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XIII Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri
DOSSIER FIDES - 24 marzo 2005
DOSSIER FIDES
24 marzo 2005

1.- I Missionari Martiri del XX sec. Beatificati o Canonizzati da Giovanni Paolo II
2.- Biografie
3.- Martiri del XX secolo: Elenco delle Beatificazioni e Canonizzazioni
4.- “Pane spezzato per i fratelli”: XIII giornata di preghiera e digiuno per i Missionari Martiri
5.- Le indicazioni del Movimento Giovanile Missionario per celebrare la Giornata
6.- Elenco di quanti impegnati nel lavoro missionario sono stati uccisi nell’anno 2004
7.- Quadro Riassuntivo dell’anno 2004
8.- Testimonianze
9.- Il ricordo dei Missionari uccisi nei diversi Paesi del mondo
10.- Scarica il dossier completo (250 kb)

LE BIOGRAFIE

BEATO NICOLA BUNKERD KITBAMRUNG
Riprese contatto con i cattolici nel nord della Tailandia: un compito immane, un territorio da percorrere che si estendeva dal confine del Laos alla Birmania.

Nicola nasce nel distretto di Nakhon Chaisri nel distretto di Nakhon Pathom, allora missione di Bangkok, a quasi 30 chilometri dalla capitale della Thailandia il 31 gennaio 1895. Muore a Bangkok il 12 gennaio 1944. I suoi genitori Giuseppe Poxang e Agnese Thiang si erano sposati con il rito cattolico il 20 novembre 1893. Per il loro primo figlio scelsero il nome di Benedetto, come appare sul certificato di battesimo, ma in seguito fu sempre chiamato Nicola. Crebbe a stretto contatto con i missionari e venne educato cristianamente, come i suoi cinque fratelli.

Riservato e schivo, Nicola amava pregare e servire la Messa. A 13 anni viene inviato nel seminario di Bang Xang per gli studi medi e nel 1920 entra nel seminario maggiore di Penang, allora centro internazionale di studi teologici e ora anche sede diocesana, dipendente da Kuala Lampur (Malaysia).
Ritornato a Bangkok, il 24 gennaio 1926, a 31 anni, viene ordinato sacerdote nella cattedrale della Assunzione, insieme ad altri quattro compagni. Inizia ora il suo importante periodo di attività pastorale, inviato dapprima a Bang-Nok-Khnuek come vicario del missionario padre Durand, delle Missioni Estere di Parigi (MEP). Nell’ottobre dell’anno successivo, il 1927, arrivano in quella località una ventina di giovani chierici salesiani, guidati dall’italiano padre Gaetano Pasotti e da alcuni sacerdoti, per fondare una missione salesiana.
Padre Nicola Bunkerd Kitbamrung si prese cura del gruppo per l’insegnamento della lingua Thai e per la catechesi, continuando allo stesso tempo il suo lavoro apostolico. Il 1 gennaio 1928 l’intera Missione di Bang-Nok-Khnuek fu affidata ai Salesiani, mentre padre Nicola fu destinato come vicario del missionario francese padre Mirabel, a Phitsanulok: qui oltre che dedicarsi all’apostolato, prese a studiare la lingua cinese.
Negli anni dal 1930 al 1937 a padre Nicola venne chiesto di intraprendere un’azione missionaria molto delicata nel nord della Thailandia: riprendere contatto con i cattolici che per motivi diversi avevano abbandonato la pratica della vita cristiana.

