Istruzione
INDICE
Presentazione
Introduzione
IL FENOMENO MIGRATORIO OGGI
La sfida della mobilità umana
Migrazioni internazionali
Migrazioni interne
Parte I
LE MIGRAZIONI,
SEGNO DEI TEMPI E SOLLECITUDINE DELLA CHIESA
Visione di fede del fenomeno migratorio
Migrazioni e storia della salvezza
Cristo "straniero" e Maria icona vivente della donna
migrante
La Chiesa della Pentecoste
La sollecitudine della Chiesa per il migrante e il rifugiato
L'Exsul Familia
Il Concilio Ecumenico Vaticano II
La normativa canonica
Le linee pastorali del Magistero
Gli Organismi della Santa Sede
Parte II
MIGRANTI E PASTORALE D'ACCOGLIENZA
"Inculturazione" e pluralismo culturale e religioso
La Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano II
Accoglienza e solidarietà
Liturgia e religiosità popolare
Migranti cattolici
Migranti cattolici di rito orientale
Migranti di altre Chiese e comunità ecclesiali
Migranti di altre religioni, in genere
Quattro attenzioni particolari
Migranti musulmani
Il dialogo inter-religioso
Parte III
OPERATORI DI UNA PASTORALE DI COMUNIONE
Nelle Chiese di partenza e di arrivo
Il Coordinatore nazionale dei Cappellani/Missionari
Il Cappellano/Missionario dei migranti
Presbiteri diocesani/eparchiali come Cappellani/Missionari
Presbiteri e Fratelli religiosi e Religiose con impegno fra i
migranti
Laici, Associazioni laicali e Movimenti ecclesiali: per un impegno
fra i migranti
Parte IV
STRUTTURE DI PASTORALE MISSIONARIA
Unità nella pluralità: problematica
Strutture pastorali
Pastorale d’insieme e ambiti settoriali
Le unità pastorali
Conclusione
UNIVERSALITÀ DI MISSIONE
I semina Verbi (semi del Verbo)
Operatori di comunione
Pastorale dialogante e missionaria
La Chiesa e i cristiani, segno di speranza
ORDINAMENTO GIURIDICO- PASTORALE
Premessa
Cap. I: I Fedeli laici
Cap. II: I Cappellani/Missionari
Cap. III: I Religiosi e le Religiose
Cap. IV: Le Autorità ecclesiastiche
Cap. V: Le Conferenze Episcopali e le rispettive Strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche
Cap.VI: Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti
e gli Itineranti
Sigle e abbreviazioni
--------------------------------------------------------------------------------
Presentazione
Le migrazioni odierne costituiscono il più vasto movimento
di persone di tutti i tempi. In questi ultimi decenni tale fenomeno,
che coinvolge ora circa duecento milioni di esseri umani, si è
trasformato in realtà strutturale della società
contemporanea, e costituisce un problema sempre più complesso,
dal punto di vista sociale, culturale, politico, religioso, economico
e pastorale.
L'Istruzione Erga migrantes caritas Christi intende aggiornare
la pastorale migratoria - tenendo conto appunto dei nuovi flussi
migratori e delle loro caratteristiche -, passati ormai trentacinque
anni dalla pubblicazione del Motu proprio di Papa Paolo VI Pastoralis
migratorum cura e dalla relativa Istruzione della Sacra Congregazione
per i Vescovi De pastorali migratorum cura ("Nemo est").
Essa vuole dunque essere una risposta ecclesiale ai nuovi bisogni
pastorali dei migranti, per condurli, a loro volta, a trasformare
l'esperienza migratoria in occasione non solo di crescita nella
vita cristiana ma anche di nuova evangelizzazione e di missione.
Il Documento tende altresì a una puntuale applicazione
della legislazione contenuta nel CIC e nel CCEO per rispondere
in modo più adeguato anche alle particolari esigenze di
quei fedeli emigrati orientali, oggi sempre più numerosi.
La composizione delle migrazioni odierne impone inoltre la necessità
di una visione ecumenica di tale fenomeno, a causa della presenza
di molti migranti cristiani non in piena comunione con la Chiesa
Cattolica, e del dialogo interreligioso, a motivo del numero sempre
più consistente di migranti di altre religioni, in particolare
di quella musulmana, in terre tradizionalmente cattoliche, e viceversa.
Un'esigenza squisitamente pastorale si impone infine, e cioè
il dovere di promuove un'azione pastorale fedele e allo stesso
tempo aperta a nuovi sviluppi anche per quanto riguarda le nostre
stesse strutture pastorali, che dovranno essere atte a garantire
la comunione tra Operatori pastorali specifici e la Gerarchia
locale di accoglienza, la quale rimane l'istanza decisiva della
sollecitudine ecclesiale verso i migranti.
Il Documento, dopo una rapida rassegna di alcune cause dell'odierno
fenomeno migratorio (l'evento della globalizzazione, il cambiamento
demografico in atto soprattutto nei Paesi di prima industrializzazione,
l'aumento a forbice delle disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo,
la proliferazione di conflitti e guerre civili), sottolinea i
forti disagi che generalmente l'emigrazione causa nei singoli
individui, in particolare nelle donne e nei bambini, nonché
nelle famiglie. Tale fenomeno solleva il problema etico della
ricerca di un nuovo ordine economico internazionale per una più
equa distribuzione dei beni della terra, nella visione della comunità
internazionale come famiglia di popoli, con applicazione del Diritto
Internazionale. Il Documento traccia poi un preciso quadro di
riferimento biblico-teologico, inserendo il fenomeno migratorio
nella storia della salvezza, come segno dei tempi e della presenza
di Dio nella storia e nella comunità degli uomini, in vista
di una comunione universale.
Un sintetico excursus storico attesta poi la sollecitudine della
Chiesa per il Migrante e il Rifugiato nei documenti ecclesiali,
cioè dalla Exsul Familia al Concilio Ecumenico Vaticano
II, all'Istruzione De Pastorali migratorum cura e alla successiva
normativa canonica. Tale lettura rivela importanti acquisizioni
teologiche e pastorali. Ci si riferisce alla centralità
della persona e alla difesa dei diritti del migrante, alla dimensione
ecclesiale e missionaria delle migrazioni stesse, alla valutazione
del contributo pastorale dei Laici, degli Istituti di vita consacrata
e delle Società di vita apostolica, al valore delle culture
nell'opera di evangelizzazione, alla tutela e alla valorizzazione
delle minoranze, anche all'interno della Chiesa locale, all'importanza
del dialogo intra ed extra ecclesiale, e infine allo specifico
contributo che la migrazione potrebbe offrire alla pace universale.
Altre istanze - come la necessità dell'"inculturazione",
la visione di Chiesa intesa come comunione, missione e Popolo
di Dio, la sempre attuale importanza di una pastorale specifica
per i migranti, l'impegno dialogico-missionario di tutti i membri
del Corpo mistico di Cristo e il conseguente dovere di una cultura
dell'accoglienza e della solidarietà nei confronti dei
migranti - introducono l'analisi di quelle specificatamente pastorali
a cui rispondere, rispettivamente nel caso dei migranti cattolici,
sia di rito latino che di rito orientale, di quelli appartenenti
ad altre Chiese e Comunità ecclesiali, ad altre religioni
in genere, e all'Islam in specie.
Viene poi ulteriormente precisata o ribadita, la configurazione,
pastorale e giuridica, degli Operatori pastorali - in particolare
dei Cappellani/Missionari e dei loro Coordinatori nazionali, dei
Presbiteri diocesani/eparchiali, di quelli religiosi, con i loro
Fratelli, delle Religiose, dei Laici, delle loro Associazioni
e dei Movimenti ecclesiali - il cui impegno apostolico è
visto e considerato nella visione di una pastorale di comunione,
d'insieme.
L'integrazione delle strutture pastorali (quelle già acquisite
e quelle proposte) e l'inserimento ecclesiale dei migranti nella
pastorale ordinaria - con pieno rispetto della loro legittima
diversità e del loro patrimonio spirituale e culturale,
in vista anche della formazione di una Chiesa concretamente cattolica
- è un'altra importante caratteristica pastorale che il
Documento prospetta e propone alle Chiese particolari. Tale integrazione
è condizione essenziale perché la pastorale, per
e con i migranti, possa diventare espressione significativa della
Chiesa universale e missio ad gentes, incontro fraterno e pacifico,
casa di tutti, scuola di comunione accolta e partecipata, di riconciliazione
chiesta e donata, di mutua e fraterna accoglienza e solidarietà,
nonché di autentica promozione umana e cristiana.
Un aggiornato e puntuale "Ordinamento giuridico-pastorale"
conclude l'Istruzione, richiamando, con appropriato linguaggio,
compiti, incombenze e ruoli degli Operatori pastorali e dei vari
Organismi ecclesiali preposti alla pastorale migratoria.
Stephen Fumio Cardinale Hamao
Presidente
Agostino Marchetto
Arcivescovo titolare di Astigi
Segretario
***
INTRODUZIONE
Il fenomeno migratorio oggi
La sfida della mobilità umana
1. La carità di Cristo verso i migranti ci stimola (cfr.
2 Cor 5,14) ad affrontare di nuovo i loro problemi che riguardano
ormai il mondo intero. Infatti pressoché tutti i Paesi,
per un verso o per l’altro, si confrontano oggi con l’irrompere
del fenomeno delle migrazioni nella vita sociale, economica, politica
e religiosa, un fenomeno che sempre più va assumendo una
configurazione permanente e strutturale. Determinato, molte volte,
dalla libera decisione delle persone e motivato, abbastanza spesso,
anche da scopi culturali, tecnici e scientifici, oltre che economici,
esso è per lo più segno eloquente degli squilibri
sociali, economici e demografici a livello sia regionale che mondiale
che impulsano ad emigrare.
Tale fenomeno affonda le proprie radici pure nel nazionalismo
esasperato, e in molti Paesi addirittura nell'odio o emarginazione
sistematica o violenta delle popolazioni minoritarie o dei credenti
di religioni non maggioritarie, nei conflitti civili, politici,
etnici e perfino religiosi che insanguinano tutti i continenti.
Essi alimentano flussi crescenti di rifugiati e di profughi, spesso
in mescolanza con quelli migratori, coinvolgendo società
nel cui interno etnie, popoli, lingue e culture diverse si incontrano,
pure col rischio di contrapposizione e di scontro.
2. Le migrazioni però favoriscono anche la conoscenza
reciproca e sono occasione di dialogo e comunione, se non di integrazione
a vari livelli, come afferma emblematicamente Papa Giovanni Paolo
II nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2001:
"Sono molte le civiltà che si sono sviluppate e arricchite
proprio per gli apporti dati dall'immigrazione. In altri casi,
le diversità culturali di autoctoni e immigrati non si
sono integrate, ma hanno mostrato la capacità di convivere,
attraverso una prassi di rispetto reciproco delle persone e di
accettazione o tolleranza dei differenti costumi"[1].
3. Le migrazioni contemporanee ci pongono di fronte a una sfida
certo non facile per il loro legame con la sfera economica, sociale,
politica, sanitaria, culturale e di sicurezza. Si tratta di una
sfida che tutti i cristiani devono raccogliere oltre la loro buona
volontà, o il carisma personale di alcuni.
Non possiamo qui dimenticare, comunque, la risposta generosa
di molti uomini e donne, di Associazioni ed Organizzazioni, che,
davanti alla sofferenza di tante persone, causata dall'emigrazione,
lottano per i diritti dei migranti, forzati o no, e per la loro
difesa. Tale impegno è frutto specialmente di quella compassione
di Gesù, Buon Samaritano, che lo Spirito suscita ovunque
nel cuore degli uomini di buona volontà, oltre che nella
Chiesa stessa, che "rivive una volta di più il mistero
del suo Divino Fondatore, mistero di vita e di morte"[2].
Il compito di annunciare la Parola di Dio affidata dal Signore
alla Chiesa si è intrecciata, del resto, fin dall'inizio
con la storia dell'emigrazione dei cristiani.
Abbiamo pensato dunque a questa Istruzione, che intende rispondere
soprattutto ai nuovi bisogni spirituali e pastorali dei migranti
e trasformare sempre più l'esperienza migratoria in veicolo
di dialogo e di annuncio del messaggio cristiano. Questo Documento,
inoltre, vuol rispondere ad alcune esigenze importanti e attuali.
Ci riferiamo alla necessità di tenere in debito conto la
nuova normativa dei due Codici Canonici vigenti, quello latino
e quello orientale, rispondendo anche alle esigenze particolari
dei fedeli emigrati delle Chiese Orientali Cattoliche, sempre
più numerosi. Vi è altresì la necessità
di una visione ecumenica del fenomeno, per la presenza, nei flussi
migratori, di cristiani non in piena comunione con la Chiesa cattolica,
e di quella inter-religiosa, per il numero sempre più consistente
di migranti di altre religioni, in particolare musulmani. Infine
bisognerà promuovere una pastorale aperta a nuovi sviluppi
nelle stesse nostre strutture pastorali, che garantisca però,
al tempo stesso, la comunione tra Operatori pastorali specifici
e Gerarchia locale.
Migrazioni internazionali
4. Il sempre più vasto fenomeno migratorio costituisce,
oggi, una importante componente di quella interdipendenza crescente
fra gli Stati-Nazione che concorre a definire l'evento della globalizzazione[3],
la quale tuttavia ha aperto i mercati ma non le frontiere, ha
abbattuto i confini per la libera circolazione dell'informazione
e dei capitali, ma non nella stessa misura quelli per la libera
circolazione delle persone. Nessuno Stato sfugge comunque alle
conseguenze di una qualche forma di migrazione, che è spesso
fortemente collegata a fattori negativi, quali il cambiamento
demografico in atto nei Paesi di prima industrializzazione, l'aumento
delle ineguaglianze tra Nord e Sud del mondo, l'esistenza negli
scambi internazionali di barriere protezionistiche che non consentono
ai Paesi emergenti di collocare i propri prodotti, a condizioni
competitive, sui mercati dei Paesi occidentali, ed infine la proliferazione
di conflitti e guerre civili. Tutte queste realtà continueranno
a costituire, anche per gli anni a venire, altrettanti fattori
di spinta e di espansione dei flussi migratori (cfr. EEu 87, 115
e PaG 67), anche se l'irrompere sulla scena internazionale del
terrorismo provocherà reazioni, per ragioni di sicurezza,
le quali ostacoleranno il movimento dei migranti, protesi verso
il sogno di trovare lavoro e sicurezza nei Paesi del cosiddetto
benessere, e che d'altra parte richiedono mano d'opera.
5. Non sorprende dunque che i flussi migratori abbiano comportato
e comportino innumerevoli disagi e sofferenze per i migranti anche
se, specialmente nella storia più recente e in determinate
circostanze, essi erano spesso incoraggiati e favoriti per incrementare
lo sviluppo economico sia del Paese ospite che di quello di origine
(grazie soprattutto alle rimesse finanziarie degli emigrati).
Molte Nazioni, infatti, non sarebbero tali quali sono oggi senza
l'apporto ricevuto da milioni di immigrati.
Particolarmente colpita, nella sofferenza, è l'emigrazione
dei nuclei familiari e quella femminile, diventata, quest'ultima,
sempre più consistente. Contrattate sovente come lavoratrici
non qualificate (domestiche) e impiegate nel lavoro sommerso,
le donne sono private, spesso, dei più elementari diritti
umani e sindacali, quando non cadono vittime addirittura del triste
fenomeno noto come “traffico umano”, che ormai non
risparmia neppure i bambini. E' un nuovo capitolo della schiavitù.
Anche senza giungere a tali estremi, va ribadito che i lavoratori
stranieri non sono da considerarsi una merce o una mera forza
lavoro, e non devono quindi essere trattati come qualsiasi altro
fattore di produzione. Ogni migrante gode, cioè, di diritti
fondamentali inalienabili che vanno rispettati in ogni caso. Il
contributo dei migranti all'economia del Paese che li ospita è
legato poi alla possibilità di usare, nel loro operare,
la propria intelligenza e abilità.
6. A questo proposito la Convenzione internazionale per la protezione
dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle
loro famiglie - entrata in vigore il primo luglio 2003 e la cui
ratifica è stata vivamente raccomandata da Giovanni Paolo
II[4] - offre un compendio di diritti[5] che permettono al migrante
di apportare detto contributo, per cui quanto tale Convenzione
prevede merita adesione specialmente da parte di quegli Stati
che più traggono benefici dalla migrazione stessa. A tal
fine, la Chiesa incoraggia la ratifica degli strumenti internazionali
legali che assicurano i diritti dei migranti, dei rifugiati e
delle loro famiglie, offrendo anche nelle sue varie Istituzioni
e Associazioni competenti quell'advocacy che oggi è sempre
più necessaria (v. i Centri di attenzione ai Migranti,
le Case per essi aperte, gli Uffici per i servizi umani, di documentazione
e “assessoramento”, ecc.). In effetti i migranti sono
spesso vittime del reclutamento illegale e di contratti a breve
termine con povere condizioni di lavoro e di vita, dovendo soffrire
per abusi fisici, verbali e finanche sessuali, impegnati per lunghe
ore nel lavoro e senza accesso, frequentemente, ai benefìci
delle cure mediche e alle normali forme di assicurazione.
Tale precaria situazione di tanti stranieri, che dovrebbe sollecitare
la solidarietà di tutti, causa invece timori e paure in
molti, che sentono gli immigrati come un peso, li vedono con sospetto
e li considerano addirittura come un pericolo e una minaccia.
Ciò provoca spesso manifestazioni di intolleranza, xenofobia
e razzismo[6].
7. La crescente presenza musulmana, come del resto quella di
altre religioni, in Paesi con popolazione tradizionalmente in
prevalenza cristiana, si inscrive infine nel capitolo, più
ampio e complesso, dell'incontro tra culture diverse e del dialogo
tra religioni. Vi è comunque anche una numerosa presenza
cristiana in alcune Nazioni con popolazione a grandissima maggioranza
musulmana.
Di fronte a un fenomeno migratorio così generalizzato,
e dai risvolti profondamente diversi rispetto al passato, a poco
servirebbero dunque politiche circoscritte al livello meramente
nazionale. Nessun Paese da solo può pensare, infatti, di
risolvere oggi i problemi migratori. Ancor più inefficaci
risulterebbero politiche puramente restrittive, le quali genererebbero,
a loro volta, effetti ancora più negativi, rischiando di
accrescere gli ingressi illegali e addirittura di favorire l'attività
di organizzazioni criminali.
