Il
Nord-est della Thailandia è stato parte di una
delle più antiche civiltà del Sud-Est Asiatico.
L'attuale Paese si è sviluppato in seguito alla
migrazione dei popoli Thai, provenienti dal Yunnan (Cina),
nel secolo XIII, i quali si sono progressivamente unificati
con i Mon, che occupavano con i loro villaggi una stessa
area che arrivava fino alla Birmania, e con i più
evoluti Khmer, predominanti nella Cambogia.
Il regni di Sukhothai (fino al 1438) e di Ayutthaya (distrutto
dai Birmani nel 1767) costruirono le fondamenta per l'emergenza
dell'attuale dinastia Chakri, alla fine del XVIII secolo.
Nel Secolo XIX, situato tra i domini coloniali dell’Inghilterra
(Birmania e Malesia) e della Francia (Cambogia e Laos),
il Regno di Siam riuscì a conservare l’indipendenza
grazie alla propria posizione di Stato-cuscinetto e a
un gioco di equilibrio tra le influenze straniere.
Nonostante le riforme operate dal Re Chulalongkorn (1868-1910),
il regime di monarchia assoluta era rimasto invariato,
e il potere politico era sempre nelle mani della famiglia
reale e dell’aristocrazia terriera. Nondimeno, l’occidentalizzazione
del Paese (nell’esercito, nell’amministrazione
e nell’istruzione pubblica) faceva nascere un’esigua
classe media di funzionari, di ufficiali e di liberi professionisti.
Il loro malcontento, dovuto all’impossibilità
di accedere alle cariche superiori detenute dall’aristocrazia,
si cristallizzò al momento della crisi mondiale
del 1929, che indebolì l’economia coloniale
e provocò anche in Siam massicci licenziamenti,
riduzioni di stipendi, aumenti di imposte.
Il colpo di Sato del 24 giugno 1932, promosso dal «Partito
del Popolo», pose fine alla monarchia assoluta della
prima dinastia Chakri e la sostituì con una Costituzione
che sanciva la formazione di un governo responsabile di
fronte a un’assemblea, i cui membri erano per metà
eletti e per metà nominati dal Re.
La spinta nazionalista si accentuò con l’avvento
al potere del Generale Pibun Song-gram (leader dei conservatori
e dei militari) nel dicembre del 1938, che lanciò
la dottrina «Pan Thai» e mutò il nome
di Siam in quello di Thailandia (1939), la «terra
dei Thai», con il programma di riunire tutte le
popolazioni Thai della penisola indocinese. E’ in
pieno fermento nazionalistico che, nel giugno del 1940,
i giapponesi firmano un Trattato d’intesa con la
Thailandia.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Thailandia
riacquisterà abbastanza facilmente la sua posizione
internazionale con l’appoggio di Washington, cui
interessava estendere la propria influenza nel Sud-Est
asiatico a spese delle tradizionali potenze coloniali.
Un impegno sempre più accentuato a fianco degli
Stati Uniti caratterizzerà d’ora in poi la
politica estera tailandese.
Dopo un breve periodo di governo civile, nell’immediato
dopoguerra, nel contesto della Guerra Fredda, della vicinissima
Guerra di Indocina e, poi, del Vietnam, le Forze Armate
detengono costantemente il potere politico, in seguito
al Colpo di Stato dell’8 novembre 1947.
Bisogna attendere il 20 giugno 1968 perché sia
promulgata una nuova Costituzione, la quale, peraltro,
non intacca la continuità del Regime, poiché
la Camera elettiva deve dividere il potere legislativo
con un Senato interamente nominato dal Re (sotto l’influsso
dei militari e dei conservatori).
In certo modo, il predominio politico dell’Esercito
e la necessità della lotta contro il «Fronte
Patriottico Tailandese» (di ideologia marxista e
forte nel Nord-Est del Paese, sottosviluppato e di popolazione
laotiana) hanno ritardato lo sviluppo di una dirigenza
politica civile fino alle massicce dimostrazioni popolari
del 1992, a Bangkok.
Il
Re è il Capo dello Stato e il Comandante Supremo
delle Forze Armate. Sua Maestà, il Re Bhumibol
Adulyadej, è salito al trono nel 1946 (il suo regno
è il più lungo della storia tailandese)
e, in seguito al suo intervento in favore del pieno ritorno
al governo civile, gode di un immenso prestigio morale
fra la popolazione e di grande influenza politica nella
vita del Paese.