Fu un compito immane, il territorio da percorrere era impervio, e in gran parte inesplorato, e si estendeva dal confine del Laos alla Birmania. A Chiang Mai il missionario fece costruire una cappella, per creare un punto di riferimento alla sua azione apostolica. Aveva 42 anni nel 1937, quando venne nominato parroco del distretto di Khorat: la sua azione evangelizzatrice era in piena espansione e dava frutti eccellenti fra i suoi compatrioti. Dal 1938 al 1941 si occupò anche della vicina parrocchia di Non-Kaew. In questo periodo di grande attività pastorale, scoppiò la guerra franco-indocinese che coinvolse la stessa Thailandia e i missionari e i sacerdoti ne pagarono le conseguenze.
Padre Nicola venne accusato di spionaggio a favore dei francesi e quindi arrestato il 12 gennaio 1941 e portato nelle carceri mandamentali. Dopo 40 giorni, venne trasferito in quelle militari di Bangkok. Qui fu processato e condannato a quindici anni di carcere. Il suo arresto e la successiva condanna al carcere, fu soltanto conseguenza dell’odio per la fede dei cattolici e ancora di più per il fatto di essere un sacerdote. Alle autorità politiche non piaceva affatto che padre Nicola Bunkerd continuasse anche all’interno del carcere il suo ministero sacerdotale, confortando, catechizzando e battezzando i suoi compagni di sventura, pertanto fu trasferito nella sezione degli ammalati di tubercolosi, con lo scopo non dichiarato, di fargli contrarre la malattia per accelerarne la fine.
E così avvenne, nel carcere contrasse la tubercolosi e, lasciato senza cure, morì il 12 gennaio 1944 a 49 anni. Il 7 marzo 1995 la Santa Sede concesse il nulla osta alla diocesi di Bangkok per l’inizio dei processi canonici per la sua beatificazione. Beatificato il 5 marzo 2000.

SAN GREGORIO MARIA GRASSI
Il Vicario Apostolico dello Shan-si Meridionale viaggiò, prima sui “Monti occidentali” poi alla Prefettura di Lu-ngan-fu. Nel 1886 è al di là della Grande Muraglia, dappertutto visitando sperduti villaggi che da tempo non vedevano un missionario

