto.
Anni or sono, mentre nel seminario diocesano attendevo alla mia
formazione, sorse in me il desiderio di essere missionario. Questo
desiderio diventò sempre più forte, finché
credetti che fosse vocazione, e mi confidai con un compagno, pure
infiammato dalla stessa vocazione. Egli era al quinto anno ginnasiale
ed io al terzo. Insieme decidemmo di partire per un istituto missionario
nelle prossime vacanze, ma il nostro proposito fu assai ostacolato
dai superiori i quali non mi permisero di lasciare il seminario
perché ero troppo piccolo, mentre concedevano al mio compagno
di realizzare i suoi sogni. La mia vocazione fu ostacolata anche
dal babbo – forse così voleva il Signore –
e così a poco a poco andò illanguidendosi per poi
essere affatto dimenticata. Sebbene il mio compagno cercasse di
essermi ancora più vicino con la preghiera e con le lettere,
lo dimenticai e non volli più saperne. Al solo pensiero
di missioni e di missionari, mi turbavo, e quando nei momenti
più belli della preghiera riaffiorava in me la vocazione
missionaria, avveniva una guerra tremenda e snervante. Il Signore
mi pungeva continuamente con questo pensiero: egli mi amava, mi
aveva prescelto ed io lo ricusavo. Ma finalmente Dio fu più
grande e più forte di me, la sua misericordia mi vinse.
In un’adunanza del nostro circolo missionario Egli parlò
ancora più forte e, tornato nella mia cameretta, ripensavo
a quanto mi era stato detto e mi gettai totalmente in Dio, affidandomi
a Lui e mi sentii contento, felice, come mai ero stato. Finalmente
avevo trovato la pace: Dio mi voleva missionario. Ed ora, padre,
mi perdoni. Forse l’ho annoiata ma… pazienti ancora
un po’. Dio mi vuole missionario ed io lo seguirò
ad ogni costo. Egli ha ostacolato la mia vocazione per vedere
se la mia rinuncia, se la mia offerta era generosa, ed ora mi
chiama insistentemente. I miei superiori, almeno per ora, non
più mi ostacolano. Sono libero. Il Cuore divino di Gesù
mi aspetta, in Lui mi abbandonerò e con Lui partirò
alla conquista del mondo infedele.
Poco tempo ormai mi separa dalle vacanze e il desiderio di entrare
nell’Istituto mi punge giorno e notte. Ciò nonostante
io temo ancora. A volte mi sembra che questa vocazione non venga
da Dio, ma sia un’esaltazione mia e quindi ricado nell’angoscia
del dubbio. Mi sembra che, una volta lasciate la famiglia, la
mamma, tutto, non debba più reggere, e il solo pensiero
di essere un disertore e un traditore mi fa tremare. E poi la
vita di missione con tutti i sacrifici, e la morte che potrei
incontrare, benché desideri di morire martire, a volte
mi impensieriscono e mi farebbero retrocedere e rinunciare alla
chiamata. Solo per questo, padre, a lei mi sono rivolto. Ella
che è medico esperto, curi l’anima mia che le affido.
Preghi per me, mi raccomandi al Cuore divino di Gesù e
alla mia Madre santissima, ed io pregherò per lei tenendoci
uniti col vincolo indissolubile della preghiera. Suo figlio, sem.
Luciano Fulvi”.
Prima di ripartire per la missione nel settembre del 2003, dopo
la celebrazione del 50° di Messa, P. Luciano ha detto alla
sorella: “Sappi che io morirò laggiù, in Africa.
Ma non temere per me. Io non ho paura”. “Le cose sono
andate come aveva previsto - ricorda la sorella Giuliana - ma
lui era sereno davvero. Se aveva qualche preoccupazione era per
gli altri, non per se stesso”. Nessuno ha visto gli assassini
di P. Luciano. Si ipotizza che un gruppo di persone armate di
coltelli sia arrivato dalla foresta di eucalipti, abbia scavalcato
senza difficoltà il muretto e si sia introdotto nella missione.
