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Vaticano >> Pontificio Consiglio della Pastorale della Salute
Alcuni punti Biblici sulla Procreazione Umana
Javier Cardinale Lozano Barragán

Città del Vaticano, febbraio 19, 2004.

Ringrazio la Pontificia Accademia per la Vita per avermi invitato a fare l’Inaugurazione della sua Assemblea Generale, e che mi abbia suggerito riflettere sul significato biblico teologico della procreazione umana. Infatti, due anni fa in una occasione analoga ho riflettuto sulla vita umana in se stessa, ed oggi, come continuazione, il mio pensiero si dirige sull’origine prossima di essa.

Mi fermerò un po’ sul primo capitolo della Genesi come inizio, dopo farò alcuni accenni sul tema in altri libri del Vecchio Testamento, e finirò alludendo al Nuovo Testamento, con la menzione sul mistero del matrimonio in San Paolo. Il filo conduttore che mi guiderà nella interpretazione dei testi sacri, sarà il Magistero di Giovanni Paolo II, che proprio all’ inizio del suo Pontificato, specialmente nelle catechesi dei Mercoledì, ha sviluppato ampiamente il tema .

1. Alcune riflessioni su Gn 1

a) La creazione come dono fondamentale

Come presupposto notiamo che nel versetto che narra la creazione dell’essere umano si ripete tre volte la parola «creò» . Dio si rivela fondamentalmente come Creatore, ma anche come colui che «è amore» (1 Gv 4, 8), perché «soltanto l’amore infatti dà inizio al bene e si compiace del bene (cfr. 1 Cor 13)» . È l’amore divino il motivo della creazione e come la sua sorgente.

Di fronte a un pessimismo diffuso in tanti settori della nostra società moderna, che non di rado vede con timore la procreazione di un nuovo essere umano come un fardello, è urgente proclamare la gioia della creazione. Il senso più profondo della nostra esistenza è che al ‘principio’ di essa c’è l’atto di amore creativo di Dio. All’inizio fu l’Amore di Dio per noi ad elargirci il dono più grande, il nostro essere .

b) La desacralizzazione della sessualità e della procreazione

Ma pure, essendo la creazione frutto dell’amore divino, questa non è un’emanazione panteistica di Dio, ma proprio per la creazione la creatura si distingue infinitamente del Creatore e in questo senso si desacralizza. Nell’antico oriente la sessualità e la procreazione erano fortemente divinizzate. I diversi racconti della creazione di quelle civiltà narrano i matrimoni divini, prototipi del matrimonio umano: un dio-padre e una dea-madre generano degli dei. La sessualità umana, fonte di vita, trova la sua origine nella sessualità e fecondità divine ed è un modo di unirsi alla divinità (si pensi, per esempio, alla prostituzione sacra).

La religione d’Israele è un caso sorprendente ed unico. Dio non è sessuato ed è uno. Dio non si sposa per essere fecondo e non esiste qualcosa come una dea madre. La divinità è riservata a Dio. Tutto ciò che non è Dio («il cielo e la terra») è creato. Nell’affermare che è buona e opera di Dio, il testo sacro desacralizza la sessualità, testimoniando la sua realtà creata. In Israele non ci sono miti sulla sessualità né riti di fecondità, e la prostituzione sacra costituirà un atto d’idolatria. L’uomo e la donna, l’amore, il matrimonio, la procreazione sono realtà create e buone, ma distinte del Creatore . Il sacro nel creato è tale soltanto come somiglianza alla parola e all’azione di Dio Creatore e nella misura in cui rispecchia questa somiglianza. In questo senso la rivelazione di Dio desacralizza la sessualità —non è una partecipazione ad un’attività divina—, ma allo stesso tempo la santifica, rendendola parte e condizione del modo in cui l’uomo è immagine di Dio e oggetto della sua benedizione.

c) L’uomo, maschio e femmina, immagine di Dio

Nella creazione dell’uomo c’è una rottura della struttura ripetitiva del racconto (‘Dio disse… e così si fa’), come se Dio meditasse prima: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1, 26) . L’uomo è creatura, tuttavia questo racconto gli attribuisce una somiglianza non con le creature, ma con Dio. L’uomo è pensato dal primo momento come un interlocutore di Dio e come amministratore e custode del creato . A lui, la cui esistenza è un dono, Dio ha affidato l’universo come dono . È stato oggetto d’un amore speciale. Soltanto dopo averlo creato «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1, 31).