Nato a Castellazzo Bormida, diocesi di Alessandria il 13 dicembre 1833 da Giovan Battista Grassi e Paola Francesca Moccagatta, onesti borghesi e possidenti, al battesimo fu chiamato Pier Luigi. Nel 1848 entrò fra i Minori Osservanti Francescani. Nel 1856 fu consacrato sacerdote e nel 1861 partì per la Cina dove per quarant’anni esercitò il suo apostolato come missionario. Giunse alla meta assegnatagli, lo Scian-tong, accolto da un suo lontano parente, il Vicario Apostolico Moccagatta, anch’egli di Castellazzo. Ma non restò molto nello Scian-tong, perché ebbe l’incarico di spostarsi nella lontana provincia cinese dello Scian-si con capitale Tai-yuen-fu, una delle città più celebri e antiche della Cina, a 780 metri sul mare. Per la sua conoscenza del cinese gli fu dato l’incarico di Rettore del seminario locale e confessore del numeroso orfanotrofio femminile, con la cura dei cristiani del circondario, cui si recava nelle feste principali per l’apostolato diretto.
Era particolarmente cultore del canto, che nelle modulazioni semplici dei cinesi, assumevano una struggente melodia. Tutte le devozioni pubbliche in Cina sono accompagnate dal canto. Infondendo fra i suoi cari cinesi le energie di un’intensa attività giovanile, padre Gregorio Grassi trascorse i primi 12 anni, acquistando una preziosa esperienza dei luoghi e degli uomini, che sarà utilissima per la sua lunga carriera missionaria. Il 19 novembre 1876 viene consacrato Vescovo titolare di Ortosia, con diritto di successione nello Shan-si, nella cattedrale di Tai-yuen-fu da parte del Vicario Apostolico di Pechino, che sostituì mons. Moccagatta gravemente ammalato.
Messosi subito all’opera, iniziò la visita pastorale nell’immenso territorio. Nell’aprile 1877 si recò nel distretto di Ta-tong-fu, lontano 450 chilometri dalla capitale. Mentre si raccoglievano i frutti di questa fervorosa attività, la Cina nel 1878 fu colpita da una spaventosa carestie che spopolò città e campagne. Soltanto nello Shan-si la fame fece da 7 ad 8 milioni di vittime, la stessa Tai-yuen-fu ebbe 100 mila morti e dopo la carestia, come spesso accadeva, venne la peste e mons. Grassi fu uno dei primi ad essere colpito, mentre curava gli ammalati. Rimase sedici giorni fra la vita e la morte prima di guarire e scampare alla pestilenza.
Ripresosi dalla lunga convalescenza, si rimise in viaggio, prima sui “Monti Occidentali” poi alla Prefettura di Lu-ngan-fu. Nel 1886 è al di là della Grande Muraglia, per visitare gli sperduti villaggi, ancora in preda alla miseria della passata carestia, confortando e confermando i cinesi cristiani che da tempo non vedevano un missionario. La sua intensa, lunga attività missionaria è documentata dalla sua numerosa corrispondenza epistolare, dove racconta le conquiste apostoliche, la gioia delle conversioni, le tribolazioni subite, la consolazione di avere come collaboratori attivi missionari e buoni catechisti cinesi.
Il 6 settembre 1891 moriva il venerando mons. Moccagatta e quindi tutta la responsabilità del Vicariato dello Shan-si ricadde sulle spalle di mons. Grassi. Il suo impegno aumentò: furono costruite scuole di ogni tipo, ampliate quelle esistenti, consolidato il Seminario indigeno, progettò il primo convento francescano nel 1891 a Tong-eul-kon. Nei suoi 40 anni di missione, edificò, riparò o abbellì circa 60 chiese e oratori, cominciò la costruzione del grande ospedale a Tai-yuen-fu, demolito durante la persecuzione, curò l’accoglienza e la crescita di oltre 200 orfane da lui affidate alle Suore chiamate ad aiutarlo. Uomo integro e virtuoso, era di aspetto austero, magro, con barba veneranda e un parlare secco, amava la semplicità e povertà francescana, indossava la lunga tunica dei missionari cinesi, la croce pettorale di vescovo era di semplice ottone.
Il 27 giugno 1900, cominciarono a Tai-yuen-fu le avvisaglie della persecuzione operata dai boxers, comandati dal sanguinario viceré Yü-sien e scatenata dall’imperatrice settantenne Tz-hsi. Furono bruciate le case e la chiesa dei Protestanti, che furono attaccati per primi. Nonostante qualche tentativo non riuscito, di mettere in salvo i seminaristi e qualche sacerdote più anziano, il viceré l’indomani fece trasferire l’Orfanotrofio in una pagoda buddista.
Il 5 luglio i due vescovi Grassi e Fogolla che lo coadiuvava, i missionari, le suore, i seminaristi e dieci fedeli domestici cristiani, furono condotti con dei carri, scortati dai mandarini e dai soldati, che in teoria dovevano proteggerli, in un edificio-albergo, in pratica una specie di prigione, dove rimasero fino al 9 luglio 1900, quando con un inganno, furono tutti trasportati nel cortile del tribunale di Tai-yuen-fu verso le quattro del pomeriggio. Lì, a colpi di sciabola, vennero tutti massacrati e molti decapitati, per ultime le suore. Anche i Protestanti subirono la stessa sorte.
I loro corpi mutilati furono lasciati esposti fino a sera, quindi ammassati in una fossa comune vicino alle mura della città, presso la Grande Porta Orientale, dove rimasero per tre giorni, in pasto ai cani e agli uccelli rapaci. Per paura di una pestilenza, furono poi sepolti alla rinfusa fuori le mura, assieme alle ossa anonime di mendicanti e giustiziati. Solo con l’intervento delle Potenze Occidentali i boxers vennero dispersi e a gennaio del 1901 vennero esumati i corpi per dare loro una onorevole sepoltura.
Tra i martiri della violenta persecuzione provocata nel 1900 dai boxers, appartengono all’ordine dei Frati Minori oltre al Vescovo Gregorio Grassi anche i Vescovi Antonino Fantosati e Francesco Fogolla, quattro sacerdoti e un fratello religioso. Vi furono anche sette suore Missionarie Francescane di Maria e undici laici del Terz’ordine francescano.
Il 1° ottobre 2000 Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina; beatificati in precedenza in vari gruppi a partire dal 1746 con papa Clemente XIII, fino a Pio XII nel 1951.