“Ora - dice la sorella - P. Luciano resterà laggiù,
in Africa. Sarà sepolto nel cimitero di Laybi, mentre una
lapide verrà posta nel cimitero di Uzzano”. Poi,
lasciandosi portare dai ricordi, aggiunge: “Era andato in
Africa per portare il vangelo, per aiutare quella gente nella
quale ha trovato tanto amore. Sapeva i rischi che incontrava,
ma è partito volentieri, con entusiasmo”. (P. Lorenzo
Gaiga, mccj)
Fra Faustino M. Gazziero, ucciso in Cile il 24 luglio
Sabato 24 luglio, mentre stava terminando di celebrare la Messa
prefestiva nella cattedrale metropolitana di Santiago del Cile,
è stato assassinato da un membro di una setta satanica
fra Faustino M. Gazziero De Stefani, presbitero, professo solenne,
figlio della Provincia Veneta dei Servi di Maria, assegnato al
Vicariato Andino, di famiglia nella comunità di Santa Teresita
del Niño Jesús in Santiago del Cile. Nato a Lozzo
Atestino (Padova, Italia), aveva compiuto 69 anni e da oltre 40
anni si trovava in Cile. Riportiamo, quasi interamente, il ricordo
di un Diacono permanente amico di fra Faustino e stretto collaboratore
dei Servi di Maria.
“L’assassinio di fra Faustino la sera di sabato, verso
le ore 18, mentre stava terminando la celebrazione della Messa
nella cattedrale di Santiago ha suscitato in tutta la città
una profonda emozione. Nella casa parrocchiale di S. Teresita
non c’era nessuno e io, per una circostanza casuale, avevo
preso la macchina; la domestica mi disse che avevano chiamato
dalla cattedrale. Erano circa le 18.30. Chiamai subito e seppi
dell’accaduto. Nel frattempo fra Erminio M. Manea era già
giunto alla cattedrale. Lo stesso fecero, non appena lo seppero,
fra Victor M. Villegas e il Vescovo Luigino M. Infanti. Quella
sera non si celebrò la Messa. Toccò a me presiedere
una celebrazione della Parola e dare l’annuncio ufficiale
della morte del nostro “caro piccoletto”. Circa verso
le dieci di sera, si decise di fare una veglia di preghiera in
suffragio di fra Faustino. La notizia della sua morte si stava
diffondendo in maniera incredibile. Il telefono squillava in continuazione.
Stranamente c’era soltanto p. Victor; p. Angelo M. Fiorese
era in vacanza e il Vicario fra Bernardino M. Zanella si trovava
in Argentina. Alle prime ore di domenica mattina, io e fra Victor
ci siamo incaricati delle pratiche e formalità necessarie.
Ci recammo all’Hogar de Cristo, dove con grande sensibilità
hanno messo a nostra disposizione il meglio che avevano. I mezzi
di comunicazione stavano dando una eco vastissima all’accaduto;
qualcosa di simile accadde soltanto in occasione della morte del
nostro grande Pastore l’Arcivescovo Card. Raúl Silva
Henriquez.
L’Arcivescovado aveva chiesto che, a motivo della prevista
grande partecipazione di folla, la veglia mortuaria avesse luogo
in cattedrale. Fra Bernardino e Mons. Luigino presero la decisione,
mentre Victor ed io provvedemmo a ritirare la salma presso l’Istituto
di Medicina Legale. Poi vennero anche fra Erminio e fra Bernardino.
Fu per me una grazia del Signore avere il compito di riconoscere
l’amico e di poterlo vestire. Mi colpirono profondamente
la pace che irradiava, la serenità e la trasparenza del
suo sguardo. Nessun segno di terrore per l’aggressione di
un pazzo che aveva agito in nome di Satana. Fui tanto preso da
quella commozione che, quando terminammo di vestirlo e di pregare,
mi avvicinai a fra Faustino e lo baciai sulla fronte per un ultimo
“addio” all’amico. Fecero altrettanto fra Erminio
e fra Bernardino.
Il corpo di fra Faustino fu trasportato in cattedrale. C’era
tanta gente ad attenderlo e la folla andava aumentando continuamente.