8. Le migrazioni internazionali sono così, a ragion veduta,
considerate una importante componente strutturale della realtà
sociale, economica e politica del mondo contemporaneo e la loro
consistenza numerica rende necessarie una sempre più stretta
collaborazione tra Paesi generatori e ricettori oltre che adeguate
normative in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi.
E ciò al fine di salvaguardare le esigenze e i diritti
delle persone e delle famiglie emigrate, e al tempo stesso quelli
delle società di arrivo dei migranti stessi.
Ma, contemporaneamente, il fenomeno migratorio solleva una vera
e propria questione etica, quella della ricerca di un nuovo ordine
economico internazionale per una più equa distribuzione
dei beni della terra, che contribuirebbe non poco, del resto,
a ridurre e moderare ì flussi di una numerosa parte delle
popolazioni in difficoltà. Di qui la necessità anche
di un impegno più incisivo per realizzare sistemi educativi
e pastorali, in vista di una formazione alla "mondialità",
a una nuova visione, cioè, della comunità mondiale,
considerata come famiglia di popoli, a cui finalmente sono destinati
i beni della terra, in una prospettiva del bene comune universale.
9. Le migrazioni attuali, inoltre, pongono ai cristiani nuovi
impegni di evangelizzazione e di solidarietà, chiamandoli
ad approfondire quei valori, pure condivisi da altri gruppi religiosi
o laici, assolutamente indispensabili per assicurare una armonica
convivenza. Il passaggio da società monoculturali a società
multiculturali può rivelarsi così segno di viva
presenza di Dio nella storia e nella comunità degli uomini,
poiché offre un'opportunità provvidenziale per realizzare
il piano di Dio di una comunione universale.
Il nuovo contesto storico è caratterizzato di fatto dai
mille volti dell'altro e la diversità, a differenza del
passato, diviene cosa comune in moltissimi Paesi. I cristiani
sono chiamati perciò a testimoniare e praticare, oltre
allo spirito di tolleranza - che pure è una grandissima
acquisizione politica e culturale, e anche religiosa -, il rispetto
dell'altrui identità, avviando, dove è possibile
e conveniente, percorsi di condivisione con persone di origine
e cultura differenti, in vista anche di un "rispettoso annuncio"
della propria fede. Siamo tutti convocati perciò alla cultura
della solidarietà[7], tante volte auspicata dal Magistero,
per giungere insieme ad una vera e propria comunione di persone.
E' il cammino, non facile, che la Chiesa invita a percorrere.
Migrazioni interne
10. In questi ultimi tempi sono altresì notevolmente aumentate
le migrazioni interne, in vari Paesi, sia volontarie, come quelle
dalla campagna alle grandi città, che forzate, è
questo il caso degli sfollati, di coloro che fuggono dal terrorismo,
dalla violenza e dal narcotraffico, soprattutto in Africa e America
Latina. Si stima infatti che la maggior parte dei migranti, nel
mondo intero, si muova oggi all'interno della propria Nazione,
anche con ritmi stagionali.
Il fenomeno di questa mobilità, per lo più abbandonata
a se stessa, ha favorito la crescita rapida e disordinata di centri
urbani impreparati ad accogliere masse umane così rilevanti
ed ha alimentato la formazione di periferie urbane dove le condizioni
di vita, socialmente e moralmente, sono precarie. Tale fenomeno
costringe cioè i migranti ad insediarsi in ambienti con
caratteristiche profondamente diverse da quelle d'origine, creando
rilevanti disagi umani, pesanti pericoli di sradicamento sociale,
con gravi conseguenze sulle tradizioni religiose e culturali delle
popolazioni.
Eppure le migrazioni interne vanno sollevando grandi speranze,
purtroppo spesso illusorie e infondate, in milioni di individui,
separandoli però anche dagli affetti familiari e proiettandoli
in regioni diverse per clima e costumi, ancorché spesso
linguisticamente omogenee. Se essi poi ritornano al loro luogo
di origine, lo fanno portando con sé un'altra mentalità
e diversi stili di vita, non raramente anche con altra visione
del mondo o religiosa e differenti comportamenti morali. Sono,
anche queste, sfide all'azione pastorale della Chiesa Madre e
Maestra.
11. L'attuale realtà richiede pertanto, pure in questo
campo, da parte degli Operatori pastorali e delle comunità
di accoglienza, della Chiesa in una parola, una attenzione premurosa
alle persone in mobilità e alle loro esigenze di solidarietà
e di fraternità. Anche attraverso le migrazioni interne
lo Spirito rivolge, con chiarezza e urgenza, l'appello a un rinnovato
e forte impegno di evangelizzazione e di carità, mediante
articolate forme di accoglienza e di azione pastorale, costanti
e capillari, il più possibile adeguate alla realtà
e rispondenti alle concrete, specifiche necessità degli
stessi migranti.
PARTE I
Le migrazioni, segno dei tempi e sollecitudine della Chiesa
Visione di fede del fenomeno migratorio
12. La Chiesa ha sempre contemplato nei migranti l'immagine di
Cristo, che disse: "Ero straniero e mi avete ospitato"
(Mt 25,35). La loro vicenda, per essa, è cioè una
provocazione alla fede e all'amore dei credenti, sollecitati così
a sanare i mali derivanti dalle migrazioni e a scoprire il disegno
che Dio attua in esse, anche qualora fossero causate da evidenti
ingiustizie.
Le migrazioni, avvicinando le molteplici componenti della famiglia
umana, tendono in effetti alla costruzione di un corpo sociale
sempre più vasto e vario, quasi a prolungamento di quell'incontro
di popoli e razze che, per il dono dello Spirito, nella Pentecoste,
divenne fraternità ecclesiale.
Se da una parte le sofferenze che accompagnano le migrazioni
sono infatti espressione del travaglio del parto di una nuova
umanità, dall'altra le disuguaglianze e gli squilibri,
dei quali esse sono conseguenza e manifestazione, mostrano in
verità la lacerazione introdotta nella famiglia umana dal
peccato, e risultano pertanto una dolorosa invocazione alla vera
fraternità.
13. Questa visione ci porta ad accostare le migrazioni a quegli
eventi biblici che scandiscono le tappe del faticoso cammino dell'umanità
verso la nascita di un popolo oltre le discriminazioni e le frontiere,
depositario del dono di Dio per tutti i popoli e aperto alla vocazione
eterna dell'uomo. La fede vi intravede, cioè, il cammino
dei Patriarchi che, sostenuti dalla Promessa, tendevano alla Patria
futura e quello degli Ebrei che furono liberati dalla schiavitù,
passando attraverso il Mar Rosso, con l'esodo che dà origine
al Popolo dell'Alleanza. Sempre la fede vi trova, in un certo
senso, l'esilio che pone l'uomo di fronte alla relatività
di ogni meta raggiunta, e vi scopre di nuovo il messaggio universale
dei Profeti. Essi denunciano, come contrarie al disegno di Dio,
le discriminazioni, le oppressioni, le deportazioni, le dispersioni
e le persecuzioni, e ne prendono occasione per annunciare la salvezza
per tutti gli uomini, testimoniando che, pure nel caotico succedersi
e contraddirsi degli avvenimenti umani, Dio continua a tessere
il suo disegno di salvezza fino alla completa ricapitolazione
dell'universo in Cristo (cfr. Ef 1,10).
Migrazioni e storia della salvezza
14. Possiamo considerare dunque l'odierno fenomeno migratorio
un "segno dei tempi" assai importante, una sfida da
scoprire e da valorizzare nella costruzione di una umanità
rinnovata e nell'annuncio del Vangelo della pace.
La Sacra Scrittura di tutto ci propone il senso. In effetti Israele
trasse la sua origine da Abramo che, obbediente alla voce di Dio,
uscì dalla sua terra e andò in Paese straniero portando
con sé la Promessa divina di diventare padre "di un
grande popolo" (Gn 12,1-2). Giacobbe, da "Arameo errante,
scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e
vi diventò una nazione grande, forte e numerosa" (Dt
26,5). Israele ricevette la solenne investitura di “Popolo
di Dio” dopo lunga schiavitù in Egitto, durante i
quarant'anni di "esodo" attraverso il deserto. La dura
prova delle migrazioni e deportazioni è quindi fondamentale
nella storia del Popolo eletto, in vista della salvezza di tutti
i popoli: così è nel ritorno dall'esilio (cfr. Is
42, 6-7; 49,5). Con tale memoria esso si sente rinfrancato nella
fiducia in Dio, anche nei momenti più oscuri della sua
storia (Sal 105 [104], 12-15; Sal 106 [105], 45-47). Nella Legge,
poi, si giunge a dare, per i rapporti con lo straniero dimorante
nel paese, lo stesso comando impartito per quelli con "i
figli del tuo popolo" (Lv 19,18), cioè "tu l'amerai
come te stesso" (Lv 19,34).
Cristo "straniero" e Maria icona vivente della donna
migrante
15. Più ancora che prossimo, il cristiano contempla nello
straniero il volto di Cristo stesso, il Quale nasce in una mangiatoia
e, straniero, fugge in Egitto, assumendo e ricapitolando in sé
questa fondamentale esperienza del suo popolo (cfr. Mt2,13ss).
Nato fuori casa e proveniente da fuori Patria (cfr. Lc 2,4-7),
abitò in mezzo a noi (cfr. Gv 1,11.14) e trascorse la sua
vita pubblica, itinerante, percorrendo "città e villaggi"
(cfr. Lc 13,22; Mt 9,35). Risorto, e tuttavia ancora straniero,
sconosciuto, apparve, in cammino verso Emmaus, a due suoi discepoli
che lo riconobbero solo allo spezzar del pane (cfr. Lc 24,35).
I cristiani sono quindi alla sequela di un viandante “che
non ha dove posare il capo (Mt 8,20; Lc 9,58)”[8].
Maria, poi, la Madre di Gesù, su questa linea di considerazioni,
può essere contemplata altresì come icona vivente
della donna migrante[9]. Ella dà alla luce suo Figlio lontano
da casa (cfr. Lc 2,1-7) ed è costretta a fuggire in Egitto
(cfr. Mt 2,13-14). La devozione popolare considera quindi giustamente
Maria come Madonna del cammino.
La Chiesa della Pentecoste
16. Contemplando ora la Chiesa, vediamo che nasce dalla Pentecoste,
compimento del mistero pasquale ed evento efficace, anche simbolico,
d'incontro di popoli. Paolo può così esclamare:
"Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione
o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero" (Col
3,11). Cristo, infatti, dei due popoli, ha costituito "una
unità, abbattendo il muro di separazione" (Ef 2,14).
D'altra parte, seguire Cristo significa andare dietro a Lui ed
essere di passaggio nel mondo, poiché "non abbiamo
quaggiù una città stabile" (Eb 13,14). Il credente
è sempre un pároikos, un residente temporaneo, un
ospite, ovunque si trovi (cfr. 1Pt 1,1; 2,11 e Gv 17,14-16). Per
questo la propria collocazione geografica nel mondo non è
poi così importante per i cristiani[10] e il senso dell'ospitalità
è loro connaturale. Gli Apostoli insistono su questo punto
(cfr. Rm 12,13; Eb 13,2; 1Pt 4,9; 3Gv 5) e le Lettere pastorali
lo raccomandano particolarmente all'episkopos (cfr. 1Tim 3,2 e
Tt 1,8). Nella Chiesa primitiva, l'ospitalità fu dunque
la pratica con la quale i cristiani risposero anche alle esigenze
dei missionari itineranti, capi religiosi esiliati, o di passaggio,
e persone povere delle varie comunità.[11]
17. Gli stranieri sono altresì segno visibile e richiamo
efficace di quell'universalismo che è elemento costitutivo
della Chiesa cattolica. Una "visione" di Isaia l'annunciava:
"Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà
elevato sulla cima dei monti ... ad esso affluiranno tutte le
genti" (Is 2,2). Nel Vangelo Gesù stesso lo predice:
"Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da
mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio" (Lc 13,29)
e nell'Apocalisse si contempla "una moltitudine immensa ...
di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7,9). La Chiesa
è ora in faticoso cammino verso tale meta finale[12], e
di questa moltitudine le migrazioni possono essere come un richiamo
e una prefigurazione dell'incontro ultimo di tutta l'umanità
con Dio e in Dio.
18. Il cammino dei migranti può diventare così
segno vivo di una vocazione eterna, impulso continuo a quella
speranza che, additando un futuro oltre il mondo presente, ne
sollecita la trasformazione nella carità e il superamento
escatologico. Le loro peculiarità diventano richiamo alla
fraternità pentecostale, dove le differenze sono armonizzate
dallo Spirito e la carità si fa autentica nell'accettazione
dell'altro. La vicenda migratoria può essere l'annuncio,
quindi, del mistero pasquale, per il quale morte e resurrezione
tendono alla creazione dell'umanità nuova nella quale non
vi è più né schiavo né straniero (cfr.
Gal 3,28).
La sollecitudine della Chiesa per il migrante e il rifugiato
19. Il fenomeno migratorio del secolo scorso costituì
una sfida per la pastorale della Chiesa, articolata in parrocchie
territoriali stabili. Se, in precedenza, il Clero era solito accompagnare
i gruppi che colonizzavano nuove terre, per continuare tale cura
pastorale, già oltre la metà dell'800, furono frequenti
gli incarichi a Congregazioni religiose per l'assistenza ai migranti[13].
Nel 1914, poi, vi fu una prima definizione del Clero incaricato
a tale riguardo, con il Decreto Ethnografica studia[14] che sottolineava
la responsabilità della Chiesa autoctona di assistere gli
immigrati e suggeriva una preparazione specifica -linguistica,
culturale e pastorale- del Clero indigeno. Il Decreto Magni semper
del 1918[15], a seguito della promulgazione del Codice di Diritto
Canonico, affidava quindi alla Congregazione Concistoriale le
procedure di autorizzazione del Clero per l'assistenza ai migranti.
Nel secondo dopoguerra, nel secolo scorso, si fece ancora più
drammatica la realtà migratoria non solo per le distruzioni
causate dal conflitto, ma anche per l'acuirsi del fenomeno dei
rifugiati (specie dai Paesi detti dell'Est), non pochi dei quali
erano fedeli di varie Chiese Orientali Cattoliche.
L'Exsul Familia
20. Si sentiva dunque ormai l'esigenza di un documento che raccogliesse
l'eredità dei precedenti ordinamenti e disposizioni e orientasse
verso una pastorale organica. Ne è risposta provvida la
Costituzione Apostolica Exsul Familia[16] pubblicata da Pio XII
il 1 agosto 1952, che è considerata la magna charta del
pensiero della Chiesa sulle migrazioni. E' il primo documento
ufficiale della Santa Sede che delinea in modo globale e sistematico,
dal punto di vista storico e canonico, la pastorale per i migranti.
Ad un'ampia analisi storica, nella Costituzione, segue infatti
una parte propriamente normativa molto articolata. Viene ivi affermata
la responsabilità primaria del Vescovo diocesano locale
nella cura pastorale dei migranti, anche se l'organizzazione in
merito è ancora demandata alla Congregazione Concistoriale.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II
21. In seguito, il Concilio Vaticano II elaborò importanti
linee direttive circa tale pastorale specifica, invitando anzitutto
i cristiani a conoscere il fenomeno migratorio (cfr. GS 65 e 66)
e a rendersi conto dell'influsso che l'emigrazione ha sulla vita.
Sono ivi ribaditi il diritto all'emigrazione (cfr. GS 65)[17],
la dignità del migrante (cfr. GS 66), la necessità
di superare le sperequazioni nello sviluppo economico e sociale
(cfr. GS 63) e di rispondere alle esigenze autentiche della persona
(cfr. GS 84). All'Autorità civile il Concilio riconobbe
peraltro, in un contesto particolare, il diritto di regolare il
flusso migratorio (cfr. GS 87).
Il Popolo di Dio - secondo il dettato conciliare - deve assicurare
il suo apporto generoso in fatto di emigrazione e i laici cristiani,
soprattutto, sono sollecitati ad estendere la loro collaborazione
nei settori più svariati della società (cfr. AA
10), facendosi altresì "prossimo" del migrante
(cfr. GS 27). Uno speciale interessamento i Padri conciliari riservano
poi per quei fedeli che, "a motivo della loro condizione
di vita, non possono godere a sufficienza della comune ordinaria
cura pastorale dei parroci o ne sono privi del tutto, come sono
moltissimi emigrati, gli esuli, i profughi, i marittimi, gli addetti
ai trasporti aerei, i nomadi, e altre simili categorie di persone.
Si promuovano - essi chiedono ancora - metodi pastorali adatti
per sostenere la vita spirituale dei turisti. Le Conferenze Episcopali
e specialmente quelle nazionali dedichino - invitano infine i
Padri conciliari - premurosa attenzione ai più urgenti
problemi riguardanti le predette categorie umane e con opportuni
mezzi e direttive, in concordia di intenti e di sforzi, provvedano
adeguatamente alla loro assistenza religiosa, tenendo presenti
in primo luogo le disposizioni date o da darsi dalla Sede Apostolica,
adattate convenientemente alle situazioni dei tempi, dei luoghi
e delle persone"[18].
22. Il Concilio Vaticano II segna quindi un momento decisivo per
la cura pastorale dei migranti e degli itineranti, conferendo
una particolare importanza al significato della mobilità
e cattolicità e a quello delle Chiese particolari, al senso
della Parrocchia e alla visione della Chiesa come mistero di comunione.
Per questo essa appare e si presenta quale "popolo adunato
nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo"
(LG 4).
L'accoglienza dello straniero, che caratterizza la Chiesa nascente,
rimane quindi sigillo perenne della Chiesa di Dio. Essa resta
quasi contrassegnata da una vocazione all'esilio, alla diaspora,
alla dispersione tra le culture e le etnie, senza mai identificarsi
completamente con nessuna di esse, altrimenti cesserebbe di essere,
appunto, primizia e segno, fermento e profezia del Regno universale
e comunità che accoglie ogni essere umano, senza preferenza
di persone e di popoli. L'accoglienza dello straniero è
inerente dunque alla natura stessa della Chiesa e testimonia la
sua fedeltà al Vangelo[19].