SAN LEON IGNACE MANGIN
Massacrato dai boxers insieme a Padre Dem e a più di 3 mila persone a Tchou-Kia-Ho

Nato a Verny presso Metz, in Francia, il 30 luglio del 1857, Leone Ignazio entrò nella Compagnia di Gesù il 5 novembre 1875 e partì per la Cina il 17 settembre 1882. Per quattro anni completò la sua istruzione teologica, pur studiando la lingua cinese, e fu ordinato prete il 31 luglio 1886. Dal 1886 al 1900 Leone – Ignazio ebbe molti incarichi nelle missioni di Ku-Tchang, Ho-Kieu-Fu e King-Tcheu. Dal 1898 bande di briganti, i noti boxers, assalirono le missioni che ritenevano simili alle agenzie commerciali straniere.
Dopo la morte di due missionari gesuiti, i padri Remigio Isorè e Modesto Andlauer, avvenuta il 19 giugno 1900, le comunità cristiane si raggrupparono a Tchou-Kia-Ho sotto la direzione di padre Mangin. Questo suo posto di missione era un piccolo villaggio di 400 anime dove, a causa degli attacchi dei boxers, vennero a rifugiarsi molte altre persone, fino ad arrivare a 3 mila abitanti. Padre Mangin chiamò allora il suo antico compagno di studi, Padre Denn, che viveva in un villaggio vicino (Koutcheng) ed entrambi pianificarono la difesa della zona. I boxers attaccarono il 14 luglio del 1900, ma gli abitanti opposero resistenza e li respinsero. Tre giorni dopo tornarono di nuovo all’attacco e riuscirono ad entrare nel villaggio. Allora i Padri Mangin e Denn riunirono le donne e i bambini nella chiesa. Il 20 luglio i boxers, più forti numericamente, sfondarono la porta e offrirono la salvezza a coloro che avrebbero rinunciato alla fede cristiana. Alcuni accettarono. Poi Padre Denn intonò il confiteor e Padre Mangin pronunciò le parole dell’assoluzione. E i boxers iniziarono il massacro: i corpi vennero decapitati e le teste furono esposte quale esempio per spargere il terrore. Canonizzato il 1° ottobre 2000.