Tutti volevano unirsi al dolore della Chiesa e soprattutto dei
Servi di Maria. Fu deciso che i funerali avessero luogo il martedì,
anche per permettere ai confratelli di altre comunità di
potervi partecipare. L’Arcivescovo di Santiago chiese espressamente
di presiedere la celebrazione eucaristica. Il giorno prima, lunedì,
si era riunita la Conferenza Episcopale per un ritiro; fu deciso
dall’unanimità dai partecipanti di spostare l’inizio
del ritiro per permettere a tutti i Vescovi di prendere parte
alla Messa in suffragio del primo martire dei Servi in Cile.
Ebbi la gioia di essere incaricato, insieme a fra Omar M. Leiva,
della preparazione della liturgia. Eseguiva i canti il nostro
coro di S. Teresita ed io ebbi l’onore di posare l’Evangeliario
sul feretro e di proclamare il Vangelo. Al termine della celebrazione
alla quale erano presenti il Presidente della Repubblica e la
sua consorte insieme a tante autorità, mi fu chiesto di
mettermi in testa al corteo. Mi resi conto allora che stavo facendo
quello che da anni avevo fatto insieme a fra Faustino. Tutti i
sabati e le domeniche lo accompagnavo in automobile al cimitero
cattolico o a quello generale; ora stavo facendo con lui l’ultimo
di questi viaggi, al termine dei quali sempre mi ringraziava.
Incredibile l’omaggio reso dalla parrocchia al passaggio
del corteo funebre. Dal Liceo fino alla chiesa parrocchiale assistemmo
ad una vera e propria pioggia di fiori, sebbene piovesse anche
a dirotto. I mezzi di comunicazione hanno trasmesso per intero
i funerali e la partecipazione della gente è stata enorme.
Ai cimiteri generale e cattolico, tutti i dipendenti, sebbene
fosse tardi, vollero rimanere sul posto di lavoro per poter dare
il loro addio a fra Faustino. Toccante anche l’ultimo addio
dei confratelli. Per me un sacerdote che celebra l’Eucaristia
e viene brutalmente ucciso è un Santo a tutti gli effetti.
Perciò, d’ora in poi e per tutti i giorni della mia
vita, altro non spero che di potermi incontrare con lui per farlo
salire sull’auto celestiale, mentre pregherò il santo
più amico di tutti i miei amici. Fra Faustino, prega per
noi. (Pedro Valenzuela B.)
Padre John Hannon, ucciso in Kenya il 25 settembre 2004
Padre John Hannon, della provincia irlandese della Società
delle Missioni Africane (SMA), è stato ucciso in seguito
ad una rapina avvenuta nella casa parrocchiale presso la parrocchia
di San Barnaba, Matasia, Ngong, a circa 25 km da Nairobi (Kenya).
Padre Hannon era nato a Killulla, Newmarket-on-Fergus, Co Clare,
in Irlanda, il 24 aprile 1939. Era stato ordinato sacerdote il
18 dicembre 1967. Dal 1968 al 1993 svolse il suo ministero nell’Arcidiocesi
di Lagos, Nigeria, dove si impegnò in modo particolare
nella fondazione e nello sviluppo di centri parrocchiali nelle
crescenti periferie della città.
Rendendogli omaggio, il Card. Okoje di Lagos, lo descrisse così:
“Padre Hannon ha lavorato brevemente nella nostra Cattedrale,
ma la maggior parte dei suoi due decenni e mezzo nell’Arcidiocesi
di Lagos, li ha trascorsi nelle parrocchie dei suburbi, dove ha
creato chiese e centri sociali per la nostra gente. Ovunque egli
abbia lavorato, ha lasciato la sua impronta attraverso strutture
materiali e l’edificazione di comunità lodevoli.
Era amato dalla gente, da uomini, donne, giovani e bambini allo
stesso modo. Il suo apostolato tra i giovani era particolarmente
impegnativo e da lodare. Per loro era amico, padre, fratello e
maestro. Molti di loro oggi si guadagnano da vivere grazie a ciò
che lui gli ha insegnato”.