23. In continuità e attuazione dell'insegnamento conciliare,
Papa Paolo VI emanò il Motu proprio Pastoralis Migratorum
Cura[20] (1969), promulgando l'Istruzione De Pastorali Migratorum
Cura.[21] Nel 1978, seguì - da parte della Pontificia Commissione
per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo, Organismo incaricato
allora della cura dei migranti - la Lettera circolare alle Conferenze
episcopali Chiesa e mobilità umana[22], che offrì
una lettura aggiornata, all'epoca, del fenomeno migratorio e una
sua precisa interpretazione e applicazione pastorale. Sviluppando
il tema dell'accoglienza dei migranti da parte della Chiesa locale
il documento sottolineò la necessità di una collaborazione
intraecclesiale in vista di una pastorale senza frontiere e riconobbe
infine e valorizzò lo specifico ruolo dei Laici, dei Religiosi
e delle Religiose.
La normativa canonica
24. Il nuovo Codice di Diritto Canonico per la Chiesa Latina,
ancora in attuazione conciliare, a conferma, raccomanda al Parroco
una speciale diligenza verso chi è lontano dalla patria
(can. 529, §1), pur sostenendo l'opportunità e l'obbligo,
per quanto possibile, di una cura pastorale specifica (can. 568).
Esso contempla così, come fa il Codice dei Canoni delle
Chiese Orientali, la costituzione di Parrocchie personali (CIC
can. 518 e CCEO can. 280, §1), oltre che di Missioni con
cura d'anime (can. 516), nonché la figura di specifici
soggetti pastorali, come il Vicario episcopale (can. 476) e il
Cappellano per i migranti (can. 568).
Il nuovo Codice prevede altresì, in attuazione conciliare
(cfr. PO 10 e AG 20, nota 4, e 27, nota 28), l'istituzione di
altre specifiche strutture pastorali previste nella legislazione
e nella prassi della Chiesa[23].
25. Poiché nella mobilità umana ora sono legioni
pure i fedeli delle Chiese Cattoliche Orientali dall'Asia e dal
Medio Oriente, dall'Europa centrale e orientale, che si dirigono
verso i Paesi d'Occidente, si pone in modo evidente il problema
anche della loro cura pastorale, sempre nell'ambito della responsabilità
decisiva dell'Ordinario di luogo d'accoglienza. Vanno quindi considerate
con urgenza le conseguenze pastorali e giuridiche della loro presenza,
sempre più consistente, fuori dai tradizionali territori
e dei contatti che si vanno realizzando a vari livelli, ufficiali
o privati, individuali o collettivi, tra comunità e tra
singoli suoi membri. E la relativa normativa specifica, che consente
alla Chiesa cattolica di respirare già, in un certo senso,
con due polmoni[24], è contenuta nel CCEO[25].
26. Tale Codice contempla così la costituzione di Chiese
sui iuris (CCEO cann. 27, 28 e 147), raccomanda la promozione
e l'osservanza dei "riti delle Chiese orientali, quali patrimonio
della Chiesa universale di Cristo" (can. 39; cfr. anche i
cann. 40 e 41) e stabilisce una precisa normativa riguardante
le leggi liturgiche e disciplinari (can.150). Esso fa obbligo
al Vescovo eparchiale di assistere anche i fedeli cristiani "di
qualsiasi età, condizione, nazione o Chiesa sui iuris,
sia che abitino nel territorio della Eparchia sia che vi restino
temporaneamente" (can. 192, §1) e di curare che i fedeli
cristiani di un'altra Chiesa sui iuris, a lui affidati, "conservino
il rito della propria Chiesa" (can. 193, §1), possibilmente
grazie a "presbiteri e parroci della stessa Chiesa sui iuris"
(can. 193, §2). Il Codice raccomanda infine che la parrocchia
sia territoriale, senza escludere quelle personali, se richieste
da particolari condizioni (cfr. can. 280, §1).
Nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali si prevede anche
l'esistenza dell’Esarcato, definito come "una porzione
del popolo di Dio che, per speciali circostanze, non viene eretta
in eparchia e che, circoscritta in un territorio, o qualificata
con altri criteri, è affidata alla cura pastorale dell'Esarca"
(CCEO can. 311, §1).
Le linee pastorali del Magistero
27. Accanto alla normativa canonica, una lettura attenta dei
Documenti e delle disposizioni che la Chiesa ha finora emanati
circa il fenomeno migratorio porta a sottolinearvi alcune importanti
acquisizioni teologiche e pastorali, vale a dire: la centralità
della persona e la difesa dei diritti dell'uomo e della donna
migrante e quelli dei loro figli; la dimensione ecclesiale e missionaria
delle migrazioni; la rivalutazione dell'apostolato dei Laici,
il valore delle culture nell'opera di evangelizzazione; la tutela
e la valorizzazione delle minoranze, anche all'interno della Chiesa;
l'importanza del dialogo intra ed extra ecclesiale; il contributo
specifico dell'emigrazione per la pace universale. Tali documenti
connotano inoltre la dimensione pastorale dell'impegno per i migranti.
Nella Chiesa tutti devono infatti trovare la "loro Patria"
[26]: essa è il mistero di Dio tra gli uomini, mistero
dell'Amore mostrato dal Figlio Unigenito, specialmente nella sua
morte e resurrezione, affinché tutti "abbiano la vita,
e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10), tutti trovino la forza
per superare ogni divisione e facciano sì che le differenze
non portino a rotture ma a comunione, mediante l'accoglienza dell'altro
nella sua diversità legittima.
28. Nella Chiesa è rivalutato, poi, il ruolo degli Istituti
di vita consacrata e delle Società di vita apostolica,
nel loro contributo specifico alla cura pastorale dei migranti[27].
La responsabilità, al riguardo, dei Vescovi diocesani/eparchiali,
è riaffermata in modo inequivocabile, e ciò vale
sia per la Chiesa di partenza che per la Chiesa di arrivo. In
tale responsabilità sono coinvolte poi le Conferenze Episcopali
dei vari Paesi e le rispettive Strutture delle Chiese Orientali.
La cura pastorale dei migranti, infatti, comporta accoglienza,
rispetto, tutela, promozione, amore autentico di ogni persona
nelle sue espressioni religiose e culturali.
29. I più recenti interventi pontifici hanno anche ribadito
e ampliato gli orizzonti e le prospettive pastorali in relazione
al fenomeno migratorio, nella linea dell'uomo via per la Chiesa[28].
Fin dal pontificato di Papa Paolo VI, e successivamente in quello
di Giovanni Paolo II, soprattutto nei suoi Messaggi in occasione
della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato[29], si ribadiscono
così diritti fondamentali della persona, in particolare
il diritto a emigrare per una migliore realizzazione delle proprie
capacità e aspirazioni e dei progetti di ciascuno[30] (contestualmente,
però, al diritto di ogni Paese a gestire una politica migratoria
che corrisponda al bene comune), nonché il diritto a non
emigrare, ad essere cioè nelle condizioni di realizzare
i propri diritti ed esigenze legittime nel Paese di origine[31].
Il Magistero ha sempre denunciato altresì gli squilibri
socio-economici, che sono per lo più causa delle migrazioni,
i rischi di una globalizzazione senza regole, in cui i migranti
appaiono più vittime che protagonisti della loro vicenda
migratoria e il grave problema dell'immigrazione irregolare, soprattutto
quando il migrante diventa oggetto di traffico e di sfruttamento
da parte di bande criminali[32].
30. Il Magistero ha ribadito pure la necessità di una politica
che assicuri a tutti i migranti la certezza del diritto, "evitando
accuratamente ogni possibile discriminazione" [33], sottolineando
una vasta gamma di valori e comportamenti (l'ospitalità,
la solidarietà, la condivisione) e la necessità
di rigettare ogni sentimento e manifestazione di xenofobia e razzismo
da parte di chi li riceve[34]. Grande attenzione è data,
nel contesto della legislazione come nella prassi amministrativa
dei vari Paesi, all'unità familiare e alla tutela dei minori,
spesso compromessa dalle migrazioni[35], come pure alla formazione,
mediante le migrazioni, di società multiculturali.
La pluralità culturale sollecita così l'uomo contemporaneo
al dialogo e al confronto anche sulle grandi questioni esistenziali
quali il senso della vita e della storia, della sofferenza e della
povertà, della fame e delle malattie, della morte. L'apertura
alle diverse identità culturali però non significa
accettarle tutte indiscriminatamente, ma rispettarle - perché
inerenti alle persone - ed eventualmente apprezzarle nella loro
diversità. La "relatività" delle culture
è del resto sottolineata anche dal Concilio Vaticano II
(cfr. GS 54, 55, 56, 58). La pluralità è ricchezza
e il dialogo è già realizzazione, anche se imperfetta
e in continua evoluzione, di quell'unità definitiva a cui
l'umanità aspira ed è chiamata.
Gli Organismi della Santa Sede
31. La costante sollecitudine della Chiesa per l'assistenza religiosa,
sociale e culturale ai migranti, testimoniata dal Magistero, è
comprovata altresì dagli speciali Organismi che la Santa
Sede ha istituito a tale scopo.
La loro ispirazione originaria si trova nel memoriale Pro emigratis
catholicis, del Beato Giovanni Battista Scalabrini, il quale,
consapevole delle difficoltà che innescavano all'estero
i vari nazionalismi europei, propose alla Santa Sede l'istituzione
di una Congregazione (o Commissione) pontificia per tutti gli
emigrati cattolici. Scopo di tale Congregazione, composta da rappresentanti
di varie Nazioni, doveva essere "l'assistenza spirituale
degli emigrati nelle svariate contingenze e nei periodi vari del
fenomeno, specialmente nelle Americhe, e di tener viva così
nel loro cuore la fede cattolica"[36].
Quella intuizione si concretò in modo graduale. Nel 1912,
dopo la riforma della Curia Romana da parte di San Pio X, si creò
il primo Ufficio per i problemi delle migrazioni, all'interno
della Congregazione Concistoriale, mentre nel 1970 fu istituita,
da Papa Paolo VI, la Pontificia Commissione per la Pastorale delle
Migrazioni e del Turismo che, nel 1988, con la Costituzione Apostolica
Pastor Bonus, è diventata Pontificio Consiglio della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti. Ad esso fu demandata la cura
di quanti "sono stati costretti ad abbandonare la propria
patria o non ne hanno affatto": profughi ed esuli, migranti,
nomadi e gente del circo, marittimi sia in navigazione che nei
porti, tutti coloro che si trovano fuori del proprio domicilio
e quanti prestano il loro lavoro negli aeroporti o sugli aerei[37].
32. Il Pontificio Consiglio ha dunque il compito di suscitare,
promuovere e animare le opportune iniziative pastorali a favore
di coloro che, per propria scelta o per necessità, lasciano
il loro luogo di residenza abituale, nonché di seguire
con attenzione le questioni sociali, economiche e culturali che
di solito sono all'origine di tali spostamenti.
Direttamente, il Pontificio Consiglio si rivolge alle Conferenze
Episcopali e ai loro relativi Consigli regionali, alle rispettive
Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche interessate,
e ai singoli Vescovi/Gerarchi, sollecitandoli, nel rispetto delle
responsabilità di ciascuno, ad attuare una pastorale specifica
per coloro che sono coinvolti nel fenomeno sempre più vasto
della mobilità umana, adottando i provvedimenti richiesti
dalle mutevoli situazioni.
Negli ultimi tempi, poi, anche nelle relazioni ecumeniche si
è inserita la dimensione migratoria, per cui si moltiplicano
i primi contatti al riguardo con altre Chiese e Comunità
ecclesiali. La prospettiva si fa attenta anche al dialogo inter-religioso.
Il Pontificio Consiglio stesso, con i suoi Superiori e Officiali,
è presente infine, a volte, nell'arena internazionale in
rappresentanza della Santa Sede in occasione di riunioni di Organismi
multilaterali.
33. Tra le principali Organizzazioni cattoliche dedite all'assistenza
ai migranti e rifugiati non possiamo dimenticare, in questo contesto,
la costituzione, nel 1951, della Commissione Cattolica Internazionale
per le Migrazioni. Il sostegno che, in questi primi cinquant'anni,
la Commissione ha offerto a Governi e Organismi internazionali,
con spirito cristiano, e il suo contributo originale, nel ricercare
soluzioni durature per i migranti e i rifugiati in tutto il mondo,
costituiscono un grande suo merito. Il servizio che la Commissione
ha prestato, e presta tuttora, "è vincolato da una
duplice fedeltà: a Cristo ... e alla Chiesa" - come
ha affermato Giovanni Paolo II[38] -. La sua opera "è
stata un elemento tanto fecondo di cooperazione ecumenica e interreligiosa"
[39].
Non possiamo infine dimenticare il grande impegno delle varie
Caritas e di altri Organismi di carità e solidarietà,
nel servizio anche dei migranti e dei rifugiati.
PARTE II
Migranti e pastorale d'accoglienza
“Inculturazione” e pluralismo culturale e religioso
34. Sacramento di unità, la Chiesa vince le barriere e
le divisioni ideologiche o razziali e a tutti gli uomini e a tutte
le culture proclama la necessità di tendere alla verità,
in una prospettiva di giusto confronto, di dialogo e d'accoglienza
reciproca. Le diverse identità culturali devono così
aprirsi ad una logica universale, non già sconfessando
le proprie positive caratteristiche, ma mettendole a servizio
dell'intera umanità. Mentre impegna ogni Chiesa particolare,
questa logica evidenzia e manifesta quella unità nella
diversità che si contempla nella visione trinitaria, la
quale, a sua volta, rimanda la comunione di tutti alla pienezza
della vita personale di ciascuno.
In questa prospettiva la situazione culturale odierna, nella
sua dinamica globale, per una incarnazione dell'unica fede nelle
varie culture, rappresenta una sfida senza precedenti, vero kairòs
che interpella il Popolo di Dio (cfr. EEu 58).
35. Ci troviamo di fronte, cioè, ad un pluralismo culturale
e religioso forse mai sperimentato così coscientemente
finora. Da una parte si procede a grandi passi verso una apertura
mondiale, facilitata dalla tecnologia e dai mass-media - che arriva
a porre a contatto o addirittura a rendere interni l'uno all'altro
universi culturali e religiosi tradizionalmente diversi ed estranei
tra loro -, dall'altra rinascono esigenze di identità locale,
che colgono nella specificità culturale di ciascuno lo
strumento della propria realizzazione.
36. Questa fluidità culturale rende quindi ancor più
indispensabile l"inculturazione" perché non si
può evangelizzare senza entrare in profondo dialogo con
le culture. Insieme a popoli con radici diverse, altri valori
e modelli di vita bussano dunque alla nostra porta. Mentre ogni
cultura tende così a pensare il contenuto del Vangelo nel
proprio ambito di vita, compete al Magistero della Chiesa guidare
tale tentativo e giudicarne la validità.
L'"inculturazione" comincia con l'ascolto, con la conoscenza,
cioè, di coloro a cui si annuncia il Vangelo. Tale ascolto
e conoscenza portano infatti a una valutazione più adeguata
dei valori e disvalori presenti nella loro cultura alla luce del
mistero pasquale di morte e di vita. Non basta qui la tolleranza,
occorre la simpatia, il rispetto, per quanto possibile, dell'identità
culturale degli interlocutori. Riconoscerne gli aspetti positivi
e apprezzarli, perché preparano ad accogliere il Vangelo,
è un preambolo necessario per l'esito dell'annuncio. Solo
in questo modo nasce il dialogo, la comprensione e la fiducia.
L'attenzione al Vangelo si fa così anche attenzione alle
persone, alla loro dignità e libertà. Promuoverle
nella loro integrità esige impegno di fraternità,
solidarietà, servizio e giustizia. L'amore di Dio, in effetti,
mentre dona all'uomo la verità e gli manifesta la sua altissima
vocazione, promuove pure la sua dignità e fa nascere la
comunità attorno all'annuncio accolto e interiorizzato,
celebrato e vissuto[40].
La Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano II
37. Nella visione del Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa
realizza il suo ministero pastorale, fondamentalmente, in tre
modalità.
- In quanto comunione, essa dà valore alle legittime particolarità
delle comunità cattoliche, coniugandole con l'universalità.
L'unità della Pentecoste non abolisce infatti le diverse
lingue e culture, ma le riconosce nella loro identità,
pur aprendole all'alterità, attraverso l'amore universale
operante in esse. L'unica Chiesa Cattolica è così
costituita dalle e nelle Chiese particolari, così come
le Chiese particolari sono costituite nella e dalla Chiesa universale
(cfr. LG 13 )[41].
- In quanto missione, il ministero ecclesiale si dirige verso
un altrove, per comunicare il proprio tesoro e arricchirsi di
nuovi doni e valori. Tale missionarietà si svolge pure
all'interno della stessa Chiesa particolare, poiché la
missione è prima di tutto irradiamento della gloria di
Dio, e la Chiesa ha bisogno di "sentir proclamare le grandi
opere di Dio ... e d'essere nuovamente convocata e riunita da
Lui” (EN 15).
- In quanto Popolo e Famiglia di Dio, mistero, sacramento, Corpo
mistico e tempio dello Spirito, la Chiesa si fa storia di un Popolo
in cammino che, partendo dal mistero di Cristo e dalle vicende
dei singoli e dei gruppi che la compongono, è chiamata
a costruire una nuova storia, dono di Dio e frutto della libertà
umana. Nella Chiesa anche i migranti sono convocati, dunque, ad
esserne protagonisti con tutto il Popolo di Dio pellegrino sulla
terra (cfr. RMi 32, 49 e 71).
38. Concretamente le scelte pastorali specifiche per la accoglienza
dei migranti si possono così delineare:
- cura di un determinato gruppo etnico o rituale, tesa a promuovere
un vero spirito cattolico (cfr. LG 13);
- necessità di salvaguardare universalità e unità
che non può contrastare, al tempo stesso, con la pastorale
specifica, la quale possibilmente affida i migranti a Presbiteri
della loro lingua, della stessa Chiesa sui iuris, o a Presbiteri
ad essi affini dal punto di vista linguistico-culturale (cfr.
DPMC 11);
- grande importanza, dunque, della lingua materna dei migranti,
attraverso la quale essi esprimono la mentalità, le forme
di pensiero e di cultura ed i caratteri stessi della loro vita
spirituale e delle tradizioni delle loro Chiese di origine (cfr.
DPMC 11).
Tale pastorale specifica è collocata nel contesto del
fenomeno migratorio il quale, mettendo in contatto fra loro persone
di diversa nazionalità, etnia e religione, contribuisce
a rendere visibile l'autentica fisionomia della Chiesa (cfr. GS
92) e valorizza la valenza ecumenica e dialogico-missionaria delle
migrazioni[42]. E' anche attraverso di esse, infatti, che si realizzerà
tra le genti il disegno salvifico di Dio (cfr. Atti 11,19-21)[43].