SAN LUIGI VERSIGLIA
Guidò la prima spedizione salesiana in Cina

Luigi Versiglia nasce a Oliva Gessi, Pavia, il 5 giugno 1873. Il 25 febbraio 1930 è ucciso a Li Thau Tseui, in Cina. Il suo ritratto giovanile è quello di un ragazzo vivace, ricco di ingegno, distinto nei modi. Dodicenne è mandato a studiare a Torino, da don Bosco; e da lui nel 1887 si sente dire: “Vieni a trovarmi, ho qualcosa da dirti”. La malattia e la morte del Santo impedirono il colloquio, ma il ragazzo rimase conquistato.
A sedici anni diventa salesiano. Frequenta la facoltà di filosofia all’Università Gregoriana di Roma e dedica il tempo libero all’apostolato tra i giovani. Molto impegnato negli studi teologici e nella sua formazione spirituale, è ordinato sacerdote a 22 anni. L’anno successivo è già direttore e maestro dei novizi salesiani a Genzano di Roma e ben presto si dimostra un impareggiabile formatore di futuri sacerdoti.
Ma fin dalla giovinezza il suo sogno erano le missioni. Nel 1906 parte a capo della prima spedizione di missionari salesiani per la Cina. A Macao, dove è chiamato “padre degli orfani”, assume la direzione di un orfanotrofio e costruisce scuole professionali ammirate da tutta la cittadinanza.
Nel 1910, a causa della rivoluzione portoghese, si rifugia con i suoi confratelli a Hong Kong. E’ allora che il Vescovo di Macao offre ai Salesiani la Missione dell’Heung Shan, e il Vermiglia comincia la vera vita del missionario. Nel 1914 è di nuovo direttore dell’orfanotrofio di Macao. Nel 1918 veniva affidata ai Salesiani una vasta regione de Kwang Tung, che poi divenne il Vicariato Apostolico di Shiuchow, nella regione del Kwangtung, nel sud della Cina. Luigi Versiglia ne fu il primo Vicario apostolico. La nuova missione di Shiuchow fu opera del Versiglia, aiutato dal lavoro missionario dei suoi confratelli salesiani.
Sotto il suo impulso le residenze missionarie si moltiplicarono: istituti, asili, orfanotrofi fiorirono anche nelle zone più desolate. Tra le istituzioni più importanti da lui fondate vanno ricordate l’orfanotrofio di Hosi, due attrezzate scuole magistrali e il seminario indigeno. Aveva le doti del buon pastore, una grande carità, spirito d’abnegazione e un singolare coraggio: quattro volte catturato dai pirati, riuscì sempre a vincerli con la sua calma tranquilla e il suo sereno coraggio. Buono e indulgente con gli altri, duro e austero con se stesso. Alla sua morte furono trovati in una valigia, che teneva sempre chiusa, cinque cilizi e una disciplina, formata da funicelle con grossi nodi ai quali erano fissate delle punte simili a quelle del filo di ferro spinato. Canonizzato il 1° ottobre 2000.

SAN CALLISTO CARAVARIO
Un adolescente limpido, ucciso prima di poter essere ordinato sacerdote

Callisto Caravario nasce a Cuorgnè (Torino), l’8 giugno 1903 e nel 1930 muore in Cina insieme a Mons. Versiglia. Trasferitasi la famiglia a Torino, egli frequentò l’oratorio, la scuola elementare salesiana e il ginnasio a Valdocco. I suoi compagni ancora viventi lo ricordano devoto, riservato, calmo, intelligente, amabile e soprattutto “limpido”. E’ un adolescente molto attento all’attività dei missionari. Vuole premura incontrarli e informarsi dell’azione missionaria nell’occasione delle loro visite a Valdocco.
Sedicenne entra a far parte dei Salesiani di Don Bosco. Tre anni dopo, incontra Mons. Versiglia di passaggio a Torino. “La seguirò in Cina”, promette e sarà di parola. S’imbarcò a Genova, a 21 anni alla volta della Cina. “Sono contento del sacrificio che ho fatto” ha scritto. Lavora in Estremo Oriente, nella lontana isola di Timor, ma prima di tutto a Shanghai e dopo a Schiuchow, dove completa la sua preparazione e viene ordinato sacerdote, da Mons. Versiglia, nel 1929. “Il tuo Callisto – scrisse alla mamma, che condivideva lo spirito missionario – non è più tuo: deve essere completamente del Signore”. Poi scrisse tra le sue riflessioni: “Sarà breve o lungo il mio sacerdozio? Non lo so, l’importante è che io presenti al Signore il frutto dei doni ricevuti”.
Lo presentò l’anno dopo con il generoso martirio. Il suo Vescovo cercò di salvarlo: “Io sono vecchio – disse agli assassini – fucilate me, ma liberate lui così giovane”. I briganti non ebbero pietà. In odio alla fede e per vendicarsi della strenua lotta sostenuta da lui per difendere la dignità personale di tre giovani donne, lo uccisero e lo associarono alla gloria del martirio. Canonizzato il 1° ottobre 2000.

BEATO MAURIZIO TORNAY
Nel 1954 riceve la nomina a parroco di Yerkalo, solitario avamposto missionario in Tibet, terra in preda ad una violenta persecuzione anticristiana.