È in questo contesto della creazione —personale e dell’universo— come dono, che la Sacra Scrittura ci spiega che quest’immagine di Dio che è l’uomo è un’immagine duale: «maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27). L’uomo è dono e immagine di Dio nella sua mascolinità e nella sua femminilità. Dio non è sessuato, ma la sua immagine lo è. La differenza sessuale significa che nessun essere umano contiene in se tutto ciò che è umano, ma che l’immagine completa è formata da entrambi, uomo e donna. Per scoprire integralmente l’immagine di Dio debbono farlo insieme, collaborare e guardare l’uno all’altro. Deve essere molto importante il significato della differenza sessuale quando Dio ha voluto che sia oggetto della sua rivelazione.


d) L’immagine di Dio nella procreazione

Grazie a che l’essere umano esiste come uomo e donna, l’immagine non riguarda soltanto ogni persona, ma anche la procreazione, l’essere fecondi . La fecondità dell’unione sessuale dell’uomo e della donna fa parte dell’essere immagine di Dio. È segno della fecondità dell’infinito amore di Dio Creatore. È legata addirittura a una sua speciale benedizione. La discendenza è segno di questa benedizione e della fedeltà di Dio al suo disegno originario. Anche in questo campo, e in maniera radicale, l’uomo e la donna sono complementari.

Nel contesto della creazione come dono fondamentale, la ‘pro-creazione’ diventa il moltiplicarsi di questo dono tramite l’uomo e la donna. Essi nella loro mascolinità e femminilità diventano segni tangibili dell’amore infinito di Dio per ogni nuova persona umana. Implicitamente il testo sacro ci presenta l’uomo e la donna come cooperatori di Dio Creatore nel suscitare nuove vite umane.

Dio plasma l’uomo dalla terra; è il suo ‘vasaio’. L’uomo non nasce da una matrice divina. Appartiene anche al creato. È creatura. È Adamah, ‘il terroso’. Ma il Creatore soffia in lui un alito di vita che lo fa essere vivente ed anche persona.

L’essere umano non soltanto è un dono da Dio, ma anche un dono per altri. È un dono per donarsi. Per questo «non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2, 18). Ha bisogno di un altro che «gli sia simile» (Gn 2, 18). Senza il suo simile, l’uomo è incompleto perché non può vivere il suo essere dono. Ha bisogno di un altro uguale in dignità, ‘carne dalla sua carne e osso delle sue osse’ (cf. Gn 2, 23) che lo aiuti.

La solitudine primordiale dell’uomo nella sua umanità, nell’esperienza di ‘non trovare un aiuto che gli somigli (Gn 2, 20), è «apertura e attesa di una “comunione delle persone”» . L’essere umano si rivela come un essere per la comunione, come colui che può essere persona in pienezza solo «soltanto esistendo “con qualcuno” —e ancor più profondamente e più completamente: esistendo “per qualcuno”». Infatti «comunione di persone significa esistere in reciproco “per”, in una relazione di reciproco dono» . Infatti Adamo non ha creato Eva ne Eva Adamo, ma il Signore li ha creati come un dono per l’altro o per l’altra. «Sono stati “dati” dal Creatore, in modo particolare, l'uno all'altro» .

Questo racconto rivela che la creazione dell’essere umano è creazione allo stesso tempo di «quella “communio personarum” che l’uomo e la donna formano». In altre parole «l’uomo è divenuto “immagine e somiglianza” di Dio non soltanto attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la comunione delle persone, che l'uomo e la donna formano sin dall'inizio», diventando così «immagine di una imperscrutabile divina comunione di Persone» .

Non per caso l’aiuto di qualcuno simile è per l’uomo (‘ish) la donna (’ishshah) e per la donna l’uomo. Non si tratta di un aiuto limitato al lavoro o alla riproduzione, ma un aiuto reciproco in tutti i campi dell’esistenza . Si tratta di una reciproca complementarietà proprio per la diversa sessualità maschile e femminile. Attraverso la mascolinità e la femminilità essi diventano dono l’uno per l’altra . Nel testo sacro sembra che questa solitudine abbia dunque due significati: il primo riferito al suo essere uomo, alla sua umanità, e il secondo che deriva dall’essere maschio e femmina . «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2, 24). L’essere umano non è creato per sé stesso. È creato per vivere in comunione, e in particolare in quella speciale comunione di vita e amore che formano l’uomo e la donna, e che li fa procreativamente fecondi.