Nel 1996 padre Hannon subì un intervento chirurgico al
cuore e, dopo un periodo di convalescenza in Irlanda, era subito
tornato in Kenya, nella diocesi di Ngong. Caratteristica dell’apostolato
missionario di padre Hannon era la costruzione di centri educativi
e di formazione professionale. Recentemente aveva lavorato tra
i Masai e stava completando la costruzione della casa parrocchiale
di Matassa ed aveva iniziato un progetto per adattarla come centro
di formazione. Aveva visto infatti la necessità di creare
centri di formazione per le giovani donne in campi quali l’economia
domestica, il lavoro di segreteria, il taglio, il cucito…
come cruciali per garantire loro dignità e un sostegno
per vivere.
Ai funerali di padre Hannon, celebrati il 3 dicembre nella parrocchia
di San Barnaba, hanno preso parte oltre 3.000 persone, tra cui
Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici. A presiedere
il rito esequiale è stato il Nunzio Apostolico in Kenya,
l’Arcivescovo Giovanni Tonucci. Tra i Vescovi con celebranti
erano l’Arcivescovo di Nairobi, Raphael S. Ndingi Mwana’a
Nzeki; il Vescovo di Ngong, Cornelius Schilder; il Vescovo di
Lodwar, Patrick Harrington; il Vescovo di Kitale, Anthony Crowley;
e il Vescovo di Ndola (Zambia), Noel O’Regan. Erano presenti
anche il Superiore provinciale dell’Irlanda della SMA, i
Superiori regionali SMA del Kenya e della Tanzania, molti missionari
della SMA e altri missionari e missionarie che come padre Hannon
lavorano in Kenya. (p. Martin Kavanagh, SMA)
Don Job Chittilappilly, ucciso in India il 28 agosto
Don Chittilappilly era nato il 21 febbraio 1933 a Moorkanad,
un piccolo villaggio a circa 8 chilometri dalla sede della diocesi,
da Vareed e Rosa, persone molto devote. Gli stessi membri della
famiglia, composta da tre fratelli e tre sorelle, erano molto
devoti, infatti quattro di loro scelsero di dedicarsi al servizio
della Chiesa. Tutte e tre le ragazze seguirono la chiamata del
Signore e diventarono suore. Dopo aver frequentato la scuola e
l’istruzione superiore a Moorkanad e Trichur, Job intraprese
la formazione per il sacerdozio presso il Seminario minore di
St. Mary a Trichur e quindi al Pontificio Seminario di San Giuseppe
ad Aluva. Fu ordinato sacerdote per la diocesi di Trichur il 15
marzo 1959. Quando la diocesi venne divisa nel 1978, per dare
vita alla nuova diocesi di Irinjalakuda, p. Job preferì
esercitare il ministero sacerdotale nella nuova diocesi, dove
risiedevano i membri della sua famiglia. Ha prestato servizio
in diverse parrocchie di entrambe le diocesi. Il 28 gennaio 2004
aveva assunto il nuovo incarico presso la parrocchia di Our Lady
of Graces a Thuruthiparambu, diocesi di Irinjalakuda, dove è
stato brutalmente ucciso 7 mesi dopo, il 28 agosto.
Padre Job, 71 anni, abitualmente si alzava presto al mattino,
ed era solito recitare il Rosario mentre passeggiava sulla veranda
del presbiterio o lungo i locali della chiesa. Come di consueto,
anche la mattina dell’omicidio, il sacrestano arrivò
alle 5,25 per aprire la chiesa e suonare la campana, e vide p.
Job che stava recitando il Rosario. Si suppone quindi che sia
stato ucciso poco dopo, in modo orribile. Il suo corpo è
stato ritrovato sulla veranda, con tre profonde ferite, una al
torace e due allo stomaco. Nella mano destra stringeva ancora
il Rosario, mentre la sinistra, con un piccolo taglio, copriva
una delle ferite. I parrocchiani che venivano per partecipare
alla prima Messa, furono i primi a vedere il corpo esanime di
p. Job. Il sacrestano e diverse altre persone, comprese le suore
del vicino convento, videro allora il corpo di p. Job e informarono
quindi il Vescovo, le parrocchie vicine, la polizia e le istituzioni.