Il beato Maurizio Tornay, sacerdote professo dell’Ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino della Congregazione dei Santi Nicola e Bemardo “Montis Iovis”, nacque a Rosière (comune di Orsières - cantone del Vallese), Svizzera, il 31 agosto 1910 e morì martire a To Thong, Tibet, l’11 agosto 1949. La sua tomba si trova presso la missione di Yerkalo, in Tibet.
I suoi studi di filosofia e teologia li fece in parte al Grand-Saint-Bernard e in parte a Weisì (Yunnan, Cina), dove era missionario. A Weisì si dedicò prima allo studio del cinese poi del tibetano.
Il 24 aprile 1938 fu ordinato sacerdote ad Hanoi e celebrò la sua prima Messa a Siao-Weisi. Dopo neppure tre mesi gli fu affidata la formazione degli allievi del seminario di Houa-Lo-Pa, che diresse per ben sette anni distinguendosi per la sua dedizione ammirabile. Sosteneva di avere un grande nemico da combattere: la pigrizia propria e quella degli allievi. Alcune cronache descrissero così la sua opera: “Il direttore ha cura di formare i suoi alunni alla pietà, alla lealtà, al sostegno reciproco, all’amore del lavoro. Come Gesù, egli cominciò con il dare l’esempio: la teoria e le esortazioni verranno più tardi. Alzato di buon ora faceva accuratamente le sue preghiere, la sua meditazione, celebrava la sua Messa, in modo da essere disponibile per i suoi alunni, dal mattino alla sera. Si occupava di loro con la tenerezza di una madre, soprattutto quando erano malati. Dava loro talvolta i suoi vestiti e il suo letto, il che metteva il suo superiore, quando s’accorgeva della cosa, nell’obbligo di rifornirlo di tutto”.
Erano anni di guerra e carestia, che imponevano una disciplina rigorosa e una dieta forzata. Il cuoco preparava solitamente dei piatti speciali per il delicato stomaco di Tornay, ma questi preferiva distribuirli ai suoi seminaristi motivandosi così: “Come potrei mangiare ciò davanti ai miei alunni, mentre questi lo divorano con gli occhi?”
In prossimità della Pasqua del 1954 ricevette la nomina a parroco di Yerkalo, solitario avamposto missionario in Tibet, terra in preda ad una violenta persecuzione anticristiana. Supplicò i suoi ex-alunni di “pregare molto”, perché “a Yerkalo potrei lasciare la mia vita”. In tale località, infatti, sia le autorità civili che religiose erano gestite dai lama, che gli diedero ben presto ad intendere di non volerne sapere della presenza cristiana in Tibet. Padre Maurizio cercò di far capire che lui ricopriva tale incarico per volontà del suo Vescovo. Alcune persone del villaggio si mobilitarono per far retrocedere una delle due parti dalle sue posizioni, allo scopo di evitare il peggio.
Tornay scelse dunque la via dell’esilio ritirandosi a Pamé ed esortando i suoi parrocchiani a resistere tra le atrocità della persecuzione imperversante. Cercò l’appoggiò del Nunzio Apostolico e del governo cinese, ma fallita la via diplomatica il Nunzio gli suggerì di partire per Lhasa, nella speranza di riuscire a far ristabilire un clima di tolleranza appellandosi allo stesso Dalai Lama e sperando di ottenere un editto di protezione. Ma i lama locali, che lo avevano fatto espellere dal Tibet già due volte, lo fecero di nuovo catturare e riportare al confine cinese, poco oltre il quale, gli tesero un’imboscata e lo uccisero insieme al suo domestico Doci, l’11 agosto 1949 sul colle di Choula, a 4000 metri. Gli uomini armati incaricati dell’eccidio furono ricompensati con un premio di 1000 piastre.
I due cadaveri furono in un primo tempo trasportati e sepolti nel giardino della missione di Atuntze e successivamente trasferiti nel cimitero delle missione di Yerkalo, dove tuttora sono venerati.
Il nuovo Martyrologium Romanum lo ricorda così nel giorno del suo martirio: “Ai confini del Tibet, ricordo del Beato Maurizio Tornay, presbitero e martire, che, canonico regolare della Congregazione dei SS. Nicola e Bernardo di Monte Giove, annunciò instancabilmente il Vangelo in Cina ed in Tibet, prima di venire assassinato dai nemici di Cristo”. Beatificato il 16 maggio 1993.