Per questo è necessario far crescere nei migranti la vita
cristiana, conducendola fino alla maturità per mezzo di
un apostolato "evangelizzatore" e "catechistico"
(cfr. CD 13-14 e DPMC 4).
Tale compito dialogico-missionario è di tutti i membri
del Corpo mistico, per cui i migranti stessi lo debbono realizzare
nella triplice funzione di Cristo, Sacerdote, Re e Profeta. Bisognerà
quindi edificare e far crescere in essi e con essi la Chiesa,
per riscoprire, insieme, e rivelare i valori cristiani e per formare
una autentica comunità sacramentale, di fede, di culto,
di carità[44] e di speranza.
La particolare situazione in cui vengono a trovarsi i Cappellani/Missionari,
nonché gli Operatori pastorali laici, in rapporto alla
Gerarchia e al Clero locale, impone agli stessi una coscienza
viva della necessità di svolgere il ministero in stretta
unione col Vescovo diocesano, o col Gerarca, e con il suo Clero
(cfr. CD 28-29; AA 10 e PO 7). La difficoltà e l'importanza
del raggiungimento di certi obiettivi, sia sul piano comunitario
che su quello individuale, stimoleranno infine i Cappellani/Missionari
dei migranti a ricercare la più ampia e giusta collaborazione
di Religiosi e Religiose (cfr. DPMC 52-55) e di Laici (cfr. DPMC
56-61)[45].
Accoglienza e solidarietà
39. Le migrazioni costituiscono dunque un evento che tocca anche
la dimensione religiosa dell'uomo e offrono ai migranti cattolici
l'opportunità privilegiata, seppur spesso dolorosa, di
giungere a un maggiore senso di appartenenza alla Chiesa universale,
oltre ogni particolarità.
A tale scopo è importante che le comunità non ritengano
esaurito il loro dovere verso i migranti compiendo semplicemente
gesti di aiuto fraterno o anche sostenendo leggi settoriali che
promuovano un loro dignitoso inserimento nella società,
che rispetti l'identità legittima dello straniero. I cristiani
devono, cioè, essere promotori di una vera e propria cultura
dell'accoglienza (cfr. EEu 101 e 103), che sappia apprezzare i
valori autenticamente umani degli altri, al di sopra di tutte
le difficoltà che comporta la convivenza con chi è
diverso da noi (cfr. EEu 85, 112 e PaG 65).
40. Tutto questo i cristiani lo realizzeranno con una accoglienza
veramente fraterna, rispondendo all'invito di S. Paolo: "Accoglietevi
perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la
gloria di Dio" (Rm 15,7)[46].
Certo, il semplice appello, per quanto altamente ispirato e accorato,
non dà una automatica, concreta risposta a quanto ci assilla
giorno per giorno; non elimina, ad esempio, una diffusa paura
o l'insicurezza della gente, non assicura il doveroso rispetto
della legalità e la salvaguardia della comunità
di accoglienza. Ma lo spirito autenticamente cristiano darà
stile e coraggio nell'affrontare questi problemi e suggerirà
i modi concreti con cui, nella vita quotidiana delle nostre comunità
cristiane, siamo chiamati a risolverli (cfr. EEu 85 e 111).
41. Per questo l'intera Chiesa del Paese di accoglienza deve sentirsi
interessata e mobilitata nei confronti dei migranti. Nelle Chiese
particolari va dunque ripensata e programmata la pastorale per
aiutare i fedeli a vivere una fede autentica nel nuovo odierno
contesto multiculturale e plurireligioso[47]. Con l'aiuto di Operatori
sociali e pastorali, è così necessario far conoscere
agli autoctoni i complessi problemi delle migrazioni e contrastare
sospetti infondati e pregiudizi offensivi verso gli stranieri.
Nell'insegnamento della religione e nella catechesi si dovrà
trovare il modo adeguato di creare nella coscienza cristiana il
senso dell'accoglienza, specialmente dei più poveri ed
emarginati, come spesso sono i migranti, un'accoglienza tutta
fondata sull'amore a Cristo, certi che il bene fatto al prossimo,
particolarmente al più bisognoso, per amore di Dio, è
fatto a Lui stesso. Tale catechesi comunque non potrà non
riferirsi ai gravi problemi che precedono e accompagnano il fenomeno
migratorio, quali la questione demografica, il lavoro e le sue
condizioni (fenomeno del lavoro nero), la cura dei molti anziani,
la malavita, lo sfruttamento e il traffico e contrabbando di esseri
umani.
42. Certo è utile e corretto distinguere, riguardo all'accoglienza,
i concetti di assistenza in genere (o prima accoglienza, piuttosto
limitata nel tempo), di accoglienza vera e propria (che riguarda
piuttosto progetti a più largo termine) e di integrazione
(obiettivo del lungo periodo, da perseguire costantemente e nel
giusto senso della parola).
Gli Operatori pastorali che possiedono una specifica competenza
in mediazioni culturali -Operatori di cui anche le nostre comunità
cattoliche devono assicurarsi il servizio - sono chiamati ad aiutare
nel coniugare l'esigenza legittima di ordine, legalità
e sicurezza sociale con la vocazione cristiana all'accoglienza
e alla carità in concreto. Sarà importante anche
far sì che tutti si rendano conto dei vantaggi, non solo
economici, che ai Paesi industrializzati derivano dal regolato
flusso migratorio e, nello stesso tempo, prendano coscienza sempre
più del fatto che al bisogno di braccia corrispondono coloro
che le hanno, persone, cioè uomini, donne e interi nuclei
familiari con bambini e anziani.
43. Grande rimane comunque l'importanza degli interventi di assistenza
o di "prima accoglienza" (pensiamo per es. alle "Case
dei migranti" specialmente nei Paesi di transito verso quelli
ricettori), in risposta alle emergenze che il movimento migratorio
porta con sé: mensa, dormitorio, ambulatorio, aiuti economici,
centri di ascolto. Pure importanti sono però gli interventi
di "accoglienza vera e propria" finalizzati alla progressiva
integrazione e auto-sufficienza dello straniero immigrato. Ricordiamo
in particolare l'impegno per il ricongiungimento familiare, l'educazione
dei figli, l'alloggio, il lavoro, l'associazionismo, la promozione
dei diritti civili e le varie forme di partecipazione degli immigrati
nella società di arrivo. Le associazioni religiose, socio-caritative
e culturali di ispirazione cristiana dovranno badare inoltre a
coinvolgere gli immigrati nelle loro stesse strutture.
Liturgia e religiosità popolare
44. I fondamenti ecclesiologici della pastorale dei migranti aiuteranno
anche nel tendere a una Liturgia più attenta alla dimensione
storica e antropologica delle migrazioni, affinché la celebrazione
liturgica diventi espressione viva di comunità di fedeli
che camminano hic et nunc nelle vie della salvezza.
Si apre così la questione del rapporto della Liturgia
con l'indole, la tradizione e il genio dei vari gruppi culturali
e quella di saper rispondere a particolari situazioni sociali
e culturali, nell'ambito di una pastorale che si faccia carico
di una specifica formazione e animazione liturgica (cfr. SC 23),
promuovendo anche una più larga partecipazione dei fedeli
nella Chiesa particolare (cfr. EEu 69-72 e 78-80).
45. Pure per la scarsità delle loro forze, i Presbiteri
dovranno poi valorizzare i Laici nei ministeri non ordinati. In
tale prospettiva è da considerare la possibilità,
nei luoghi in cui non ci siano Presbiteri disponibili, di riunire,
anche nelle comunità di immigrati, le cosiddette assemblee
domenicali senza Sacerdote (cfr. CIC can. 1248, §2), dove
si prega, è proclamata la Parola e si distribuisce l'Eucarestia
(cfr. PaG 37), sotto la guida di un Diacono oppure di un Laico
a ciò legittimamente preposto[48]. La scarsità di
Sacerdoti per i migranti, infatti, può essere in parte
supplita proprio con l'affidare alcune funzioni di servizio in
Parrocchia a Laici particolarmente preparati, conformemente al
CIC (cfr. can. 228, §1; 230, §3 e 517, §2).
Del resto ci si atterrà alle norme generali già
impartite dalla Santa Sede e ricordate nella Lettera Apostolica
Dies Domini, che recita: "La Chiesa, considerando il caso
di impossibilità della celebrazione eucaristica, raccomanda
la convocazione di assemblee domenicali in assenza del sacerdote,
secondo le indicazioni e le direttive date dalla Santa Sede e
affidate, per la loro applicazione, alle Conferenze Episcopali"[49].
Contestualmente i Presbiteri procureranno di creare nel Popolo
di Dio una maggior presa di coscienza della necessità,
nella vita di ogni Chiesa particolare, di autentiche vocazioni
al sacerdozio ministeriale e di promuovere, anche nell'ambiente
dei migranti, una intensa pastorale vocazionale al ministero ordinato
(cfr. EE 31-32 e PaG 53-54).
46. Un'attenzione particolare merita, poi, la religiosità
popolare[50], poiché essa caratterizza molte comunità
di migranti. Oltre a riconoscere che, "se è bene orientata,
soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, la pietà
popolare è ricca di valori" (EN 48), si dovrà
tener presente, a questo riguardo, che per molti migranti essa
è un elemento fondamentale di collegamento con la Chiesa
di origine e con precisi modi di comprendere e di vivere la fede.
Si tratta di attuare qui una profonda opera di evangelizzazione
e di far altresì conoscere e apprezzare dalla locale comunità
cattolica alcune forme di devozione dei migranti, affinché
siano da essa comprese. Da questa unione di spirito potrà
nascere anche una liturgia più partecipata, più
integrata e spiritualmente più ricca.
Lo stesso si dica pure per quanto riguarda il collegamento con
le varie Chiese Orientali Cattoliche. La Sacra Liturgia celebrata
nel rito della propria Chiesa sui iuris, infatti, è importante
perché salvaguarda l'identità spirituale dei migranti
cattolici d'Oriente, come del resto l'uso delle loro lingue nelle
sacre funzioni religiose[51] .
47. Per la particolare condizione di vita dei migranti, la pastorale
deve altresì dare molto spazio, sempre in prospettiva liturgica,
alla famiglia, intesa come "chiesa domestica", alla
preghiera in comune, ai gruppi biblici familiari, alle risonanze
in famiglia dell'anno liturgico (cfr. EEu 78). Meritano una attenta
considerazione pure le forme di benedizioni familiari proposte
dal Rituale delle Benedizioni[52].
Inoltre si assiste, oggi, a un rinnovato impegno per coinvolgere
le famiglie nella pastorale dei Sacramenti, la quale può
dare nuova vitalità alle comunità cristiane. Molti
giovani (cfr. PaG 53) e adulti riscoprono infatti, per questa
via, il significato e il valore di itinerari che li aiutano a
rinvigorire la loro fede e la vita cristiana.
48. Un particolare pericolo per la fede deriva peraltro dall'odierno
pluralismo religioso, inteso come relativismo e sincretismo in
fatto di religione. Per scongiurarlo è necessario approntare
nuove iniziative pastorali che consentano di affrontare adeguatamente
il fenomeno, che risulta essere uno dei più gravi problemi
pastorali odierni assieme a quello del pullulare delle sette[53].
Migranti cattolici
49. In relazione ai migranti cattolici la Chiesa contempla una
pastorale specifica, dettata dalla diversità di lingua,
origine, cultura, etnia e tradizione, o da appartenenza ad una
determinata Chiesa sui iuris, con proprio rito, che si frappongono
spesso a un pieno e rapido inserimento dei migranti nelle parrocchie
territoriali locali, o che sono da tener presenti in vista dell'erezione
di Parrocchie o Gerarchia propria per i fedeli di determinate
Chiese sui iuris. Ai tanti sradicamenti (dalla terra d'origine,
dalla famiglia, dalla lingua, ecc.) a cui l'espatrio forzatamente
sottopone, non si dovrebbe infatti aggiungere anche quello dal
rito o dall'identità religiosa del migrante.
50. In presenza di gruppi particolarmente numerosi ed omogenei
di immigrati, essi vanno quindi incoraggiati a mantenere la propria
specifica tradizione cattolica. In particolare si dovrà
cercare di procurare l'assistenza religiosa, in forma organizzata,
da parte di sacerdoti della lingua e cultura e rito degli immigrati,
con scelta della figura giuridica più confacente, tra quelle
previste dal CIC e dal CCEO.
In ogni caso non sarà mai ribadita a sufficienza la necessità
di una profonda comunione tra le Missioni linguistiche o rituali
e le Parrocchie territoriali e sarà pure importante svolgere
un'azione che tenda alla conoscenza reciproca, servendosi di tutte
quelle occasioni offerte dalla cura pastorale ordinaria, per coinvolgere
anche gli immigrati nella vita delle Parrocchie (cfr. EEu 28).
Qualora poi l'esiguità del loro numero non consentisse
una specifica assistenza religiosa organizzata, la Chiesa particolare
di arrivo dovrà aiutarli a superare i disagi dello sradicamento
dalla comunità di origine e le gravi difficoltà
dell'inserimento in quella di arrivo.
Nei centri di minore importanza numerica di immigrati si rivelerà
comunque particolarmente preziosa una sistematica formazione catechistica
e di animazione liturgica condotta da Operatori pastorali, Religiosi
e Laici, in stretta collaborazione con il Cappellano/Missionario
(cfr. EEu 51, 73 e PaG 51).
51. Varrà inoltre qui ricordare la necessità di
una assistenza pastorale specifica anche nei riguardi di tecnici,
professionisti e studenti esteri provvisoriamente insediati in
Paesi a maggioranza musulmana o di altra religione. Abbandonati
a se stessi e senza guida spirituale, anziché offrire una
testimonianza cristiana, essi possono diventare, invece, causa
di erronei giudizi nei confronti del Cristianesimo. Questo diciamo
indipendentemente dal benefico influsso, negli stessi Paesi, di
migliaia e migliaia di cristiani che vi danno buona testimonianza
o del ritorno ai luoghi di origine, a minoranza cristiana, di
antichi migranti di altra religione provenienti da zone intensamente
cattoliche.
Migranti cattolici di rito orientale
52. I migranti cattolici di rito orientale, oggi sempre più
numerosi, meritano una particolare attenzione pastorale. Ricordiamo
anzitutto, a loro riguardo, l'obbligo giuridico di osservare dovunque
- quando sia possibile - il proprio rito, inteso come patrimonio
liturgico, teologico, spirituale e disciplinare (cfr. CCEO can.
28, §l e PaG 72).
Di conseguenza "anche se affidati alla cura del Gerarca
o del parroco di un'altra Chiesa sui iuris, rimangono tuttavia
ascritti alla propria Chiesa sui iuris" (CCEO can. 38); anzi,
l'usanza, pur a lungo protratta, di ricevere i sacramenti secondo
il rito di un'altra Chiesa sui iuris, non comporta l'iscrizione
alla medesima (CIC can. 112, §2). Vi è, infatti, divieto
di "cambiare rito senza il consenso della Sede Apostolica"
(CCEO can. 32 e CIC can. 112, §1).
I migranti cattolici orientali, poi, fermo restando il diritto
e il dovere di osservare il proprio rito, hanno pure il diritto
di partecipare attivamente alle celebrazioni liturgiche di qualunque
Chiesa sui iuris, quindi anche della Chiesa Latina, secondo le
prescrizioni dei libri liturgici (cfr. CCEO can. 403, §1).
La Gerarchia deve curare inoltre che coloro i quali hanno relazioni
frequenti con fedeli di altro rito lo conoscano e venerino (cfr.
CCEO can. 41) e vigilerà affinché nessuno si senta
limitato nella sua libertà a motivo della lingua o del
rito (cfr. CCEO can. 588).
53. Il Concilio Ecumenico Vaticano II (CD 23) in effetti stabilisce
che: "Dove si trovano fedeli di diverso Rito, il Vescovo
deve provvedere alle loro necessità, sia per mezzo di sacerdoti
o parrocchie dello stesso Rito; sia per mezzo di un Vicario episcopale,
munito delle necessarie facoltà e, se opportuno, insignito
anche del carattere episcopale; sia da se stesso come Ordinario
di diversi Riti". Inoltre "il Vescovo può costituire
uno o più Vicari Episcopali che, in forza del diritto ...
nei riguardi dei fedeli di un determinato Rito, godono dello stesso
potere che il diritto comune attribuisce al Vicario Generale"
(CD 27).
54. Conformemente al dettato conciliare, il CIC (can. 383, §2)
stabilisce quindi che se il Vescovo diocesano "ha nella sua
diocesi fedeli di rito diverso, provveda alle loro necessità
spirituali sia mediante sacerdoti o parroci del medesimo rito,
sia mediante un Vicario episcopale". Questi, a norma del
can. 476 del CIC, "ha la stessa potestà ordinaria
che, per diritto universale ... spetta al Vicario generale"
anche in rapporto ai fedeli di un determinato rito. Il CIC, dopo
aver enunciato il principio della territorialità della
Parrocchia, stabilisce infatti che, "dove risulti opportuno,
vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito"
(can. 518).
55. Qualora così si proceda, tali Parrocchie faranno giuridicamente
parte integrante della Diocesi latina, e i Parroci del medesimo
rito saranno membri del Presbiterio diocesano del Vescovo latino.
E' da notare, tuttavia, che sebbene i fedeli, nell'ipotesi prevista
dai suddetti canoni, si trovino nell'ambito della giurisdizione
del Vescovo latino, è opportuno che questi, prima di istituire
Parrocchie personali o designare un Presbitero come assistente
o parroco, o addirittura Vicario episcopale, entri in dialogo
sia con la Congregazione per le Chiese Orientali, sia con la rispettiva
Gerarchia, e in particolare con il Patriarca.
Varrà qui ricordare infatti che il CCEO (can. 193, §3)
prevede, quando i Vescovi eparchiali "costituiscono questo
tipo di presbiteri, di parroci o sincelli per la cura dei fedeli
cristiani delle Chiese patriarcali", che essi "prendano
contatto con i relativi Patriarchi e, se sono consenzienti, agiscano
di propria autorità informandone al più presto la
Sede Apostolica; se però i Patriarchi per qualunque ragione
dissentano, la cosa venga deferita alla Sede Apostolica"[54].
Sebbene nel CIC manchi una espressa disposizione a questo proposito,
per analogia essa dovrebbe però valere anche per i Vescovi
diocesani latini.