Come la notizia si diffuse, i leader politici e religiosi ed un
gran numero di persone vennero a rendere omaggio a p. Job.
Molte persone furono interrogate a lungo per le indagini e si
sono seguite diverse piste. La persona che ha ucciso p. Job si
ritiene fosse un esperto, che non ha lasciato tracce né
ha prelevato nulla. Dal momento che la chiesa parrocchiale registrava
regolari progressi mentre un vicino tempio hindu era sempre più
abbandonato, sembra che un gruppo fondamentalista hindu credesse
nella superstizione che il sangue di un sacerdote cristiano è
la cosa migliore per il progresso del tempio. Una ventina di anni
fa, il proprietario e sacerdote del tempio venne ucciso dai marxisti
e da allora il tempio iniziò ad essere abbandonato. Questo
potrebbe aver dato origine ad un complotto contro il parroco ed
aver determinato anche il modo in cui ucciderlo. Sebbene la polizia
locale alla fine abbia arrestato un individuo ritenuto responsabile
di questo orrendo omicidio, noi riteniamo che ci siano altre persone
coinvolte in questo crimine.
Padre Job era un sacerdote semplice, che amava gli uccelli, i
fiori e la natura in modo speciale. Era un buon pastore, che parlava
molto poco e lavorava duro. Dei suoi 45 anni di sacerdozio ne
trascorse la maggior parte nelle parrocchie, dedicandosi alle
necessità pastorali della gente. Aveva una particolare
attenzione per i poveri e gli afflitti della sua comunità.
Con un volto sorridente ha adempiuto fedelmente ai compiti affidatigli
ed ha offerto la sua vita nelle mani del Signore. L’assassinio
di p. Job possa ispirare la sua gente a vivere per Cristo ed a
proclamare la propria fede coraggiosamente.
Noi, sacerdoti, laici ed io stesso, crediamo che la morte di p.
Job ci abbia lanciato una nuova sfida, a vivere meglio la nostra
fede nelle nuove circostanze del Kerala. Chiediamo le vostre preghiere
per noi affinché possiamo proclamare Cristo con maggior
frutto e portare il suo messaggio di amore ad ogni persona del
mondo. (+ James Pazhayattil, Vescovo di Irinjalakuda).
Mons. Kazimir Višaticki, ucciso in Bosnia Erzegovina
il 18 novembre 2004
Nella mattinata del 18 novembre 2004 abbiamo saputo che nel presbiterio
di Bosanska Gradiska (Diocesi Banja Luka, Bosnia-Erzegovina) era
stato ucciso uno dei più stimati e impegnati sacerdoti
della diocesi di Banja Luka: Mons. Kazimir Višaticki. Mons.
Višaticki era parroco di Bosanska Gradiska e amministratore
parrocchiale di Nova Popola e Dolina. Mons. Višaticki aveva
66 anni ed era sacerdote da 42 anni. La madre, che viveva con
lui, è sopravissuta agli attacchi dell’omicida. La
famiglia Višaticki ha donato quattro degli undici figli come
sacerdoti alla diocesi di Banja Luka: oltre a Mons. Kazimir ci
sono P. Adolf, P. Franjo e Mons Karlo.
Mons. Višaticki era nato il 4 marzo 1939 a Carnea nella parrocchia
di Bosanska Gradisca, figlio di una famiglia di immigranti polacchi,
dal padre Ivan e dalla madre Barbara Ostrowska. Kazimir era il
più grande di 11 fratelli. Dopo la scuola elementare a
Bosanska Gadiska ha continuato i suoi studi scolastici nel Seminario
Salata a Zagabria (Croazia) per concludere gli ultimi due anni,
fino al 1957, al liceo di Djakovo (Croazia). Di seguito ha studiato
filosofia e teologia all’Istituto Superiore di filosofia
e teologia a Djakovo (Croazia) fino al 1963. Era stato ordinato
sacerdote il 29 giugno 1964, festa degli Apostoli Pietro e Paolo.