BEATO PIETRO TO ROT
Il primo Beato della Nuova Guinea

Pietro To Rot nasce a Radunai, un villaggio dell’isola della Melanesia della Nuova Guinea. I suoi genitori, Angelo To Puia, capo del villaggio, e Maria Ia Tumul, furono tra i primi a convertirsi alla religione cattolica subito dopo l’arrivo dei missionari, nel 1882.
Terzo di sei figli, Pietro conclusi gli studi ottenne il diploma di catechista e affiancò il missionario residente in Radunai nell’opera di evangelizzazione. Nel 1936 sposa Paola Ia Varpit da cui ebbe tre figli. Nel 1942, al momento dell’invasione giapponese in Nuova Guinea, quando tutti i sacerdoti vennero internati in campo di concentramento, Pietro non esitò ad assumersi la responsabilità pastorale della popolazione cattolica. Guidò la preghiera, insegnò il catechismo, conferì il battesimo, assistette ai matrimoni e amministrò l’Eucarestia ai malati. All’inizio del 1945 i giapponesi vietarono ogni attività religiosa, ma il servo di Dio non smise il suo servizio pastorale.
Arrestato una prima volta, fu rilasciato dopo qualche giorno. Nuovamente arrestato a seguito della delazione di un non cattolico, fu condannato a due mesi di prigione. Era detenuto nel campo di Vunaiara da circa sei settimane, quando, in una notte del luglio 1945, fu ucciso da due soldati giapponesi incaricati della sua custodia. Beatificato il 17 gennaio 1995.

SANTI CRISTOFORO MAGALLANES e 24 compagni martiri
Missionario fra gli indigeni “Huichole”

Nato a Guadalajara nel 1869, Padre Cristoforo Magallanes, che dà il nome al gruppo dei martiri messicani, era un pastore di imponente statura che dal 1914 fino alla morte (1927) guidò la rievangelizzazione degli indigeni Huichole che avevano praticamente perso i contatti con la Chiesa da quando i gesuiti erano stati espulsi nel XVIII secolo. Nato da una famiglia povera nel 1869, aveva lavorato la terra fino all’età di 19 anni, quando era entrato nel seminario di Guadalajara. Era stato ordinato nel 1899 e l’anno seguente era divenuto parroco di Totaltiche. Aveva fondato centri catechistici e scuole nei villaggi della sua parrocchia, costruendo persino una diga per l’approvvigionamento idrico e messo i contadini in grado di acquistare piccoli appezzamenti di terreno.
Sebbene totalmente fautore della non violenza, fu coinvolto in una battaglia fra Cristero e truppe governative, il 21 maggio 1927. Arrestato e accusato come fomentatore della rivolta, fu fucilato quattro giorni dopo a Colotlàn, Jalisco (diocesi di Zacatecas.) Prima di morire dichiarò la propria innocenza: “Spero che il mio sangue serva a portare la pace ai messicani divisi”.
È una pagina recente di storia della Chiesa quella che riguarda questo santo latinoamericano. Pagina sanguinosa: perché anche nel cattolicissimo Messico i credenti sono stati a lungo perseguitati da uno Stato anticlericale, e il sacerdote Cristoforo Magallanes fa parte di una numerosa schiera di martiri messicani.