La relazione uomo-donna non è anzitutto e soltanto la relazione sessuale. «L’uomo e la donna, prima di diventare marito e moglie […?, emergono dal mistero della creazione prima di tutto come fratello e sorella nella stessa umanità» . Ciascuno di loro esperimenta che l’altro «è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 1, 23) .

e) La procreazione come ‘dono nel dono’

Il matrimonio, la procreazione e la nascita dei figli si inserisce dunque in questo contesto di reciproca complementarietà e donazione. La procreazione è dono nel dono. È il donare la vita a una nuova persona nel donarsi l’uno all’altro con tutta la propria persona, con la propria mascolinità e femminilità.

Le conseguenze per l’ethos dell’uomo sono rilevanti e quasi evidenti. La sessualità è vissuta bene soltanto quando testimonia il significato ‘sponsale’ del corpo e di tutta la persona, «cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e —mediante questo dono— attua il senso stesso del suo essere ed esistere» . Solo così la sessualità diventa luogo privilegiato per la comunione, come esprime in modo molto pertinente il termine biblico ‘conoscere’ quando significa avere relazione sessuali . Solo «conservando la caratteristica interiore (cioè appunto l’innocenza) della donazione di sé e dell’accettazione dell'altro come dono» il diventare una sola carne (cfr. Gn 2, 24) è veramente conoscenza dell’altro come persona e «mutua realizzazione di sé» . Nel contesto del dono di sé «la procreazione fa sí che “l’uomo e la donna (sua moglie)” si conoscano reciprocamente nel “terzo”, originato da ambedue»; che riconoscano «la loro umanità, la loro viva immagine» .

La procreazione è procreazione veramente umana quando è frutto di un amore sponsale. Il matrimonio, come comunione di persone, rafforza ancora di più l’essere immagine della Trinità, dove lo Spirito Santo procede del Padre e del Figlio, come personificazione divina del loro reciproco amore. Nel procreare una nuova vita gli sposi esperimentano lo stupore iniziale dell’incontro con un altro simile: «essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 1, 23).
Nella procreazione Dio chiama gli sposi «ad una speciale partecipazione del suo amore ed insieme del suo potere di Creatore e di Padre», a «realizzare lungo la storia la benedizione originaria del Creatore, trasmettendo nella generazione l’immagine divina da uomo a uomo» . I figli sono un dono di Dio, come rivelano le parole di Eva alla nascita del primogenito: «Ho acquistato un uomo dal Signore» (Gn 4, 1). «L’esclamazione di Eva, “madre di tutti i viventi”, si ripete ogni volta che viene al mondo un nuovo uomo ed esprime la gioia e la consapevolezza della donna di partecipare al grande mistero dell’eterno generare. Gli sposi partecipano della potenza creatrice di Dio!» . Queste parole esprimono la «piena consapevolezza del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana […? e della partecipazione creativa che Dio ha nella generazione umana» . Nel diventare una sola carne con l’atto che origina l’essere, «ogni volta entrambi, uomo e donna, riprendono, per così dire, questa immagine dal mistero della creazione e la trasmettono “con l’aiuto di Dio-Jahvè”» . Gli sposi non sono l’origine ultima dell’immagine divina, però sono responsabili della loro trasmissione.

2. Alcuni accenni sulla procreazione in altri testi dell’Antico Testamento

L’analisi dei primi due capitoli del libro della Genesi è stato ampio perché troviamo in essi un testimonio privilegiato per conoscere il disegno originario di Dio sull’uomo e sul matrimonio e dunque, come abbiamo esaminato, anche sulla procreazione. Infatti grazie a quei racconti della creazione possiamo tornare ‘al principio’, allo stato d’innocenza dell’uomo prima del peccato originale . Anche nel resto della Scrittura possiamo trovare questa testimonianza del piano di Dio sulla procreazione, benché a volte un tanto oscurata ‘dalla durezza del cuore umano’.