Dopo la sua ordinazione è stato cappellano nella parrocchia
di Stara Rjeka dal 21 ottobre 1964 fino alle fine del 1965, quando
è stato nominato parroco della stessa parrocchia. Il 21
marzo 1967 è stato trasferito alla parrocchia di Dolina
dove ha contribuito, insieme ai fedeli, all’ampliamento
della chiesa parrocchiale e del presbiterio. Come altri sacerdoti
cattolici, durante il regime comunista dell’Ex-Jugoslavia
ha vissuto momenti terribili che però non hanno diminuito
la forza della sua fede. Nell’agosto 1995 durante la guerra
in Bosnia-Erzegovina è stato costretto dai soldati serbi
a lasciare insieme ai suoi fedeli la parrocchia di Dolina ed a
rifugiarsi in Croazia. Come sacerdote e rifugiato è rimasto
quattro anni in Croazia, dove si è preso cura dei fedeli
cattolici. Il 28 febbraio 1999 ha iniziato il suo ministero come
parroco di Bosansik Petrovac nella sua diocesi di Banja Luka.
Dopo un breve periodo di malattia si è trasferito il 12
dicembre 1999 alla sua ultima parrocchia, Bosanska Gradiska, dove
è morto ucciso il 18 novembre 2004.
Mons. Višaticki era un sacerdote molto zelante e molto amato
nella Diocesi di Banja Luka. Nel 1976 era stato nominato Decano
del decanato di Prnjavor e durante il suo incarico come parroco
di Dolina nel 1990 era stato nominato Decano del decanato di Bosanska
Gradiska. Era consulente del Vescovo e aveva anche altri incarichi
nella diocesi. Per i suoi meriti era stato nominato Monsignore
il 15 luglio 1997. Come il giorno più bello della sua vita
ricordava l’incontro con Papa Giovanni Paolo II, suo compatriota,
durante la visita a Banja Luka nel 2004.
Il suo motto era “Io so, a chi ho creduto!”. In una
lettera il Vescovo defunto di Banja Luka, Alfred Pilcher, gli
scrisse: “Lei ha fatto tantissimo per la sua parrocchia
e di questo Le sono molto grato. Per questo le affido anche la
pastorale dei bambini e della gioventù”. Nella sua
storia di 120 anni, la Diocesi di Banja Luka conta 48 martiri
tra sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose. (P. Tomo Kneevic,
Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Bosnia-Erzegovina)
Suor Christiane Philippon uccisa in Ciad il 26 dicembre
Suor Christiane era nata il 21 marzo 1946 a Saint Privat d’Allier,
piccolo villaggio dell’alta Loira, in Francia. Entra tra
le suore di Notre Dame des Apôtres nel 1969, e dopo il noviziato
, nel 1970 viene inviata in Ciad per la prima volta. Ritornata
a Lione completa la sua formazione e dal 1976 è di nuovo
in Ciad, dove fino al 1983 si occupa di animazione rurale, formazione
delle donne e delle ragazze, partecipa attivamente alla catechesi,
all’animazione dei movimenti giovanili. Nel 1983 viene richiamata
in Francia per dedicarsi all’animazione missionaria, a far
conoscere l’Africa, con i problemi e le speranze di questa
giovane Chiesa. Suor Christiane vi si dedica totalmente con l’entusiasmo
che le è proprio, visitando scuole, collegi, parrocchie…
Nel 1986 torna in Ciad per proseguire a lavorare per la promozione
della donna. Nel 1991 viene nominata responsabile regionale delle
suore di Notre Dame des Apôtres del Ciad. Nel 1994 parte
per la Costa d’Avorio, eletta consigliera provinciale della
provincia dell’Africa francofona del suo istituto. Viaggia
molto nelle differenti regioni della provincia, conosce popoli,
usi, costumi nuovi. Nel 2000 torna in Ciad e nel 2004 accetta
l’incarico di superiora regionale. Nella notte tra il 25
ed il 26 dicembre viene uccisa lungo la strada da Loumia a Gambarou
da un colpo d’arma da fuoco che la raggiunge al cuore, sparato
contro la macchina su cui viaggiava insieme ad altre consorelle.