Migranti di altre Chiese e Comunità ecclesiali
56. La presenza, sempre più numerosa, anche di immigrati
cristiani non in piena comunione con la Chiesa Cattolica, offre
alle Chiese particolari nuove possibilità di vivere la
fraternità ecumenica nella concretezza della vita quotidiana
e di realizzare, lontani da facili irenismi e dal proselitismo,
una maggiore comprensione reciproca fra Chiese e Comunità
ecclesiali. Si tratta di possedere quello spirito di carità
apostolica che da una parte rispetta le coscienze altrui e riconosce
i beni che vi trova, ma che può attendere anche il momento
per diventare strumento di un incontro più profondo fra
Cristo e il fratello. I fedeli cattolici non devono dimenticare
infatti che è anche servizio e segno di grande amore, quello
di accogliere i fratelli nella piena comunione con la Chiesa.
In ogni caso "se sacerdoti, ministri o comunità che
non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica non hanno
un luogo, né oggetti liturgici necessari per celebrare
degnamente le loro cerimonie religiose, il Vescovo diocesano può
loro permettere di usare una chiesa o un edificio cattolico e
anche prestar loro gli oggetti necessari per il loro culto. In
circostanze analoghe può essere loro consentito di fare
funerali o di celebrare ufficiature in cimiteri cattolici"[55].
57. Da ricordare qui è poi la legittimità, in determinate
circostanze, per i non cattolici, di ricevere l'Eucarestia assieme
ai cattolici, secondo quanto afferma anche la recente Enciclica
Ecclesia de Eucharistia. Infatti "Se in nessun caso è
legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione,
non accade lo stesso rispetto all'amministrazione dell'Eucarestia,
in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese
o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa
cattolica. In questo caso, infatti, l'obiettivo è di provvedere
a un grave bisogno spirituale per l'eterna salvezza di singoli
fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto
che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione
ecclesiale. In tal senso si è mosso il Concilio Vaticano
II, fissando il comportamento da tenere con gli Orientali che,
trovandosi in buona fede separati dalla Chiesa cattolica, chiedono
spontaneamente di ricevere l'Eucarestia dal ministro cattolico
e sono ben disposti (cfr. OE 27). Questo modo di agire è
stato poi ratificato da entrambi i Codici, nei quali è
considerato anche, con gli opportuni adeguamenti, il caso degli
altri cristiani non orientali che non sono in piena comunione
con la Chiesa cattolica (cfr. CIC can. 844, §§3-4 e
CCEO can. 671, §§3-4)"[56].
58. Ad ogni modo si avrà un reciproco, particolare riguardo
dei rispettivi ordinamenti, come raccomandato nel Direttorio per
l'applicazione dei principi e norme sull'ecumenismo: "I cattolici
devono dar prova di un sincero rispetto per la disciplina liturgica
e sacramentale delle altre Chiese e Comunità ecclesiali,
e queste ... sono invitate a mostrare lo stesso rispetto per la
disciplina cattolica"[57].
Tali disposizioni e l'"ecumenismo della vita quotidiana"
(PaG 64), nel caso dei migranti, non mancheranno di avere benefici
effetti. Momenti salienti d'impegno ecumenico potranno essere,
in ogni caso, le grandi feste liturgiche delle differenti Confessioni,
le tradizionali Giornate mondiali della pace, del migrante e del
rifugiato e la Settimana annuale di preghiera per l'unità
dei cristiani.
Migranti di altre religioni, in genere
59. In questi ultimi tempi è andata sempre più rafforzandosi,
in Paesi di antica tradizione cristiana, la presenza di immigrati
di altre religioni, nei confronti dei quali fanno da sicuro orientamento
vari pronunciamenti magisteriali e particolarmente la Enciclica
Redemptoris Missio[58], nonché l'Istruzione Dialogo e Annuncio[59].
Anche per gli immigrati non cristiani la Chiesa si impegna nella
promozione umana e nella testimonianza della carità, che
ha già di per sé un valore evangelizzatore, atto
ad aprire i cuori all'annuncio esplicito del Vangelo, fatto con
la dovuta cristiana prudenza e totale rispetto della libertà.
I migranti di diversa religione vanno sostenuti, comunque, per
quanto possibile, affinché conservino la dimensione trascendente
della vita.
La Chiesa è dunque chiamata a entrare in dialogo con essi,
“dialogo [che] deve essere condotto e attuato con la convinzione
che la Chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo
essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza” (RMi 55;
cfr. anche PaG 68).
60. Questo esige che le comunità cattoliche di accoglienza
apprezzino ancora di più la loro identità, verifichino
la loro fedeltà a Cristo, conoscano bene i contenuti della
fede, riscoprano la missionarietà e quindi si impegnino
nella testimonianza a Gesù, il Signore, e al suo Vangelo.
Ciò è dunque presupposto necessario per una disponibilità
al dialogo sincero, aperto e rispettoso con tutti, che non sia
peraltro né ingenuo, né sprovveduto (cfr. PaG 64
e 68).
E' compito dei cristiani, in modo particolare, aiutare gli immigrati
a inserirsi nel tessuto sociale e culturale del Paese che li ospita,
accettandone le leggi civili (cfr. PaG 72). Soprattutto con la
testimonianza della vita i cristiani sono comunque chiamati a
denunciare certi disvalori presenti nei Paesi industrializzati
e ricchi (materialismo e consumismo, relativismo morale e indifferentismo
religioso), che potrebbero scuotere le convinzioni religiose degli
immigrati.
Auspichiamo anzi che tale impegno nei confronti dei migranti
non sia condotto solo da singoli cristiani, o dalle tradizionali
Organizzazioni di aiuto e soccorso, ma venga inscritto anche nel
complessivo programma di Movimenti ecclesiali e Associazioni laicali
(cfr. CfL 29).
Quattro attenzioni particolari
61. Ad evitare comunque fraintendimenti e confusioni, considerate
le diversità religiose che reciprocamente riconosciamo,
per rispetto ai propri luoghi sacri e anche alla religione dell'altro,
non riteniamo opportuno che quelli cattolici - chiese, cappelle,
luoghi di culto, locali riservati alle attività specifiche
della evangelizzazione e della pastorale - siano messi a disposizione
di appartenenti a religioni non cristiane, né tanto meno
che essi siano usati per ottenere accoglienza di rivendicazioni
rivolte alle Autorità Pubbliche. Gli spazi di tipo sociale,
invece, - quelli per il tempo libero, il gioco ed altri momenti
di socializzazione - potrebbero e dovrebbero rimanere aperti a
persone di altre religioni, nel rispetto delle regole seguite
in tali spazi. La socializzazione che ivi avviene sarebbe in effetti
un'occasione per favorire l'integrazione dei nuovi arrivati e
preparare mediatori culturali capaci di favorire il superamento
delle barriere culturali e religiose promuovendo una adeguata
conoscenza reciproca.
62. Le scuole cattoliche (cfr. EEu 59 e PaG 52), poi, non devono
rinunciare alle loro caratteristiche peculiari e al proprio progetto
educativo, cristianamente orientato, quando vengono in esse accolti
figli di migranti di altre religioni [60]. Di questo andranno
chiaramente informati i genitori che volessero iscrivervi i propri
figli. Al tempo stesso nessun bambino dovrà essere obbligato
a partecipare a Liturgie cattoliche o a compiere gesti contrari
alle proprie convinzioni religiose.
Inoltre le ore di religione previste dal programma, se effettuate
con carattere scolastico, potrebbero liberamente servire agli
alunni per conoscere una credenza diversa dalla loro. In queste
ore si dovrà comunque educare tutti al rispetto - senza
relativismi - delle persone di altra convinzione religiosa.
63. Per quanto riguarda poi il matrimonio fra cattolici e migranti
non cristiani lo si dovrà sconsigliare, pur con variata
intensità, secondo la religione di ciascuno, con eccezione
in casi speciali, secondo le norme del CIC e del CCEO. Bisognerà
infatti ricordare, con le parole di Papa Giovanni Paolo II, che:
"Nelle famiglie in cui ambedue i coniugi sono cattolici,
è più facile che essi condividano la propria fede
con i figli. Pur riconoscendo con gratitudine quei matrimoni misti
che hanno successo nel nutrire la fede sia degli sposi sia dei
figli, il Sinodo incoraggia gli sforzi pastorali volti a promuovere
matrimoni tra persone della stessa fede"[61].
64. Nelle relazioni tra cristiani e aderenti ad altre religioni
riveste infine grande importanza il principio della reciprocità,
intesa non come un atteggiamento puramente rivendicativo, ma quale
relazione fondata sul rispetto reciproco e sulla giustizia nei
trattamenti giuridico-religiosi. La reciprocità è
anche un atteggiamento del cuore e dello spirito, che ci rende
capaci di vivere insieme e ovunque in parità di diritti
e di doveri. Una sana reciprocità spinge ciascuno a diventare
"avvocato" dei diritti delle minoranze dove la propria
comunità religiosa è maggioritaria. Si pensi in
questo caso anche ai numerosi migranti cristiani in Paesi con
maggioranza non cristiana della popolazione, dove il diritto alla
libertà religiosa è fortemente ristretto o conculcato.
Migranti musulmani
65. A questo proposito emerge oggi, specialmente in alcuni Paesi,
in percentuali elevate o in aumento, la presenza di immigrati
musulmani, verso i quali questo Pontificio Consiglio porta pure
la sua sollecitudine.
Il Concilio Vaticano II, a tale riguardo, indica l'atteggiamento
evangelico da assumere e invita a purificare la memoria dalle
incomprensioni del passato, a coltivare i valori comuni e a chiarire
e rispettare le diversità, senza rinuncia dei principi
cristiani[62]. Le comunità cattoliche sono dunque invitate
al discernimento. Si tratta di distinguere, nelle dottrine e pratiche
religiose e nelle leggi morali dell'Islam, ciò che è
condivisibile da quello che non lo è.
66. La credenza in Dio, Creatore e Misericordioso, la preghiera
quotidiana, il digiuno, l'elemosina, il pellegrinaggio, l'ascesi
per il dominio delle passioni, la lotta all'ingiustizia e all'oppressione,
sono valori comuni, presenti anche nel Cristianesimo, peraltro
con espressioni o manifestazioni diverse. Accanto a queste convergenze,
ci sono anche delle divergenze, alcune delle quali riguardano
le acquisizioni legittime della modernità. Tenendo in considerazione
specialmente i diritti umani, auspichiamo perciò che avvenga,
da parte dei nostri fratelli e sorelle musulmani, una crescente
presa di coscienza che è imprescindibile l'esercizio delle
libertà fondamentali, dei diritti inviolabili della persona,
della pari dignità della donna e dell'uomo, del principio
democratico nel governo della società e della sana laicità
dello Stato. Si dovrà altresì raggiungere un'armonia
tra visione di fede e giusta autonomia del creato[63].
67. In caso poi di richiesta di matrimonio di una donna cattolica
con un musulmano - fermo restando quanto è espresso al
numero 63, pur tenendo presenti i giudizi pastorali locali -,
per il frutto anche di amare esperienze, si dovrà fare
una preparazione particolarmente accurata e approfondita durante
la quale i fidanzati saranno condotti a conoscere e ad "assumere"
con consapevolezza le profonde diversità culturali e religiose
da affrontare, sia tra di loro, sia in rapporto alle famiglie
e all'ambiente di origine della parte musulmana, a cui eventualmente
si farà ritorno dopo una permanenza all'estero.
In caso di trascrizione del matrimonio presso un Consolato dello
Stato di provenienza islamico, la parte cattolica dovrà
però guardarsi dal pronunciare o dal firmare documenti
contenenti la shahada (professione di credenza musulmana).
I matrimoni tra cattolici e musulmani, avranno comunque bisogno,
se celebrati nonostante tutto, oltreché della dispensa
canonica, del sostegno della comunità cattolica, prima
e dopo il matrimonio. Uno dei servizi importanti dell'associazionismo,
del volontariato e dei consultori cattolici, sarà quindi
l'aiuto a queste famiglie nell'educazione dei figli ed eventualmente
il sostegno verso la parte meno tutelata della famiglia musulmana,
cioè la donna, nel conoscere e perseguire i propri diritti.
68. Per il battesimo dei figli, infine, le norme delle due religioni
sono - come si sa - fortemente in contrasto. Il problema va posto
quindi con grande chiarezza durante la preparazione al matrimonio
e la parte cattolica dovrà impegnarsi su quanto la Chiesa
richiede.
La conversione e la richiesta del Battesimo di musulmani adulti
esigono pure una ponderata attenzione, sia per la natura particolare
della religione musulmana che per le conseguenze che ne derivano.
Il dialogo inter-religioso
69. Le società odierne, religiosamente sempre più
composite, anche a causa dei flussi migratori, richiedono dunque
ai cattolici una convinta disponibilità al vero dialogo
interreligioso (cfr. PaG 68). A tale scopo, nelle Chiese particolari,
dovrà essere assicurata ai fedeli e agli stessi Operatori
pastorali una solida formazione e informazione circa le altre
religioni, per sconfiggere pregiudizi, per superare il relativismo
religioso e per evitare chiusure e paure ingiustificate, che frenano
il dialogo ed erigono barriere, provocando anche violenza o incomprensioni.
Le Chiese locali avranno cura di inserire tale formazione nei
programmi educativi dei Seminari e delle scuole e Parrocchie.
Il dialogo tra le religioni non deve però essere inteso
soltanto come ricerca di punti comuni per insieme costruire la
pace, ma soprattutto come occasione per recuperare le dimensioni
comuni all'interno delle rispettive comunità. Ci riferiamo
alla preghiera, al digiuno, alla vocazione fondamentale dell'uomo,
all'apertura al Trascendente, all'adorazione di Dio, alla solidarietà
tra le Nazioni[64].
Tuttavia, deve restare per noi irrinunciabile l'annuncio, esplicito
o implicito, secondo le circostanze, della salvezza in Cristo,
unico mediatore fra Dio e gli uomini, al quale tende tutta l'opera
della Chiesa, in modo tale che né il dialogo fraterno né
lo scambio e la condivisione di valori "umani" possano
sminuire l'impegno ecclesiale di evangelizzazione (cfr. RMi 10-11
e PaG 30).
PARTE III
Operatori di una pastorale di comunione
Nelle Chiese di partenza e di arrivo
70. Affinché la pastorale dei migranti sia di comunione
(che nasce cioè dall'ecclesiologia di comunione e tende
alla spiritualità di comunione) è indispensabile
che tra le Chiese di partenza e quelle di arrivo delle correnti
migratorie si instauri una intensa collaborazione, che nasca in
primo luogo dall'informazione reciproca su quanto è di
comune interesse pastorale. Non è pensabile, infatti, che
esse non dialoghino e non si confrontino sistematicamente, anche
grazie a incontri periodici, sui problemi che interessano migliaia
di migranti. Per un maggior coordinamento, poi, di tutte le attività
pastorali in favore degli immigrati, le Conferenze Episcopali
lo affideranno ad una apposita Commissione, con nomina poi di
un Direttore Nazionale, che animerà le corrispondenti Commissioni
diocesane. Nell'impossibilità di costituire tale Commissione
il coordinamento della cura pastorale per gli immigrati sarà
affidato almeno ad un Vescovo Incaricato o Promotore. Così
si attesterà che l'assistenza spirituale di chi è
lontano dalla Patria è un impegno squisitamente ecclesiale,
un compito pastorale che non può essere affidato solo alla
generosità di singoli, Presbiteri, Religiosi/e o Laici,
ma va sostenuto dalle Chiese locali, anche materialmente (cfr.
PaG 45).
71. Le Conferenze Episcopali avranno cura altresì di affidare
alle Facoltà Universitarie cattoliche nei loro territori
il compito di approfondire i diversi aspetti delle migrazioni
stesse, a beneficio del servizio pastorale concreto per i migranti.
Si potranno programmare al riguardo anche corsi obbligatori di
specializzazione teologica.
Pure nei Seminari non potrà mancare una formazione che
tenga in conto il fenomeno migratorio, ormai planetario. Così
“le università e i seminari, pur nella libera scelta
dell'impostazione programmatica e metodologica, offriranno la
conoscenza dei temi fondamentali, come le diverse forme migratorie
(definitive o stagionali, internazionali e interne), le cause
dei movimenti, le conseguenze, le grandi linee di una azione pastorale
adeguata, lo studio dei documenti pontifici e delle Chiese particolari”[65].
In ogni caso i “Quaderni universitari” del Pontificio
Consiglio [allora Pontificia Commissione] della Pastorale per
i Migranti e gli Itineranti, insieme alla rivista [People] on
the move, oltre che le pubblicazioni dei documenti magisteriali
sull'argomento, potranno costituire, almeno inizialmente, validi
sussidi nell'insegnamento della tematica migratoria”[66].
L’Esortazione Apostolica postsinodale Pastores dabo vobis
espressamente, poi, richiama che le esperienze pastorali dei Seminaristi
dovranno essere orientate anche verso i nomadi e i migranti[67].
72. Pure la celebrazione annuale della Giornata (o Settimana)
mondiale del Migrante e del Rifugiato sarà occasione di
un impegno ognor più pressante, e di attenzione zelante
al tema specifico proposto ogni anno dal Sommo Pastore in un apposito
Messaggio. Questo Pontificio Consiglio propone che essa sia celebrata
universalmente in un'unica data fissa, e ciò per aiutare
a vivere insieme, davanti a Dio - anche nello stesso lasso temporale
- un giorno di preghiera, azione e sacrificio per la causa del
Migrante e del Rifugiato.
Importanza significativa potrà assumere, oltre l'anzidetta
Giornata, un incontro annuale del Vescovo/Eparca, possibilmente
in Cattedrale, con l'insieme dei gruppi etnici presenti nella
Diocesi/Eparchia. In qualche luogo l'avvenimento, che già
si celebra, è chiamato "festa dei popoli".
Il Coordinatore nazionale dei Cappellani/Missionari
73. Fra gli Operatori pastorali al servizio dei migranti è
di rilievo il ruolo del Coordinatore nazionale, il quale è
costituito più come aiuto per i Cappellani/Missionari di
una certa lingua o Paese che per i migranti stessi, ed è
altresì espressione piuttosto della Chiesa ad quam in favore
dei Cappellani/Missionari stessi, pur senza essere considerato
loro rappresentante. Egli è a servizio, cioè, dei
Cappellani/Missionari che ricevono la “dichiarazione di
idoneità” - cioè il Rescritto dato dalla Conferenza
Episcopale a qua (cfr. DPMC 36, 2) - nei Paesi con gran numero
di migranti provenienti da una data Nazione.