La storia sacra è ricca di racconti sulle coppie, come Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele e Lia. La sessualità è sempre legata alla fecondità, la quale è al centro delle preoccupazioni, al punto che una sposa sterile può legittimamente consegnare al marito una schiava concubina per avere figli tramite quest’ultima . Mai nella Bibbia la fecondità è considerata in modo negativo, come un pericolo da evitare, se non in periodi di grandi catastrofi, in cui la madre deve subire la prova della sofferenza e della morte dei suoi bambini. La legge del levirato rafforza il legame tra sessualità e discendenza .

La sterilità è un dramma per la donna . È infatti la peggiore disgrazia che le può capitare. Se la procreazione dei figli è collegata alla benedizione di Dio, la sterilità veniva considerata come una maledizione . Il Signore benedice Abramo promettendoli una discendenza molto numerosa (cfr. Gn 22, 15-18) , Isacco (cfr. Gn 26, 4.24) e Giacobbe (cfr. Gn 28, 13-14) . Molti figli sono la ricompensa del giusto.

Questa preoccupazione per la procreazione e la discendenza lascia però spazio all’amore sponsale. Dalla fecondità poteva dipendere anche l’amore del marito per la sposa , ma anche troviamo che l’amore dello sposo è oblativo, gratuito e non soltanto in funzione della discendenza . In modo significativo l’uomo era esentato dal servizio militare durante il primo anno del matrimonio «per allietare la donna che ha sposato» (Dt 24, 5). Nella presentazione di marito e moglie come uguali in dignità e nella comune umanità, il libro di Tobia rappresenta uno dei vertici più alti della morale vetero-testamentaria. Gli sposi vengono chiamati frequentemente ‘fratello’ e ‘sorella’ .

Nella tradizione dei profeti la relazione di Dio con Israele è descritta col ricorso alla metafora coniugale e alle nozze per esprimere la relazione d’Alleanza, che è relazione d’amore e fedeltà. Anche le infedeltà di Israele —in modo speciale l’idolatria—, la rottura dell’Alleanza sono comparate alla infedeltà di una sposa, come una prostituzione . Questo indica l’importanza dell’amore e dell’intimità coniugale, almeno come ideale, ma ideale da essere accolto e vissuto come rivelazione di Dio, anche se la realtà storica doveva essere molte volte diversa, soprattutto in un’epoca di matrimoni combinati dai genitori e di subordinazione della donna all’uomo. La relazione di Dio con Israele diventa modello esemplare delle relazioni dell’uomo e la donna nel matrimonio, il prototipo sacro della storia umana .

Il Cantico dei Cantici è il libro dell’amore per eccellenza , quasi fosse uno sviluppo dell’inno del primo uomo nel paradiso davanti alla donna, ma lo supera perché qui non è soltanto l’uomo che si esprime, ma anche la donna. Tra le varie letture che permette questo libro, una è quella del canto alla bontà e alla bellezza dell’amore umano, che sarà come il simbolo dell’amore di Yahve per il suo popolo.

3. Alcuni accenni sulla procreazione nel Nuovo Testamento

«“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”» (Mc 1, 15). Il Regno di Dio è gia presente nella persona di Gesù, che porta a compimento le profezie. Le guarigioni e in modo speciale il perdono dei peccati mostrano che il Regno di Dio è un evento di salvezza. Gesù è ‘il Dio con noi’ che salva l’uomo, che lo sana totalmente e lo restaura nella sua dignità, quella ‘del principio’.

Questa salvezza, guarigione e restaurazione si applica anche alla sessualità, al matrimonio e alla procreazione. Non troveremo lunghi discorsi su questi temi. Soltanto il richiamo di Gesù alle esigenze del Decalogo (cfr. Mt 5, 27; 19, 18) e al disegno originario di Dio sull’uomo da principio (cfr. Mt 19, 3-9). Ma è soprattutto nell’incontro con uomini e donne feriti nella loro sessualità che Gesù manifesta che l’amore umano e la sessualità sono guariti da Lui, dall’avvento del Regno. Così inaugura una vita nuova dove la relazione dell’uomo e della donna —e dunque anche la procreazione— è compiuta nella sua bellezza e verità originaria. Cristo è lo Sposo che ci rivela la verità dell’amore e che ci mostra il cammino. Da questo avvento di grazia nascono due realtà nuove: il matrimonio sacramentale indissolubile —la cui indissolubilità come matrimonio naturale era oscurato dalla durezza del cuore umano— e il celibato per il Regno dei cieli (cfr. Mt 19, 11-12), realtà chiamate ad essere entrambe feconde, ma con una fecondità diversa .