Suor Christiane ha consacrato tutta la sua vita al servizio di
questo Paese, che ha sempre portato nel suo cuore. Percorrendo
i villaggi, accompagnando la crescita delle Comunità ecclesiali
di Base, animando i gruppi vocazionali, suor Christiane non si
risparmiava nell’accogliere tutti, qualunque fossero le
loro condizioni sociali. Donna dinamica e sempre sorridente, era
una “autentica africana” come dissero i Ciadiani colpiti
dal suo senso di accoglienza e dall’adattamento a qualsiasi
tipo di situazione. Lo testimoniano le consorelle della sua comunità:
“Christiane era una suora stimolante nella comunità
di cui era responsabile, attenta ai nostri più piccoli
segni di fatica, per ridarci slancio con un sorriso, un sospiro
complice, un piccolo scherzo, un souvenir del suo paese natale,
uno sguardo incoraggiante. Era molto umana, vicina alla gente,
di ogni tipo, senza fare eccezioni. Amava ripeterci: “Il
senso della nostra presenza missionaria si manifesterà
nel modo in cui sapremo accogliere quanti vengono da noi. Quelli
che vengono a piedi, in bicicletta, in moto o in automobile, andiamogli
incontro con autentico sorriso. Ascoltiamoli. Accogliamoli come
accogliamo Gesù”.
Come la Samaritana nel Vangelo (è questo il passo che Christiane
aveva scelto per il suo impegno definito e che fu sempre la sua
linea di vita), Christiane ha compreso che nella preghiera, nell’adorazione
si scopre Dio come padre e di questo ha dato testimonianza. “Quando
suor Christiane prega, si vede che è una donna di fede,
una donna di Dio” dicevano le sue consorelle. Aveva un senso
molto forte della presenza di Dio, preparava con cura le celebrazioni,
i tempi di adorazione in comunità. Aveva un senso molto
alto del dovere, della giustizia, della verità, era molto
esigente nei confronti di se stessa e dimostrava grande compassione
per gli altri.
L’Arcivescovo di N’Djamena (Ciad), Mons. Mathias N’Garteri,
durante la Messa di sepoltura a N’Djamena, il 31 dicembre
2004, disse nell’omelia: “La scelta di essere missionaria
in Ciad è stata un atto deliberato di suor Christiane.
Come Cristo scelse di venire in questo paese per il primo annuncio
del Vangelo: non dimentichiamo che il Ciad è stato l’ultimo
paese a ricevere la luce del Vangelo, nel 1929. Suor Christiane
è venuta in Ciad per quattro volte: nel 1969, nel 1976,
nel 1998 e nel 2000. Non ha mai lasciato e non lascerà
più questo paese, non lascerà mai l’Africa,
perché questo è il suo paese, il suo continente”.
Il giorno della sua professione perpetua, il 22 luglio 1979, suor
Christiane pregava così: “Ti rendo grazie e ti prego
prima di tutto per i miei genitori, la mia famiglia qui, giorno
dopo giorno mi ha insegnato ad amare, a pregare, ad accogliere
e a donare. Ti ringrazio anche per tutti i giovani incontrati,
soprattutto nelle équipe MRJC. Insieme abbiamo cercato
di far passare il tuo Vangelo nelle nostre vite di giovani. Tu
solo, Signore, conosci i cuori. Io ti rendo grazie per la ricchezza
di questi incontri, per tutto ciò che ognuno di noi ha
ricevuto o generosamente donato. Ti rendo grazie per me stessa,
perché è in quel contesto che è nata la mia
vocazione religiosa e missionaria. Presso di te, Signore, non
posso dimenticare il popolo ciadiano, che porta duramente la sua
croce. Questo popolo così diverso per la sua mentalità
e le sue credenze, ma così vicino a Te. Grazie, Signore,
per tutto quello che ho ricevuto da lui e che mi ha avvicinato
a Te”. (S.L.) |