SANTA MESSA “PRO ELIGENDO
ROMANO PONTIFICE”
Alle 10 di questa mattina, nella Patriarcale Basilica Vaticana,
ha luogo la Santa Messa “pro eligendo Romano Pontifice”.
La Messa è concelebrata dai Cardinali elettori e presieduta
dal Decano del Collegio Cardinalizio, Em.mo Card. Joseph Ratzinger.
Pubblichiamo di seguito l’omelia dell’Em.mo Card.
Joseph Ratzinger:
OMELIA DELL’EM.MO CARD. JOSEPH RATZINGER
Is 61, 1 - 3a. 6a. 8b - 9
Ef 4, 11 - 16
Gv 15, 9 - 17
In quest’ora di grande responsabilità, ascoltiamo
con particolare attenzione quanto il Signore ci dice con le sue
stesse parole. Dalle tre letture vorrei scegliere solo qualche
passo, che ci riguarda direttamente in un momento come questo.
La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del
Messia – un ritratto che riceve tutto il suo significato
dal momento in cui Gesù legge questo testo nella sinagoga
di Nazareth, quando dice: “Oggi si è adempiuta questa
scrittura” (Lc 4, 21). Al centro del testo profetico troviamo
una parola che – almeno a prima vista – appare contraddittoria.
Il Messia, parlando di sé, dice di essere mandato “a
promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno
di vendetta per il nostro Dio.” (Is 61, 2). Ascoltiamo,
con gioia, l’annuncio dell’anno di misericordia: la
misericordia divina pone un limite al male - ci ha detto il Santo
Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona:
incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio.
Il mandato di Cristo è divenuto mandato nostro attraverso
l’unzione sacerdotale; siamo chiamati a promulgare –
non solo a parole ma con la vita, e con i segni efficaci dei sacramenti,
“l’anno di misericordia del Signore”. Ma cosa
vuol dire Isaia quando annuncia il “giorno della vendetta
per il nostro Dio”? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura
del testo profetico, non ha pronunciato queste parole –
ha concluso annunciando l’anno della misericordia. É
stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi dopo
la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto
il suo commento autentico a queste parole con la morte di croce.
“Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno
della croce…”, dice San Pietro (1 Pt 2, 24). E San
Paolo scrive ai Galati: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione
della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta
scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo
Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi
ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede”
(Gal 3, 13s).
La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato,
non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo
e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva.
Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del
suo amore sofferente.
Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono
nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è
la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre
per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del
Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la
sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella
nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo”
(Col 1, 24).
Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui
si tratta in sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri
e dei carismi nella Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso
al cielo; quindi, della maturazione della fede e della conoscenza
del Figlio di Dio, come condizione e contenuto dell’unità
nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune partecipazione alla
crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione
del mondo nella comunione col Signore.
Soffermiamoci solo su due punti. Il primo è il cammino
verso “la maturità di Cristo”; così
dice, un po’ semplificando, il testo italiano. Più
precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della “misura
della pienezza di Cristo”, cui siamo chiamati ad arrivare
per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere
fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa
consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo:
significa essere “sballottati dalle onde e portati qua e
là da qualsiasi vento di dottrina…” (Ef 4,
14). Una descrizione molto attuale!
Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni,
quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola
barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado
agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro:
dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo
all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago
misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e
così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza
quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia
che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una
fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato
come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi
portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”,
appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei
tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo
che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima
misura solo il proprio io e le sue voglie.
Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio,
il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta”
non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima
novità; adulta e matura è una fede profondamente
radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia
che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il
criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità.
Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare
il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede -
che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo
ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue
peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle
onde – una bella parola: fare la verità nella carità,
come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo,
coincidono verità e carità. Nella misura in cui
ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità
e carità si fondono. La carità senza verità
sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come
“un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).
Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo
due piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose
parole: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho
chiamato amici” (Gv 15, 15). Tante volte sentiamo di essere
- come è vero - soltanto servi inutili (cf Lc 17, 10).
E, ciò nonostante, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi
amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce l’amicizia
in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice
tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e,
con la fiducia, anche la conoscenza.
Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza
per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della
croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con
il suo io: “questo è il mio corpo...”, “io
ti assolvo...”. Affida il suo corpo, la Chiesa, a noi. Affida
alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità
– il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il mistero
del Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito” (Gv 3, 16). Ci ha reso suoi amici – e noi
come rispondiamo?
Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l’amicizia,
è la comunione delle volontà. “Idem velle
– idem nolle”, era anche per i Romani la definizione
di amicizia. “Voi siete miei amici, se fate ciò che
io vi comando” (Gv 15, 14). L’amicizia con Cristo
coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro:
“Sia fatta la tua volontà come in cielo così
in terra”. Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato
la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme
ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma
della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà
nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: “Non
come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 21, 39). In questa
comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione:
essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più
amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più
cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere
redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!
L’altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è
il discorso di Gesù sul portare frutto: “Vi ho costituito
perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”
(Gv 15, 16).
Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo:
vi ho costituito perché andiate… Dobbiamo essere
animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare
a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In
verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è
stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto
la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire
altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini
vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane?
Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno.
Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose
scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è
l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità.
Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato
nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto
capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla
gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché
ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così
la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.
Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini.
La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo
in cielo, “ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4,
8). Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli,
profeti, evangelisti, pastori e maestri. Il nostro ministero è
un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo –
il mondo nuovo.
Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli
uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza
il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni
Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un
pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore,
alla vera gioia. Amen. |