74. Verso i Cappellani/Missionari il Coordinatore nazionale svolge
funzioni di fraterna vigilanza, di moderazione e di collegamento
fra le varie comunità. Egli non ha competenza diretta,
invece, sui migranti che, in ragione del domicilio o del quasi
domicilio, sono soggetti alla giurisdizione degli Ordinari/Gerarchi
delle Chiese particolari o delle Eparchie. Non ha nemmeno potestà
di giurisdizione sui Cappellani/Missionari, i quali sottostanno,
per quanto riguarda l'esercizio del ministero, all'Ordinario/Gerarca
del luogo, dal quale ricevono le relative facoltà. Il Coordinatore
nazionale dovrà dunque operare in stretto contatto con
i Direttori nazionali e diocesani della pastorale per i migranti.
Il Cappellano/Missionario dei migranti
75. Sullo spunto di precedenti documenti ecclesiali[68] a tale
riguardo, desideriamo qui anzitutto sottolineare la necessità
di una particolare preparazione alla specifica pastorale dei migranti
(cfr. PaG 72),che comporta una autentica dimensione missionaria,
ed ha un fine eminentemente spirituale. Tale preparazione è
svolta in comunione con e sotto la responsabilità anche
dell'Ordinario/Gerarca locale del Paese di partenza.
76. In tale contesto, va detto che "la complessità
e la frequente evoluzione che si registra nei fenomeni del movimento
migratorio rende necessaria, per orientamento della pastorale,
l'opera di istituzioni complementari, destinate a seguire tali
fenomeni e a darne oggettive valutazioni. Si tratta di centri
pastorali per gruppi etnici, ma soprattutto di centri di studio
interdisciplinari, che raggruppino, cioè, le materie necessarie
all'elaborazione e all'attuazione della Pastorale" (CMU 40).
Queste ricerche dovrebbero anche poter orientare gli studi seminaristici
o quelli negli Istituti di formazione, nei Centri pastorali, ed
essere direttamente utilizzate appunto nella preparazione degli
Operatori della pastorale migratoria.
77. Essere Cappellano/Missionario dei migranti eiusdem sermonis
(della stessa lingua) non significa comunque rimanere prigioniero
nei limiti di un unico, esclusivo, nazionale, modo di vivere ed
esprimere la fede. Se da una parte si deve infatti sottolineare
il bisogno di una pastorale specifica, basata sulla necessità
di trasmettere il messaggio cristiano usando un veicolo culturale
che risponda alla formazione e alla giusta esigenza del destinatario,
dall'altra è importante anche riaffermare che tale pastorale
specifica esige una apertura ad un mondo nuovo e uno sforzo di
inserimento in esso, fino a giungere alla partecipazione piena
dei migranti alla vita diocesana.
Il Cappellano/Missionario in questo cammino dovrà essere
l'uomo-ponte, che mette in comunicazione la comunità dei
migranti con quella di accoglienza. Egli è con loro per
fare Chiesa, in comunione anzitutto con il Vescovo diocesano/eparchiale
e con i confratelli nel sacerdozio, particolarmente con i Parroci
che hanno la stessa cura pastorale (cfr. DPMC 30,3). Per questo
è necessario che egli conosca e apprezzi la cultura del
luogo dove è chiamato a svolgere il suo ministero, ne pratichi
la lingua, sappia dialogare con la società in cui vive
e faccia stimare e rispettare il Paese ospitante, fino a giungere
ad amarlo e difenderlo. Il Cappellano/Missionario dei migranti,
dunque, se anche basa la sua pastorale considerando l'aspetto
etnico o linguistico, sa bene che la cura per i migranti deve
tradursi pure in costruzione di una Chiesa che abbia l'anelito
ecumenico e missionario (cfr. RMi 10-11; DPMC 30,2).
78. I responsabili della pastorale delle migrazioni dovranno perciò
essere più o meno esperti in comunicazione interculturale,
mentre tale caratteristica concerne anche i responsabili locali
della pastorale, poiché quanti giungono dall'estero non
possono realizzare da soli tale mediazione culturale.
Compiti principali dell'Operatore pastorale delle migrazioni
saranno dunque, soprattutto:
- la tutela dell'identità etnica, culturale, linguistica
e rituale del migrante, essendo per lui impensabile una azione
pastorale efficace che non rispetti e valorizzi il patrimonio
culturale dei migranti, che deve naturalmente entrare in dialogo
con la Chiesa e la cultura locale per rispondere alle nuove esigenze;
- la guida nel percorso di giusta integrazione che evita il ghetto
culturale e combatte, al tempo stesso, la pura e semplice assimilazione
dei migranti nella cultura locale;
- l’incarnazione di uno spirito missionario ed evangelizzatore
nella condivisione delle situazioni e condizioni dei migranti,
con capacità di adattamento e di contatti personali in
una atmosfera di chiara testimonianza di vita.
Presbiteri diocesani/eparchiali come Cappellani/Missionari
79. I Cappellani/Missionari possono essere Presbiteri diocesani/eparchiali
(che rimangono solitamente incardinati nella propria Diocesi/Eparchia
e si recano all'estero per svolgere temporaneamente la cura a
favore dei migranti) oppure Presbiteri religiosi. Entrambi, sia
il diocesano/eparchiale che il religioso, assumono però
una stessa missione, sia pure con originarie, diverse e complementari
vocazioni.
I Presbiteri diocesani/eparchiali, con esercizio della cura pastorale
nella Diocesi/Eparchia di non incardinazione, vengono integrati
di fatto in essa, sicché fanno parte a pieno titolo del
Presbiterio diocesano/eparchiale[69], situazione del resto che
è pure quella del Religioso. Non si sottolineerà
quindi mai abbastanza la necessità che i Cappellani/Missionari
rimangano uniti in fraterna concordia, oltre che con l'Ordinario/Gerarca
locale, anche con il Clero della Diocesi/Eparchia che li accoglie,
soprattutto con i Parroci. Potrà aiutare a tal fine la
partecipazione agli incontri sacerdotali e ai convegni diocesani/eparchiali,
con assidua frequenza altresì alle riunioni di studio in
materia sociale, morale, liturgica e pastorale, condizione sine
qua non per attuare una autentica pastorale in mutua collaborazione,
solidarietà e corresponsabilità (cfr. DPMC 42).
L'unità dovrà essere anche operativa, per renderla
cioè effettiva pure tra migranti e autoctoni. Tale solidarietà
di intenzioni e di opere offrirà così un ottimo
esempio di adattamento e di collaborazione e si realizzerà
allora la mutua conoscenza e il rispetto del patrimonio culturale
di ciascuno.
Presbiteri e Fratelli religiosi e Religiose con impegno fra i
migranti
80. Nella pastorale dei migranti, i Presbiteri e i Fratelli religiosi
e le Religiose hanno sempre avuto un ruolo primario, per cui la
Chiesa ha fatto, e continua a fare, grande affidamento sul loro
apporto. A questo riguardo la comunità cattolica riconosce
la vocazione religiosa come dono particolare dello Spirito, che
la Chiesa accoglie, conserva, interpreta, per farlo crescere e
sviluppare secondo il dinamismo suo proprio[70]. Quello stesso
Spirito ha poi suscitato, nel corso della storia, anche Istituti
che hanno come fine specifico l'apostolato a favore dei migranti[71],
con loro propria organizzazione.
Ci pare doveroso ricordare, in proposito, l'apostolato delle
Religiose molto spesso impegnate nella pastorale tra gli immigrati,
con carismi e opere specifiche e di grande importanza pastorale,
in particolare tenendo presente quanto afferma l'Esortazione Apostolica
postsinodale Vita consecrata, vale a dire: "Anche il futuro
della nuova evangelizzazione, come del resto di tutte le altre
forme di azione missionaria, è impensabile senza un rinnovato
contributo delle donne, specialmente delle donne consacrate"
(n. 57). E ancora: "E' pertanto urgente compiere alcuni passi
concreti, a partire dall'apertura alle donne di spazi di partecipazione
in vari settori e a tutti i livelli, anche nei processi di elaborazione
delle decisioni, soprattutto in ciò che le riguarda"[72].
81. Oltre a quelli così menzionati, anche altri Istituti
religiosi, pur non avendo tale fine specifico, sono cordialmente
invitati ad assumere parte di questa responsabilità. Infatti
"sarà sempre opportuno e lodevole che essi si dedichino
alla cura spirituale di questa categoria di fedeli, attendendo
specialmente a quelle opere che rispondono meglio alla loro particolare
indole e finalità" (DPMC 53,2). E' l'applicazione
concreta di una direttiva conciliare, poiché "in vista
delle urgenti necessità delle anime e della scarsità
del clero diocesano, gli Istituti religiosi, che non siano esclusivamente
addetti alla vita contemplativa, possono essere chiamati dai Vescovi
ad offrire la loro collaborazione nei vari ministeri pastorali,
tenute tuttavia presenti le caratteristiche di ciascun Istituto.
I superiori religiosi, per quanto possono, stimolino a tale collaborazione,
accettando anche, sia pure temporaneamente, il governo di parrocchie"
(CD 35).
82. Se tutti gli Istituti religiosi sono dunque invitati a tener
presente il fenomeno della mobilità umana nella loro pastorale,
essi debbono pure considerare con generosità la possibilità
di destinare alcuni religiosi o religiose per l'impegno nel campo
delle migrazioni. Molti infatti sono in grado di dare un notevole
contributo nell'assistenza ai migranti perché dispongono
di religiosi con formazione diversificata, provenienti da varie
Nazioni, che possono, con relativa facilità, trasferirsi
in quelle non loro.
E' particolarmente nel campo delle migrazioni che per noi emergerebbe
il ruolo attribuito ai religiosi dall'Esortazione Apostolica Evangelii
Nuntiandi. Infatti "con la loro vita sono il segno della
totale disponibilità verso Dio, verso la Chiesa, verso
i fratelli. In questo essi rivestono un'importanza speciale nel
contesto di una testimonianza che ... è primordiale nella
evangelizzazione. Questa silenziosa testimonianza di povertà
e di distacco, di purezza e di trasparenza, di abbandono nell'ubbidienza,
può diventare, oltre che una provocazione al mondo e alla
Chiesa stessa, anche una predicazione eloquente, capace di impressionare
anche i non cristiani di buona volontà, sensibili a certi
valori" (EN 69).
83. L'Istruzione congiunta, del 25 marzo 1987, relativa all’impegno
pastorale per i migranti e rifugiati, pubblicata dalla Congregazione
per i Religiosi e gli Istituti Secolari e dalla Pontificia Commissione
per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo, diretta a tutti
i Superiori e le Superiore generali, sottolinea proprio questa
esigenza di attenzione pastorale. L'appello ai Religiosi ad un
particolare impegno nei confronti dei migranti e rifugiati trova
infatti motivazioni profonde in una sorta di corrispondenza fra
le attese intime di questi sradicati dalla loro terra e la vita
religiosa; sono le attese spesso inespresse di poveri senza prospettiva
di sicurezza, di emarginati sovente mortificati nel loro anelito
di fratellanza e di comunione. Offerta da chi volontariamente
ha scelto di vivere povero, casto e obbediente, la solidarietà
verso di loro, oltre che sostegno nella difficile condizione,
costituisce anche una testimonianza di valori capaci di accendere
la speranza in situazioni tanto tristi (cfr. n. 8). Si trova qui
dunque un sollecito invito a tutti gli Istituti di vita consacrata
e alle Società di vita apostolica ad allargare generosamente
i confini del proprio impegno, in una vera e propria dimensione
missionaria, che dovrebbe essere considerata specialmente dalle
Congregazioni religiose con specifico fine missionario[73] .
84. Certo molti Istituti religiosi sono sempre più coscienti
oggi che il problema migratorio interpella, più o meno
direttamente, il loro carisma. Ma affinché tale disposizione
di spirito e le sollecitazioni del Magistero si traducano in un
impegno concreto, desideriamo qui suggerire ai Superiori e alle
Superiore generali di dare generosa collaborazione agli Operatori
pastorali nel campo dei migranti e rifugiati, destinando cioè
alcuni Religiosi all'impegno in questo settore, con la solidarietà
e collaborazione di tutta la comunità religiosa, mettendo
magari a disposizione, con questo intento, in forma stabile o
periodica, un qualche locale negli edifici del proprio Istituto
rimasto eventualmente inutilizzato.
Nelle loro Lettere circolari ai confratelli o alle consorelle
e negli incontri diano poi rilievo, i Superiori, di tanto in tanto,
all'urgenza del problema dei migranti e dei rifugiati, richiamando
l'attenzione sui relativi documenti della Chiesa e sulla parola
del Sommo Pontefice. A questo proposito si potrà aver cura
di introdurre altresì questo argomento in occasione dei
Capitoli generali e provinciali e nei corsi di aggiornamento e
formazione permanente. Anche i futuri Presbiteri dovranno almeno
intravedere la possibilità di prepararsi a svolgere il
loro ministero, o parte di esso, tra i migranti[74].
85. Per quanto riguarda poi la concreta vita dei Religiosi e delle
Religiose impegnati nel servizio dei migranti, è utile
sottolineare, come criterio fondamentale, la necessità
che la vita religiosa sia tutelata e valorizzata nella sua ispirazione
e nelle sue forme particolari. Essa è in se stessa immagine
della perfetta carità, un carisma le cui ricchezze tornano
a beneficio dell'intera comunità. La pastorale per i migranti
ha bisogno certamente di comunità religiose, ma è
necessario pure che esse siano in condizione di vivere e di operare
nell'osservanza e nell'adesione alle loro norme costitutive. E'
quanto si sottolinea in Mutuae Relationes: "In quest'epoca
di evoluzione culturale e di rinnovamento ecclesiale, è
necessario che l'identità di ogni Istituto sia conservata
con tale sicurezza, che si possa evitare il pericolo di una situazione
non sufficientemente definita, per cui i religiosi, senza la dovuta
considerazione del particolare stile di azione proprio della loro
indole, vengano inseriti nella vita della Chiesa in modo vago
e ambiguo" (MR 11).
Laici, Associazioni laicali e Movimenti ecclesiali: per un impegno
fra i migranti
86. Nella Chiesa e nella società i Laici,le Associazioni
laicali e i Movimenti ecclesiali, sebbene nella diversità
di carismi e di ministeri, sono pure chiamati a realizzare l'impegno
di testimonianza cristiana e di servizio anche presso i migranti[75].
Pensiamo in modo particolare ai collaboratori pastorali e ai catechisti,
agli animatori di gruppi di giovani o di adulti, del mondo del
lavoro e del servizio sociale o di quello caritativo (cfr. PaG
51).
In una Chiesa che si sforza di essere interamente missionaria-ministeriale,
sospinta dallo Spirito, è qui il rispetto dei doni di tutti
che va messo in rilievo. A questo riguardo i fedeli laici occupano
spazi di giusta autonomia, ma assumono anche tipiche incombenze
di Diaconia, come nella visita ai malati, nel sostegno agli anziani,
nella conduzione di gruppi giovanili e nell'animazione di associazioni
familiari, nell'impegno per la catechesi e nei corsi di qualificazione
professionale, nella scuola e in compiti amministrativi e, ancora,
nel servizio liturgico e nei centri di ascolto, negli incontri
di preghiera e di meditazione della Parola di Dio.
87. Altri e più specifici impegni di intervento da parte
dei Laici possono essere il sindacato e l'ambito del lavoro, il
consiglio e l'opera nell'elaborazione di leggi intese a facilitare
il ricongiungimento familiare dei migranti e la parità
di diritti e opportunità. Ciò riguarda l'accesso
ai beni essenziali, al lavoro e salario, alla casa e alla scuola
e la partecipazione del migrante alla vita della comunità
civile (elezioni, associazioni, attività ricreative, ecc.).
In campo ecclesiale, poi, si potrebbe più specificamente
vagliare la possibilità di istituire un apposito ministero
(non ordinato) dell'accoglienza, con il compito di avvicinare
i migranti e i rifugiati e di introdurli progressivamente nella
comunità, civile ed ecclesiale, o di aiutarli in vista
di un eventuale ritorno in Patria. Una particolare attenzione
si riserverà in questo contesto agli studenti esteri.
88. Si impone, in proposito, anche per i Laici una formazione
sistematica (cfr. PaG 51), intesa non tanto come semplice trasmissione
di idee e di concetti, ma soprattutto come aiuto, anche intellettuale
naturalmente, in vista di una autentica testimonianza di vita
cristiana. E pure le comunità etnico-linguistiche sono
chiamate a diventare educatrici, prima ancora di essere centri
organizzativi, e in questo crescere di visione sarà dato
spazio ad una formazione permanente e sistematica.
La testimonianza cristiana dei Laici nella costruzione del Regno
di Dio, è certo al vertice di un insieme di importanti
questioni quali, fra le altre, le relazioni Chiesa-mondo, fede-vita
e carità-giustizia.
PARTE IV
Strutture di pastorale missionaria
Unità nella pluralità: problematica
89. Sono molti i motivi che esigono una sempre più profonda
integrazione della cura specifica dei migranti nella pastorale
delle Chiese particolari (cfr. DPMC 42), di cui il primo responsabile
è il Vescovo diocesano/eparchiale, ma nel pieno rispetto
della loro diversità e del loro patrimonio spirituale e
culturale, superando il limite della uniformità (cfr. PaG
65 e 72) e distinguendo il carattere territoriale della cura d'anime
da quello dell'appartenenza etnica, linguistica, culturale e di
rito.
In tale contesto le Chiese di accoglienza sono chiamate ad integrare
la realtà concreta delle persone e dei gruppi che le compongono,
mettendo in comunione i valori di ciascuno, convocati tutti a
formare una Chiesa concretamente cattolica. "Si realizza
così nella Chiesa locale l'unità nella pluralità,
cioè quell'unità che non è uniformità,
ma armonia nella quale tutte le legittime diversità sono
assunte nella comune tensione unitaria" (CMU 19).
In tal modo la Chiesa particolare contribuirà alla fondazione,
nello Spirito della Pentecoste, di una nuova società nella
quale le diverse lingue e culture non costituiranno più
confini insuperabili, come dopo Babele, ma in cui, proprio in
tale diversità, è possibile realizzare un nuovo
modo di comunicazione e di comunione (cfr. PaG 65).
In questa realtà la pastorale dei migranti diventa un
servizio ecclesiale per i fedeli di lingua o cultura diverse da
quelle del Paese di accoglienza e al tempo stesso assicura un
apporto specifico delle collettività straniere alla costruzione
di una Chiesa che sia segno e strumento di unità in vista
di una umanità rinnovata. E’, questa, una visione
che deve essere approfondita e assimilata anche per evitare possibili
tensioni tra Parrocchie autoctone e Cappellanie per gli immigrati,
tra Presbiteri autoctoni e Cappellani/Missionari. In questo contesto
va considerata pure la classica distinzione tra prima, seconda
e terza generazione di migranti, ciascuna con le sue caratteristiche
e i suoi problemi specifici.
