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XII Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri, 2004
"I missionari martiri: perseguitati ma non abbandonati"
XII Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri

1.- I missionari martiri: perseguitati ma non abbandonati
2.- Indicazioni per la celebrazione della Giornata dei Missionari Martiri
3.- Missionari uccisi nel 2003
4.- Veglia
5.- Via Crucis
6.- Movimento Giovanile Missionario
7.- Offerta della sofferenza.

La Chiesa che cammina con l’umanità incontro al suo Signore e lo segue sulla via del servizio profetico, è una Chiesa perseguitata. L’annuncio di Gesù Cristo, unico salvatore dell’uomo, la denuncia dell’egoismo umano e delle sue violenze, la solidarietà con le povertà dell’umanità conducono inevitabilmente alla persecuzione.
Anche nel 2003 la Chiesa vede arricchirsi il suo martirologio. Molti nostri fratelli e sorelle missionari hanno incontrato una morte violenta, versando il loro sangue per l’annuncio del vangelo e la testimonianza della carità cristiana: unico segno di speranza in mezzo a tante fatiche e sofferenze. Sono stati uccisi per nessun’altra colpa che quella di essere cristiani!

1. Sono testimoni che rimandano alle origini del cristianesimo. Gli Atti degli Apostoli ci presentano una Chiesa perseguitata. Sono perseguitati Pietro e Paolo; tutti gli altri devono fuggire dalla Chiesa madre di Gerusalemme e prima o poi incontreranno il martirio. Stefano, ricco di ardore missionario, viene lapidato all’inizio del suo ministero di evangelizzazione. Lo stesso Paolo, apostolo delle genti e figura dominante della missione, viene a più riprese processato e percosso. “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità” 2 Cor. 11, 24-27.
La Chiesa si trova spesso a vivere e incarnare l’immagine del Servo di Javhè, il servo sofferente (cfr. Isaia 53,1-3; 42,7) che condivide la sorte degli oppressi, andando incontro inevitabilmente alla persecuzione e oppressione violenta, fino alla morte. Nata dal martirio del Golgota, vede perpetuarsi nel tempo quel sacrificio redentore di tanti suoi figli e figlie in diverse parti del mondo.
Anche i missionari e le missionarie uccisi per il Vangelo, incarnano molto bene l’immagine del servo sofferente e di Cristo che si dona per tutti. Familiari con la vita dell’uomo, coinvolti in tutte le situazioni limite, diventano, con il loro sacrificio sull’altare del mondo, una parabola vivente per l’uomo d’oggi, promessa di una vita nuova, di una salvezza e speranza che Dio in Gesù Cristo offre ad ogni uomo, accelerando così l’avvento di “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pietro 3,13).

2. E’ proprio questo contrasto di debolezza-forza che permette di riconoscere senza difficoltà l’azione santificatrice di Dio. Ciò che per il mondo appare morte, persecuzione e violenza, in Dio non è segno di abbandono, ma di sostegno e di vita nuova. Paolo stesso sperimenta nella sua vita la forza straordinaria del Signore che sostiene e sorregge costantemente la sua debolezza nei momenti più difficili. E’ sì perseguitato, ma mai abbandonato dall’aiuto divino, perché in prima persona vive la medesima situazione di Gesù che è passato dalla morte alla risurrezione e ascensione al cielo.
E’ la stessa ‘forza della vita’ che sorregge anche oggi i missionari a portare il Vangelo in ogni angolo della terra, a rischiare la propria vita per l’annuncio del Vangelo e la testimonianza dell’amore che il Signore ha per ogni persona, rimanendo vicini alle persone che soffrono, in situazioni di povertà e di guerra. Come la predicazione di Cristo ha messo in crisi i potenti così la testimonianza di vita di tanti martiri disperde e mette in crisi le sicurezze umane, mettendo al centro della vita le parole di Gesù: “Beati quando vi perseguiteranno” (Matteo 5,11) e “sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato” (Matteo 10,22).
La missione è opera solo di una Chiesa povera e perseguitata, libera di camminare in compagnia dei piccoli e dei poveri e di condividere la sorte degli oppressi. Infatti il periodo più straordinario e più fecondo della missione coincide anche con il momento di più sofferenza e persecuzione.

3. L’uccisione dei missionari martiri, a differenza della morte di uomini politici o dello spettacolo, normalmente non suscita scalpore. Ma essi sono come il lievito, l’humus della terra: non lo si nota ma rende fecondo il campo per nuove seminagioni. Ecco perché non sono abbandonati da Dio, ma non sono nemmeno abbandonati dalla comunità cristiana, dalla Chiesa che vede in essi la speranza per un mondo rinnovato, il segno che Dio non abbandona l’umanità e che la terra troverà pace e serenità solamente in Lui. In essi la Chiesa riconosce la loro luce che illumina la vita e la fede nella storia contemporanea.
“Il martirio – scrive Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Incarnationis Mysterium – è la prova più eloquente della verità della fede, che sa dare un volto umano anche alla più violenta delle morti e manifesta la sua bellezza anche nelle più atroci persecuzioni” (n. 13).
Ecco perché nel suo calendario la Chiesa ha fissato la data del 24 marzo come giornata di ricordo e celebrazione dei suoi martiri. Nel lontano 1980, proprio in questo giorno, il vescovo di San Salvador della Colombia, Oscar Romero veniva ucciso mentre celebrava la S. Messa. Ricordare i missionari martiri, celebrare il loro sacrificio significa riscoprire la fede in Gesù, unico salvatore, alimentare la speranza in un mondo più giusto e più fraterno e vivere la carità e la solidarietà verso i più poveri e più deboli.

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