Santi e Beati Martiri Messicani del XX secolo
Nell’anno 1917 venne promulgata in Messico una Costituzione anticlericale firmata dal presidente D. Venusiano Carranza, la quale dette inizio ad una fase di persecuzione religiosa. La Chiesa per voce dell’Episcopato espresse la sua contrarietà nei confronti delle leggi di detta Costituzione provocando una forte reazione da parte del governo. In seguito, dal 1926 in poi durante la presidenza di D. Plutarco Elìas Calles la persecuzione si fece più violenta con l’espulsione dei sacerdoti stranieri, la chiusura delle scuole private e di alcune opere di beneficenza. I laici messicani avevano formato una organizzazione denominata Lega in Difesa della Libertà Religiosa. Questa “Lega” proclamava quanto segue: “Deploriamo la guerra, ma la nostra dignità oltraggiata e la nostra fede perseguitata ci obbliga a correre per difenderci sullo stesso campo su cui si sviluppa l’attacco”.
Il popolo non poté resistere alle privazioni che il boicottaggio portava, cosicché da se stesso e senza il diretto intervento del clero, decise di difendere la propria libertà religiosa per mezzo delle armi. Fu così che sorse la guerra di guerriglia, conosciuta come “movimiento cristero”. Il movimento cristero non fu promosso dalla gerarchia ecclesiastica, ma dai laici. Costoro cercarono l’appoggio dei propri pastori, appoggio che fu dato in parte e in modi diversi, generalmente il clero appoggiò la resistenza pacifica. Alcuni sacerdoti furono ostili al movimento, altri abbandonavano le parrocchie, ci furono alcuni attivamente favorevoli a questo e presero parte persino ai combattimenti e altri come è il caso di quelli che saranno canonizzati si prodigarono nella cura delle anime del proprio gregge pur sapendo di rischiare la vita. “Nel 1910 in campagna e nelle piccole città di provincia, la vita religiosa è talmente sviluppata [Luis Gonzàlez: Popolo in bilico, Mexico, 1967] che è onnipresente; ci troviamo di fronte a persone tanto pie che pensavano e parlavano come fossero monaci; il sacerdote per loro è sacro; le virtù cristiane sono fra loro sociali…” , così scrive uno dei più attenti storici della persecuzione anticattolica messicana, lo storico francese Jean Meyer.
Durante gli anni della cruenta persecuzione della Chiesa dettero la loro vita per la fede cattolica numerosi sacerdoti e laici, di essi 27 sono stati già beatificati. Il primo fu il gesuita P. Miguel Agustin Pro il 25 settembre 1988. Lo hanno seguito il 22 novembre 1992 altri 25 martiri: 22 sacerdoti e tre giovani secolari che con una profonda coscienza di appartenenza cristiana accompagnarono i loro parroci alla morte condividendo con essi il martirio: in seguito fu beatificato anche il padre Nieves, un sacerdote agostiniano che esercitava il suo ministero nello stato di Michoacan, il quale fu fucilato. Furono tutti uccisi dalle autorità dello stato senza alcun processo, quasi tutti furono torturati e giustiziati nel luogo stesso della loro detenzione perfidamente, durante la notte, per timore della reazione popolare. In alcuni casi l’esecuzione fu pubblica e barbara per spaventare e punire i fedeli. Venticinque di questi beati martiri sono stati canonizzati da Giovanni Paolo II il 21 maggio 2000. Oltre a Cristobal Magallanes, questi i loro nomi: Roman Adame Rosales; Rodrigo Aguilar Aleman; Julio Alvarez Mendoza; Luis Batis Sainz; Agustin Caloca Cortes; Mateo Correa Magallanes; Atilano Cruz Alvarado;
Miguel de la Mora de la Mora; Pedro Esqueda Ramirez; Margarito Flores Garcia; Jose Isabel Flores Varala; David Galvan Bermudez; Salvador Lara Puente; Pedro de Jesus Maldonado Lucero; Jesus Mendez Montoya; Manuel Morales; Justino Orona Madrigal; Sabas Reyes Salazar; Jose Maria Robles Hurtado; David Roldan Lara; Toribio Romo Gonzalez; Jenaro Sanchez Delgadillo; David Uribe Velasco; Tranquilino Ubiarco Robles.

Fonti delle biografie: BSS – Santa Sede
(Agenzia Fides 24/3/2005)

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