90. Sono soprattutto due i livelli sui quali oggi si pone il problema
dell’inserimento ecclesiale dei migranti: quello diremmo
canonico-strutturale e quello teologico-pastorale.
Il carattere planetario, che ha ora il fenomeno della mobilità
umana, comporta certo il superamento, a lungo andare, di una pastorale
generalmente mono-etnica, che ha caratterizzato finora sia le
Cappellanie/Missioni straniere che le parrocchie territoriali
dei Paesi di accoglienza, e ciò in vista di una pastorale
impostata sul dialogo e su una costante, mutua collaborazione.
Per ciò che concerne le Cappellanie/Missioni di lingua
e cultura diversa, notiamo che la formula classica della Missio
cum cura animarum era in fondo legata, in passato, ad una immigrazione
provvisoria o comunque in fase di assestamento. Orbene, tale soluzione
non dovrebbe più costituire oggi la formula quasi esclusiva
d'intervento pastorale per collettività immigrate che si
trovano a diversi livelli di integrazione nel Paese di accoglienza.
E' necessario pensare cioè a nuove strutture che, da una
parte, risultino più “stabili”, con una conseguente
configurazione giuridica nelle Chiese particolari e, dall'altra,
rimangano flessibili e aperte ad una immigrazione mobile o temporanea.
Non è cosa facile, ma sembra essere ormai questa la sfida
del futuro.
Strutture pastorali
91. Tenendo sempre in considerazione che i migranti stessi debbono
essere i primi protagonisti della pastorale, si potrebbero così
contemplare soluzioni adatte sia nell'ambito della pastorale etnico-linguistica,
sia di quella d'insieme (cfr. PaG 72).
Per il primo ambito, anzitutto, vogliamo qui indicare alcune
dinamiche e strutture pastorali, cominciando dalla Missio cum
cura animarum, formula classica per comunità in via di
formazione, applicata ai gruppi etnici nazionali o di un certo
rito, non ancora stabilizzati. Anche in queste Cappellanie/Missioni
però si dovranno accentuare, sempre più,i rapporti
interetnici e interculturali.
La Parrocchia personale etnico-linguistica o rituale è
invece prevista là dove esista una collettività
immigrata che avrà, anche in futuro, un ricambio e dove
la collettività immigrata conserva una rilevante consistenza
numerica. Essa offre i caratteristici servizi parrocchiali (annuncio
della Parola, Catechesi, Liturgia, Diaconia) e farà riferimento
soprattutto ai fedeli di recente immigrazione o stagionali o sottoposti
a rotazione, e a coloro che, per varie ragioni, hanno difficoltà
ad inserirsi nelle strutture territoriali esistenti.
Si può contemplare anche il caso di una Parrocchia locale
con missione etnico-linguistica o rituale, che si identifica con
una Parrocchia territoriale la quale, grazie a uno o più
Operatori pastorali, si prende cura di uno o più gruppi
di fedeli stranieri. Il Cappellano qui fa parte dell'équipe
della Parrocchia.
Vi può essere altresì il Servizio pastorale etnico-linguistico
a livello zonale, concepito come azione pastorale in favore di
immigrati relativamente integrati nella società locale.
Sembra importante infatti conservare alcuni elementi di pastorale
linguistica, o legata ad una nazionalità, o a un rito,
impegno che assicuri servizi essenziali, e legati a un certo tipo
di cultura e pietà e curi, nello stesso tempo, l'apertura
e l'interazione tra la comunità territoriale e i vari gruppi
etnici.
92. In ogni caso, quando risulti difficile o non opportuna l'erezione
canonica delle anzidette strutture stabili di cura pastorale,
rimane intatto il dovere di assistere pastoralmente i cattolici
immigrati con quelle modalità che, considerate le caratteristiche
della situazione, sono ritenute più efficaci, anche senza
specifiche istituzioni canoniche. Le cristallizzazioni pastorali
informali, e magari spontanee, meritano cioè di esser promosse
e riconosciute nelle circoscrizioni ecclesiastiche, a prescindere
dalla consistenza numerica di chi ne beneficia, anche per non
dare spazio all'improvvisazione e a Operatori isolati e non idonei,
o addirittura alle sette.
Pastorale d'insieme e ambiti settoriali
93. Pastorale d'insieme significa qui, soprattutto, comunione
che sa valorizzare l'appartenenza a culture e popoli diversi,
in risposta al piano d'amore del Padre, che costruisce il suo
Regno di pace - per Cristo, con Cristo e in Cristo - in potenza
dello Spirito, nell'intreccio delle vicende storiche, complesse
e spesso apparentemente contraddittorie, dell'umanità (cfr.
NMI 43).
In questo senso si possono prevedere:
- la Parrocchia interculturale e interetnica o interrituale,
dove si cura, allo stesso tempo, l'assistenza pastorale degli
autoctoni e degli stranieri residenti sullo stesso territorio.
La Parrocchia tradizionale territoriale diventerebbe così
un luogo privilegiato e stabile di esperienze interetniche o interculturali,
pur conservando, i singoli gruppi, una certa autonomia, o
- la Parrocchia locale con servizio ai migranti di una o più
etnie, di uno o più riti. E' una Parrocchia territoriale
composta di popolazione autoctona, ma la cui chiesa o centro parrocchiale
diventano punto di riferimento, di incontro e di vita comunitaria
anche di una o più comunità straniere.
94. Si potrebbero infine prevedere alcuni ambiti, strutture o
settori pastorali specifici, che si dedichino all'animazione e
alla formazione, sempre nel mondo dei migranti, a vari livelli.
Pensiamo a:
- Centri di pastorale giovanile specifica e di proposta vocazionale,
col compito di promuovere le relative iniziative;
- Centri di formazione di laici e operatori pastorali, in una
prospettiva multiculturale;
- Centri di studio e di riflessione pastorale, col compito di
seguire l'evoluzione del fenomeno migratorio e di presentare a
chi di dovere adeguate proposte pastorali.
Le unità pastorali
95. Le unità pastorali[76], sorte da qualche tempo in alcune
Diocesi, potrebbero costituire, in futuro, una piattaforma pastorale
anche per l'apostolato fra gli immigrati. Esse mettono in evidenza,
infatti, il lento cambiamento del rapporto della parrocchia con
il territorio, che vede il moltiplicarsi di servizi di cura d'anime
a raggio sovraparrocchiale, l'emergere di nuove e legittime ministerialità
e, non da ultimo, una presenza sempre più accentuata, e
geograficamente diffusa, della "diaspora" migratoria.
Le unità pastorali avranno il seguito desiderato se si
porranno soprattutto su un piano di funzionalità in relazione
a una pastorale d'insieme, integrata, organica, e in questo quadro
anche le Cappellanie/Missioni etnico-linguistiche e rituali vi
potranno godere di piena accettazione. Le esigenze della comunione
e della corresponsabilità si devono manifestare, di fatto,
non solo nelle relazioni tra persone e tra gruppi diversi, ma
anche nei rapporti tra comunità parrocchiali locali e comunità
etnico-linguistiche o rituali.
CONCLUSIONE
Universalità di missione
I semina Verbi (semi del Verbo)
96. Le migrazioni odierne costituiscono il più vasto movimento
di persone, se non di popoli, di tutti i tempi. Esse ci fanno
incontrare uomini e donne, nostri fratelli e sorelle, che per
motivi economici, culturali, politici o religiosi abbandonano,
o sono costretti ad abbandonare, le loro case per ritrovarsi per
la maggior parte in campi-profughi, in megalopoli senz'anima,
in quartieri degradati o baraccopoli di periferia, dove il migrante
condivide spesso l'emarginazione con l'operaio disoccupato, il
giovane disadattato, la donna abbandonata. Il migrante è
per ciò assetato di "gesti" che lo facciano sentire
accolto, riconosciuto e valorizzato come persona. Anche il semplice
saluto è uno di questi.
In risposta a tale anelito, i Consacrati e le Consacrate, le
Comunità, le Associazioni laicali e i Movimenti ecclesiali,
nonché gli Operatori pastorali, devono sentirsi impegnati
a educare anzitutto i cristiani all'accoglienza, alla solidarietà
e all'apertura verso gli stranieri, affinché le migrazioni
diventino una realtà sempre più "significativa"
per la Chiesa, e i fedeli possano scoprire i semina Verbi (semi
del Verbo) insiti nelle diverse culture e religioni[77].
97. Nella comunità cristiana nata dalla Pentecoste, le
migrazioni, in effetti, fanno parte integrante della vita della
Chiesa, ne esprimono bene l'universalità, ne favoriscono
la comunione, ne influenzano la crescita.
Le migrazioni, dunque, offrono alla Chiesa l'occasione storica
di una verifica delle sue note caratteristiche. Essa di fatto
è una anche in quanto esprime, in un certo senso, l'unità
di tutta la famiglia umana; è santa pure per santificare
tutti gli uomini e affinché in essi sia santificato il
nome di Dio; è cattolica altresì nell'apertura alle
diversità da armonizzare, ed è apostolica anche
perché impegnata ad evangelizzare tutto l'uomo e tutti
gli uomini.
Ora appare chiaro, infatti, che non è soltanto la lontananza
geografica che determina la missionarietà, quanto l'estraneità
culturale e religiosa. "Missione" è perciò
l'andare verso ogni uomo per annunciargli Gesù Cristo e,
in Lui e nella Chiesa, metterlo in comunione con tutta l'umanità.
Operatori di comunione
98. Superata la fase di emergenza e di assestamento dei migranti
nel Paese di accoglienza, il Cappellano/Missionario cercherà
così di allargare il proprio orizzonte per diventare "diacono
di comunione". Con il suo "essere straniero" egli
sarà un ricordo vivo, per la Chiesa locale in tutte le
sue componenti, della sua caratteristica cattolicità, e
le strutture pastorali, di cui egli è al servizio, saranno
il segno, per quanto povero, di una Chiesa particolare impegnata
nel concreto in un cammino di comunione universale, nel rispetto
delle legittime diversità.
99. A questo proposito anche tutti i fedeli laici, pur senza particolari
funzioni o compiti, sono chiamati a intraprendere un itinerario
di comunione che implichi appunto accettazione delle legittime
diversità. La difesa dei valori cristiani infatti passa,
certo, pure attraverso la non discriminazione degli immigrati,
soprattutto grazie a un vigoroso recupero spirituale dei fedeli
stessi. Il dialogo fraterno e il rispetto reciproco, testimonianza
vissuta dell'amore e dell'accoglienza, costituiranno così
di per sé la prima e indispensabile forma di evange-lizzazione.
Pastorale dialogante e missionaria
100. Le Chiese particolari sono chiamate dunque ad aprirsi, proprio
a causa dell'Evangelo, ad una miglior accoglienza dei migranti,
anche con iniziative pastorali d'incontro e di dialogo, ma altresì
aiutando i fedeli a superare pregiudizi e prevenzioni. Nella società
contemporanea, che le migrazioni contribuiscono a configurare
sempre più come multietnica, interculturale e multireligiosa,
i cristiani sono chiamati ad affrontare un capitolo sostanzialmente
inedito e fondamentale del compito missionario: quello di esercitarlo
nelle terre di antica tradizione cristiana (cfr. PaG 65 e 68).
Con molto rispetto e attenzione per le tradizioni e culture dei
migranti, siamo cioè chiamati, noi cristiani, a testimoniare
il Vangelo della carità e della pace anche a loro e ad
annunciare esplicitamente pure ad essi la Parola di Dio, in modo
che li raggiunga la Benedizione del Signore promessa ad Abramo
e alla sua discendenza per sempre.
La pastorale specifica per, tra e con i migranti, appunto perché
è di dialogo, di comunione e di missione, diventerà
allora espressione significativa della Chiesa, chiamata ad essere
incontro fraterno e pacifico, casa di tutti, edificio sostenuto
dai quattro pilastri a cui si riferisce il Beato Papa Giovanni
XXIII nella Pacem in Terris, e cioè la verità e
la giustizia, la carità e la libertà[78], frutti
di quell'evento pasquale che, in Cristo, ha riconciliato tutto
e tutti. Essa manifesterà in tal modo pienamente il suo
essere casa e scuola di comunione (cfr. NMI 43) accolta e partecipata,
di riconciliazione chiesta e concessa, di mutua, fraterna accoglienza
e di autentica promozione umana e cristiana. Così "si
afferma sempre più la consapevolezza dell'innata universalità
dell'organismo ecclesiale, in cui nessuno può essere considerato
straniero o semplicemente ospite, né in qualche modo marginale"
(CMU 29).
La Chiesa e i cristiani, segno di speranza
101. Di fronte al vasto movimento di genti in cammino, al fenomeno
della mobilità umana, considerata da alcuni il nuovo "credo"
dell'uomo contemporaneo, la fede ci ricorda come tutti siamo pellegrini
verso la Patria. “La vita cristiana è essenzialmente
la Pasqua vissuta con Cristo, ossia un passaggio, una sublime
migrazione verso la Comunione totale del Regno di Dio” (CMU
10). Ebbene, tutta la storia della Chiesa pone in evidenza la
sua passione, il suo santo zelo, per questa umanità in
cammino.
Lo "straniero" è il messaggero di Dio, che sorprende
e rompe la regolarità e la logica della vita quotidiana,
portando vicino chi è lontano. Negli “stranieri”
la Chiesa vede Cristo che “mette la sua tenda in mezzo a
noi” (cfr. Gv 1,14) e che "bussa alla nostra porta"
(cfr. Ap 3,20). Questo incontro - fatto di attenzione, accoglienza,
condivisione e solidarietà, di tutela dei diritti dei migranti
e di impegno evangelizzatore - rivela la costante sollecitudine
della Chiesa che scopre in loro autentici valori e li considera
una grande risorsa umana.
102. Dio affida perciò alla Chiesa, anch'essa pellegrina
sulla terra, il compito di forgiare una nuova creazione, in Cristo
Gesù, ricapitolando in Lui (cfr. Ef 1,9-10) tutto il tesoro
di una ricca diversità umana che il peccato ha trasformato
in divisione e conflitto. Nella misura in cui la presenza misteriosa
di questa nuova creazione è autenticamente testimoniata
nella sua vita, la Chiesa è segno di speranza per un mondo
che desidera ardentemente giustizia, libertà, verità
e solidarietà, cioè pace e armonia[79]. Nonostante
i ripetuti fallimenti di progetti umani pur nobili, i cristiani,
sollecitati dal fenomeno della mobilità, prendono coscienza
della loro chiamata ad essere, sempre e di nuovo, segno, nel mondo,
di fraternità e comunione, praticando, nell'etica dell'incontro,
il rispetto delle differenze e la solidarietà.
103. Pure i migranti possono essere i costruttori, nascosti e
provvidenziali, di una tale fraternità universale, insieme
a molti altri fratelli e sorelle. Essi offrono alla Chiesa l'opportunità
di realizzare più concretamente la sua identità
comunionale e la sua vocazione missionaria, come attesta il Vicario
di Cristo: “Le migrazioni offrono alle singole Chiese locali
l'occasione di verificare la loro cattolicità, che consiste
non solo nell'accogliere le diverse etnie, ma soprattutto nel
realizzare la comunione di tali etnie. Il pluralismo etnico e
culturale nella Chiesa non costituisce una situazione da tollerarsi
in quanto transitoria ma una sua dimensione strutturale. L'unità
della Chiesa non è data dall'origine e lingua comuni, ma
dallo Spirito di Pentecoste che, raccogliendo in un solo Popolo
genti di lingue e nazioni diverse, conferisce a tutte la fede
nello stesso Signore e la chiamata alla stessa speranza”[80].
104. La Vergine Madre che, insieme a suo Figlio Benedetto, ha
provato il dolore insito nell'emigrazione e nell'esilio, ci aiuti
a comprendere l'esperienza, e molte volte il dramma, di quanti
sono costretti a vivere lontani dalla loro Patria e ci insegni
a metterci a servizio delle loro necessità in una accoglienza
veramente fraterna, affinché le odierne migrazioni siano
considerate un appello, pur misterioso, al Regno di Dio già
presente, come primizia, nella sua Chiesa (cfr. LG 9), e strumento
provvidenziale al servizio dell'unità della famiglia umana
e della pace[81].
Ordinamento giuridico-pastorale
PREMESSA
Art. 1
§ 1. Al diritto che i fedeli hanno di ricevere gli aiuti
provenienti dai beni spirituali della Chiesa, specialmente dalla
Parola di Dio e dai Sacramenti (CIC can. 213, CCEO can. 16) corrisponde
il dovere dei Pastori di provvedere tali aiuti, in modo particolare
ai migranti, attese le loro particolari condizioni di vita.
§ 2. Giacché con il domicilio o quasi-domicilio i
migranti sono canonicamente ascritti nella Parrocchia e alla Diocesi/Eparchia
(CIC cann. 100-107; CCEO cann. 911-917), spetta al Parroco e al
Vescovo diocesano o eparchiale di estendere ad essi la medesima
cura pastorale dovuta ai propri soggetti autoctoni.
§ 3. Peraltro, specialmente quando i gruppi di migranti sono
numerosi, le Chiese di loro provenienza hanno la responsabilità
di cooperare con le Chiese di arrivo per facilitare una effettiva
e adatta assistenza pastorale.
Capitolo I
I FEDELI LAICI
Art. 2
§ l. Nell'adempimento dei loro compiti specifici, i Laici
si dedichino all'attuazione concreta di ciò che la verità,
la giustizia e la carità richiedono. Essi devono quindi
accogliere i migranti come fratelli e sorelle e adoperarsi affinché
i loro diritti, specie quelli che riguardano la famiglia e la
sua unità, siano riconosciuti e tutelati dalle Autorità
civili.
§ 2. I fedeli laici sono chiamati anche a promuovere l'evangelizzazione
dei migranti mediante la testimonianza di una vita cristiana vissuta
nella fede, nella speranza e nella carità, e con l'annuncio
della Parola di Dio secondo i modi loro possibili e propri. Tale
impegno si fa ancor più necessario laddove, per la lontananza
o la dispersione degli insediamenti o per la scarsezza di Clero,
i migranti si trovino privi di assistenza religiosa. In questi
casi, i fedeli laici siano solleciti nel ricercarli e nell'avviarli
alla chiesa del luogo e a dare il proprio aiuto ai Cappellani/Missionari
e ai Parroci affinché siano facilitati i loro contatti
con i migranti.