Anche nel Nuovo Testamento la relazione di Dio con gli uomini e con la Chiesa è raccontata sotto la metafora del matrimonio, delle feste di nozze .

Capitolo quinto della Lettera agli Efesini

Tutto ciò appare chiaramente nella lettera agli efesini, nel capitolo quinto. Questo capitolo nel quale il tema è lo svolgimento della vita cristiana, incomincia con la esortazione di S. Paolo perché
la vita sia una imitazione di Dio, e finisce parlando della famiglia e in concreto del matrimonio come partecipazione al mistero di Dio.

Sulla cornice del Matrimonio così concepito, la procreazione appare come una imitazione della fecondità misteriosa di Dio. Il mistero è il mistero di Dio, il mistero trinitario ed il mistero dell’Incarnazione redentrice del Figlio di Dio. Cosi si arriva all’apice della Rivelazione sulla Procreazione.

Come imitazione della fecondità divina, significa che la procreazione deve partecipare della vera vita piena di amore che è Dio Trino: Dio Padre, sorgente della vita, nella Verità del suo Figlio, pieno dell’Amore, che è lo Spirito. La procreazione entra così nella partecipazione del Mistero trinitario che porta la luce definitiva alla presentazione biblica dove essa si concepiva come una apertura di una persona verso l’altra in un terzo ricevuto come dono, cioè, nel figlio.

Il dono della procreazione umana ha la sua autenticità nella partecipazione del dono della fecondità trinitaria: Il Padre nella sua infinità, tutto quanto, si dona nel suo Figlio, suo Verbo, il quale così è originato da tutta l’eternità; e il Padre e il Figlio si trovano nella donazione amorosa totale che è lo Spirito Santo. La fecondità trinitaria consiste nel dono mutuo infinito. Così il mistero della procreazione umana si percepisce nella sua più intima realtà: dono totale ed assoluto.

Ma questa meraviglia che è l’origine assoluta di tutta vita, arriva ai coniugi soltanto nella partecipazione delle Nozze di Dio con l’umanità, cioè, nell’Incarnazione del Verbo di Dio. Così il Mistero fecondo di Dio si fa Storia. Ma in queste Nozze, come ben sappiamo, il dono sponsale di Dio all’umanità si fa solo attraverso la croce. Allora, perché veramente la procreazione umana sia feconda, deve passare per la croce. Affinché la procreazione umana arrivi alla felicità trinitaria, questa deve avere il segno della risurrezione, e questo segno è impossibile se prima non è passato attraverso la morte di Cristo.

Proprio dentro questo mistero di unione feconda pasquale, nella quale consiste il Regno dei Cieli, si può comprendere perché il celibato e la verginità come unione diretta a Cristo morto e risorto, possano essere ancora più fecondi e degni che la già tanto sublime procreazione dei coniugi cristiani.

Capire e vivere, specialmente, questa dimensione neotestamentaria della fecondità supera le nostre forze, ed è impossibile all’uomo e alla donna di averla se non gli viene concesso come un dono molto speciale . Questo dono speciale di Cristo «è il suo Spirito, il cui primo “frutto” (cfr. Gal 5,22) è la carità» .

Nel mio modesto apporto di due anni fa, concludevo che la vita non era altro che dono. Allora avevo tentato di presentare alcune idee desunte dalla differenza logica tra contraddizione e contrarietà, applicate al Mistero insondabile di Dio. Oggi, dando una occhiata ai testi biblici, sono arrivato alla stessa conclusione: la vita è dare e ricevere, benché come dice il Signore, “Rende più felice dare che ricevere” .

Città del Vaticano, febbraio 19, 2004.

Javier Cardinale Lozano Barragán
Presidente del Pontificio Consiglio
per la Pastorale della Salute

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