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“Perseguitati
ma non abbandonati”
I missionari martiri: parabola per l’uomo d’oggi
Don Giuseppe Pellegrini, Assistente del Movimento Giovanile
Missionario delle Pontificie Opere Missionarie
Anche nel 2003 la Chiesa vede arricchirsi il suo martirologio.
Molti nostri fratelli e sorelle missionari hanno incontrato una
morte violenta, versando il loro sangue per l’annuncio del
vangelo e la testimonianza della carità cristiana: unico
segno di speranza in mezzo a tante fatiche e sofferenze. Sono
stati uccisi per nessun’altra colpa che quella di essere
cristiani. Ciò che per il mondo appare morte, persecuzione
e violenza, in Dio non è segno di abbandono ma di sostegno
e di vita nuova. Proprio per questo sono una parabola per l’uomo
di oggi!
Sono testimoni che rimandano alle origini del cristianesimo. Gli
Atti degli Apostoli ci presentano una Chiesa perseguitata. Sono
perseguitati Pietro e Paolo; tutti gli altri devono fuggire dalla
Chiesa madre di Gerusalemme e prima o poi incontreranno il martirio.
Stefano, ricco di ardore missionario, viene lapidato all’inizio
del suo ministero di evangelizzazione. Lo stesso Paolo, apostolo
delle genti e figura dominante della missione, viene a più
riprese processato e percosso. “Cinque volte dai Giudei
ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con
le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio,
ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde.
Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti,
pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli
nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli
da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero,
fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità”
2 Cor. 11, 24-27.
Anche oggi la Chiesa si trova a vivere e incarnare l’immagine
del Servo di Javhè, il servo sofferente, fotografato sapientemente
dal profeta Isaia (cfr. 53,1-3; 42,7). Nata dal martirio del Golgota,
vede perpetuarsi nel tempo quel sacrificio redentore di tanti
suoi figli e figlie in diverse parti del mondo.
Anche i missionari e le missionarie uccisi per il Vangelo, incarnano
molto bene l’immagine del servo sofferente e di Cristo che
si dona per tutti. Familiari con la vita dell’uomo, coinvolti
in tutte le situazioni limite, diventano, con il loro sacrificio
sull’altare del mondo, una parabola vivente per l’uomo
d’oggi, promessa di una vita nuova, di una salvezza e speranza
che Dio in Gesù Cristo offre ad ogni uomo, accelerando
così l’avvento di “nuovi cieli e una terra
nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia”
(2 Pietro 3,13).
La missione è opera solo di una Chiesa povera e perseguitata,
libera di camminare in compagnia dei piccoli e dei poveri e di
condividere la sorte degli oppressi. Infatti il periodo più
straordinario e più fecondo della missione coincide anche
con il momento di più sofferenza e persecuzione. L’uccisione
dei missionari martiri, a differenza della morte di uomini politici
o dello spettacolo, normalmente non suscita scalpore. Ma essi
sono come il lievito, l’humus della terra: non lo si nota
ma rende fecondo il campo per nuove seminagioni. Ecco perché
non sono abbandonati da Dio, ma non sono nemmeno abbandonati dalla
comunità cristiana, dalla Chiesa che vede in essi la speranza
per un mondo rinnovato, il segno che Dio non abbandona l’umanità
e che la terra troverà pace e serenità solamente
in Lui. In essi la Chiesa riconosce la loro luce che illumina
la vita e la fede nella storia contemporanea.
“Il martirio – scrive Giovanni Paolo II nella Incarnationis
Mysterium – è la prova più eloquente della
verità della fede, che sa dare un volto umano anche alla
più violenta delle morti e manifesta la sua bellezza anche
nelle più atroci persecuzioni” (n. 13).
Ecco perché nel suo calendario la Chiesa ha fissato la
data del 24 marzo come giornata di ricordo e celebrazione dei
suoi martiri. Nel lontano 1980, proprio in questo giorno, il vescovo
di San Salvador della Colombia, Oscar Romero veniva ucciso mentre
celebrava la S. Messa. Ricordare i missionari martiri, celebrare
il loro sacrificio significa riscoprire la fede in Gesù,
unico salvatore, alimentare la speranza in un mondo più
giusto e più fraterno e vivere la carità e la solidarietà
verso i più poveri e più deboli.
Don Giuseppe Pellegrini
Assistente del Movimento Giovanile Missionario delle Pontificie
Opere Missionarie
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