Art. 3
§ 1. Si sforzino, i fedeli che decidono di vivere presso
un altro popolo, di stimare il patrimonio culturale della Nazione
che li accoglie, di contribuire al suo bene comune e di diffondere
la fede soprattutto mediante l'esempio di vita cristiana.
§ 2. Dove i migranti sono più numerosi sì offra
loro, in particolare, la possibilità di prendere parte
ai Consigli Pastorali diocesani/eparchiali e parrocchiali, in
modo da essere, essi, realmente inseriti anche nelle strutture
di partecipazione della Chiesa particolare.
§ 3. Fermo restando il diritto dei migranti ad avere associazioni
proprie, si cerchi tuttavia di agevolare la loro partecipazione
ad associazioni locali.
§ 4. I Laici culturalmente più preparati e spiritualmente
più disponibili siano inoltre sollecitati e formati a uno
specifico servizio come Operatori pastorali, in stretta collaborazione
con i Cappellani/Missionari.
Capitolo II
I CAPPELLANI/MISSIONARI
Art. 4
§ 1. I Presbiteri che hanno ricevuto dall'Autorità
ecclesiastica competente il mandato di prestare, in modo stabile,
assistenza spirituale ai migranti della stessa lingua o Nazione,
o appartenenti alla stessa Chiesa sui iuris, si chiamano Cappellani/Missionari
dei migranti e, in forza del loro ufficio, vengono muniti delle
facoltà di cui al can. 566, §1 del CIC.
§ 2. Tale ufficio sia affidato ad un Presbitero che per conveniente
periodo di tempo si sia ad esso ben preparato e che, per virtù,
cultura e conoscenza della lingua, e per altre doti morali e spirituali,
si riveli idoneo a svolgere questo specifico, difficile compito.
Art. 5
§ 1. Il Vescovo diocesano o eparchiale voglia concedere la
licenza di assumerlo a quei Presbiteri che desiderano dedicarsi
all'assistenza spirituale dei migranti e che ritiene adatti per
tale missione, secondo quanto stabilito dal CIC can. 271 e dal
CCEO cann. 361-362, nonché dalle disposizioni del presente
ordinamento giuridico-pastorale.
§ 2. I Presbiteri, che abbiano ottenuto il dovuto permesso
di cui al paragrafo precedente, si mettano a disposizione di servizio
della Conferenza Episcopale ad quam, muniti dell'apposito documento
loro concesso, tramite il proprio Vescovo diocesano o eparchiale
e la propria Conferenza Episcopale, o le competenti Strutture
Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche. La Conferenza Episcopale
ad quam provvederà poi ad affidare tali Presbiteri al Vescovo
diocesano o eparchiale o ai Vescovi delle Diocesi o Eparchie interessate,
i quali li nomineranno Cappellani/Missionari dei migranti.
§ 3. Per quanto riguarda i Presbiteri religiosi, che si consacrano
all'assistenza dei migranti, valgono le norme specifiche contenute
nel capitolo III.
Art. 6
§ 1. Quando, atteso il numero dei migranti o la convenienza
di una specifica cura pastorale rispondente alle loro esigenze,
si ritenga necessario l'erezione di una Parrocchia personale,
nell'atto corrispondente curi il Vescovo diocesano o eparchiale
di stabilire chiaramente l'ambito della Parrocchia e le disposizioni
circa i libri parrocchiali. Qualora esista la possibilità,
si tenga presente che i migranti possono scegliere, con piena
libertà, di appartenere alla Parrocchia territoriale nella
quale vivono, oppure alla Parrocchia personale.
§ 2. Il Presbitero cui è stata affidata una Parrocchia
personale per i migranti gode delle facoltà e degli obblighi
dei Parroci e gli è applicabile, a meno che consti altrimenti
dalla natura delle cose, quanto qui disposto circa i Cappellani/Missionari
dei migranti.
Art. 7
§ 1. Il Vescovo diocesano o eparchiale potrà anche
erigere una Missione con cura d'anime nel territorio di una o
più Parrocchie, annessa o no a una Parrocchia territoriale,
definendone accuratamente i termini.
§ 2. Il Cappellano, cui è stata affidata una Missione
con cura d'anime, fatte le debite distinzioni, è equiparato
giuridicamente al Parroco, ed esercita la sua funzione cumulativamente
con il Parroco locale, con la facoltà altresì di
assistere ai matrimoni degli sposi uno dei quali sia un migrante
appartenente alla Missione.
§ 3. Il Cappellano, di cui al paragrafo precedente, ha l'obbligo
di compilare i libri parrocchiali a norma del Diritto e di inviarne
copia autentica alla fine di ogni anno sia al Parroco del luogo,
sia a quello della Parrocchia in cui è stato celebrato
il matrimonio.
§ 4. I Presbiteri assegnati come Coadiutori al Cappellano
cui è stata affidata una Missione con cura di anime hanno,
fatte le dovute distinzioni, gli stessi compiti e facoltà
che spettano ai Vicari parrocchiali.
§ 5. Se le circostanze lo rendono opportuno, la Missione
con cura di anime eretta nel territorio di una o anche di più
Parrocchie, può essere annessa ad una Parrocchia territoriale,
specialmente quando questa è affidata ai membri dello stesso
Istituto di vita consacrata o Società di vita apostolica
di coloro che curano l'assistenza spirituale dei migranti.
Art. 8
§ 1. A ciascun Cappellano dei migranti, anche se non gli
è stata affidata una Missione con cura d'anime, sia assegnata,
per quanto è possibile, una chiesa o oratorio per l'esercizio
del sacro ministero. In caso contrario, il competente Vescovo
diocesano o eparchiale emani opportune disposizioni per consentire
al Cappellano/Missionario di svolgere liberamente, e cumulativamente
con il Parroco locale, il suo dovere spirituale in una chiesa,
non esclusa quella parrocchiale.
§ 2. I Vescovi diocesani o eparchiali curino che i compiti
dei Cappellani/Missionari dei migranti siano coordinati con l'ufficio
dei Parroci e da questi vengano accolti e aiutati (cfr. CIC can.
571). E' conveniente poi che alcuni Cappellani/Missionari dei
migranti siano chiamati a far parte del Consiglio Presbiterale
della Diocesi.
Art. 9
Salvo espresse convenzioni contrarie, tra i Vescovi diocesani
o eparchiali spetta a quello che ha eretto la Missione, per la
quale il Cappellano esercita il suo ministero, garantire che gli
siano concesse le stesse condizioni economiche ed assicurative
di cui godono gli altri Presbiteri della Diocesi o Eparchia.
Art. 10
Il Cappellano/Missionario dei migranti, per tutto il tempo del
suo incarico, è soggetto alla giurisdizione del Vescovo
diocesano o eparchiale che ha eretto la Missione per la quale
compie il suo ufficio, sia per quanto riguarda l'esercizio del
sacro ministero che per l'osservanza della disciplina ecclesiale.
Art. 11
§ 1. Nelle Nazioni in cui sono numerosi i Cappellani/Missionari
dei migranti della stessa lingua, è opportuno che uno di
essi sia nominato Coordinatore Nazionale.
§ 2. Considerato che il Coordinatore è dedito, appunto,
al coordinamento del ministero ed è a servizio dei Cappellani/Missionari
operanti all'interno di una Nazione, egli agisce in nome della
Conferenza Episcopale ad quam, dal cui Presidente riceve la nomina,
previa consultazione della Conferenza Episcopale a qua.
§ 3. Il Coordinatore sia scelto, in genere, tra i Cappellani/Missionari
della stessa nazionalità o lingua.
§ 4. In ragione del proprio ufficio, il Coordinatore non
gode di potestà di giurisdizione.
§ 5. Il Coordinatore ha il compito di tenere relazioni, in
vista del coordinamento, sia con i Vescovi diocesani e eparchiali
del Paese a quo sia con quelli del Paese ad quem.
§ 6. E' conveniente interpellare i Coordinatori nel caso
di nomina, trasferimento o rimozione dei Cappellani/Missionari,
nonché in vista dell'erezione di una nuova Missione.
Capitolo III
I RELIGIOSI E LE RELIGIOSE
Art. 12
§ 1. Tutti gli Istituti, nei quali spesso si trovano religiosi
provenienti da varie Nazioni, possono dare un contributo nell'assistenza
ai migranti. Le Autorità ecclesiastiche favoriscano peraltro
in particolare l'opera svolta da quelli che, col suggello dei
voti religiosi, hanno come fine proprio e specifico l'apostolato
a favore dei migranti, o che hanno maturato una notevole esperienza
in questo campo.
§ 2. Dovrà essere anche apprezzato e valorizzato l'aiuto
offerto dagli Istituti religiosi femminili all'apostolato tra
i migranti. Il Vescovo diocesano o eparchiale abbia perciò
cura che a tali Istituti, nel pieno rispetto dei propri diritti
e tenendo in conto i loro obblighi e il carisma, non manchino
né l'assistenza spirituale, né i mezzi materiali
necessari allo svolgimento della loro missione.
Art. 13
§ 1. In genere, qualora un Vescovo diocesano o eparchiale
intenda affidare la cura dei migranti a un qualche Istituto religioso,
salve le consuete norme canoniche, egli procederà a stipulare
una convenzione scritta con il Superiore dell'Istituto. Se più
diocesi o eparchie ne fossero interessate, la stipulazione dovrà
essere sottoscritta da ogni Vescovo diocesano o eparchiale, fermo
restando il ruolo di coordinamento di queste iniziative da parte
della apposita Commissione della Conferenza Episcopale o delle
rispettive Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche.
§ 2. Se l'incarico della cura pastorale dei migranti viene
affidato poi ad un singolo Religioso, è sempre necessario
ottenere il previo consenso del suo Superiore, e stipulare altresì
la relativa convenzione per iscritto, procedendo cioè,
fatte le dovute distinzioni, nella maniera stabilita all'art.
5 per i Presbiteri secolari.
Art. 14
Per quanto riguarda l'esercizio dell'apostolato tra i migranti
e gli itineranti, tutti i Religiosi sono tenuti ad ottemperare
alle disposizioni del Vescovo diocesano o eparchiale. Anche nel
caso di Istituti che si prefiggono come fine specifico l'assistenza
dei migranti, tutte le opere ed iniziative prese in loro favore
sono soggette all'autorità e alla direzione del Vescovo
diocesano o eparchiale, fermo restando il diritto dei Superiori
di vigilare sulla vita religiosa e sullo zelo con cui i confratelli
svolgono il loro ministero.
Art. 15
Quanto stabilito in questo capitolo circa i Religiosi è
da applicarsi, fatte le dovute distinzioni, alle Società
di vita apostolica e agli Istituti secolari.
Capitolo IV
LE AUTORITÁ ECCLESIASTICHE
Art. 16
§ 1. Il Vescovo diocesano o eparchiale si mostri specialmente
sollecito in favore dei fedeli migranti, soprattutto sostenendo
l’azione pastorale che a loro vantaggio svolgono i Parroci
e i Cappellani/Missionari degli immigrati, chiedendo il necessario
aiuto alle Chiese di provenienza e alle altre Istituzioni dedite
all'assistenza spirituale dei migranti, e provvedendo altresì
alla creazione delle strutture pastorali che meglio si adattino
alle circostanze e alle necessità pastorali. Se risulta
necessario, il Vescovo diocesano o eparchiale nomini un Vicario
episcopale con l'incarico di dirigere la pastorale relativa ai
migranti, oppure costituisca un Ufficio speciale per i migranti
stessi presso la Curia vescovile o eparchiale.
§ 2. Poiché l'assistenza spirituale dei fedeli ricade
in primis sul Vescovo diocesano o eparchiale, a lui spetta di
erigere Parrocchie personali e Missioni con cura d’anime,
e nominare Cappellani/Missionari. Curi il Vescovo diocesano o
eparchiale che il Parroco territoriale e i Presbiteri incaricati
dei migranti procedano in spirito di collaborazione e d'intesa.
§ 3. Il Vescovo diocesano o eparchiale provveda, a norma
del CIC can. 383 e del CCEO can. 193, anche all'assistenza spirituale
dei migranti di un'altra Chiesa sui iuris, favorendo l'azione
pastorale dei Presbiteri del medesimo rito o di altri Presbiteri,
osservando le pertinenti norme canoniche.
Art. 17
§ 1. Nei confronti dei migranti cristiani che non sono in
piena comunione con la Chiesa cattolica, il Vescovo diocesano
o eparchiale abbia un atteggiamento di carità, favorendo
l'ecumenismo come viene inteso dalla Chiesa, e offrendo a questi
immigrati l'aiuto spirituale possibile e necessario, con ossequio
della normativa circa la communicatio in sacris e dei legittimi
desiderata dei loro Pastori.
§ 2. Il Vescovo diocesano o eparchiale consideri anche i
migranti non battezzati come affidati a lui nel Signore e, nel
rispetto della libertà di coscienza, offra pure loro la
possibilità di giungere alla verità che è
Cristo.
Art. 18
§ 1. I Vescovi diocesani o eparchiali dei Paesi a quibus
ammoniscano i Parroci del grave loro dovere di procurare a tutti
i fedeli una formazione religiosa tale per cui, all'occorrenza,
possano far fronte alle difficoltà connesse con la loro
partenza per l'emigrazione.
§ 2. I Vescovi diocesani o eparchiali dei luoghi a quibus
si preoccupino inoltre di cercare Presbiteri diocesani/eparchiali
adatti alla pastorale con gli emigranti e non trascurino di mettersi
in stretta relazione con la Conferenza Episcopale, o la rispettiva
Struttura Gerarchica della Chiesa Orientale Cattolica, della Nazione
ad quam per stabilire un aiuto nella pastorale.
§ 3. Pur nelle Diocesi/Eparchie o regioni dove non si rende
necessaria immediatamente una specializzazione dei Seminaristi
in tema di migrazione, i problemi della mobilità umana
dovranno ugualmente entrare sempre più nella visuale dell'insegnamento
teologico e soprattutto della teologia pastorale.
Capitolo V
LE CONFERENZE EPISCOPALI E LE RISPETTIVE STRUTTURE GERARCHICHE
DELLE CHIESE ORIENTALI CATTOLICHE
Art. 19
§ 1. Nelle Nazioni dove si recano o da dove partono in maggior
numero i migranti, le Conferenze Episcopali e le competenti Strutture
Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche costituiscano una
speciale Commissione Nazionale per le migrazioni. Essa avrà
un suo Segretario, che generalmente assumerà le funzioni
di Direttore Nazionale per le migrazioni. E' molto conveniente
che in questa Commissione siano presenti Religiosi, come esperti,
specialmente quelli dediti all'assistenza dei migranti, nonché
Laici periti in materia.
§ 2. Nelle altre Nazioni, dove minore è il numero
dei migranti, le Conferenze Episcopali o le rispettive Strutture
Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche designino un Vescovo
Promotore, per assicurare loro la conveniente assistenza.
§ 3. Le Conferenze Episcopali e le rispettive Strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche comunicheranno al Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti la composizione
della Commissione, di cui al paragrafo primo, o il nome del Vescovo
Promotore.
Art. 20
§ 1. Spetta alla Commissione per le migrazioni o al Vescovo
Promotore:
1) informarsi del fenomeno migratorio nella Nazione e trasmetterne
i dati utili ai Vescovi diocesani/eparchiali, in relazione anche
con i Centri di Studi Migratori;
2) animare e stimolare le relative Commissioni diocesane, che
a loro volta lo faranno con quelle parrocchiali che si occupano
del vasto fenomeno, più generale, della mobilità
umana;
3) accogliere le richieste di Cappellani/Missionari da parte
dei Vescovi delle diocesi/eparchie di immigrazione e presentare
ad essi i Presbiteri proposti a questo ministero;
4) proporre alla Conferenza Episcopale e alle rispettive Strutture
Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche, se è il
caso, la nomina di un Coordinatore Nazionale per i Cappel-lani/Missionari;
5) stabilire gli opportuni contatti con le Conferenze Episcopali
e le rispettive Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche
interessate;
6) stabilire gli opportuni contatti con il Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e trasmettere
ai Vescovi diocesani o eparchiali le indicazioni da esso ricevute;
7) inviare al Pontificio Consiglio della pastorale per i Migranti
e gli Itineranti, alla Conferenza Episcopale, alle rispettive
Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche, nonché
ai Vescovi diocesani/eparchiali, la relazione annuale circa la
situazione della pastorale per i migranti.
§ 2. E' compito del Direttore Nazionale:
1) facilitare in genere, con riferimento anche all'art. 11, i
rapporti dei Vescovi della propria Nazione con la Commissione
Nazionale/specifica o con il Vescovo Promotore;
2) elaborare la relazione di cui al n. 7, §1 di questo articolo.
Art. 21
Al fine di sensibilizzare tutti i fedeli ai doveri di fraternità
e di carità nei confronti dei migranti, e per raccogliere
gli aiuti economici necessari per adempiere gli obblighi pastorali
con i migranti stessi, le Conferenze Episcopali e le rispettive
Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche fissino
la data di una "Giornata (o Settimana) del migrante e del
rifugiato" nel periodo e nel modo che le circostanze locali
suggeriscono, anche se in futuro si auspica ovunque una celebrazione
in data unica.
Capitolo VI
IL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE
PER I MIGRANTI E GLI ITINERANTI
Art. 22
§ 1. E' compito del Pontificio Consiglio della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti dirigere “la sollecitudine
pastorale della Chiesa alle particolari necessità di coloro
che sono stati costretti ad abbandonare la propria patria o non
ne hanno affatto; parimenti, procura di seguire con la dovuta
attenzione le questioni attinenti a questa materia” (PB
149). Inoltre "il Consiglio s'impegna perché nelle
Chiese locali sia offerta un'efficace ed appropriata assistenza
spirituale, se necessario anche mediante opportune strutture pastorali,
sia ai profughi ed agli esuli, sia ai migranti" (PB 150,1),
ferme restando la responsabilità pastorale delle Chiese
locali e le competenze di altri Organi della Curia Romana.
§ 2. Spetta dunque al Pontificio Consiglio, fra l'altro:
1) studiare i rapporti inviati dalle Conferenze Episcopali e
dalle rispettive Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali
Cattoliche;
2) emanare istruzioni, di cui al can. 34 del CIC, dare suggerimenti
e incoraggiare iniziative, attività e programmi, per sviluppare
strutture e istituzioni relative all'assistenza pastorale dei
migranti;
3) favorire lo scambio di informazioni tra le varie Conferenze
Episcopali o provenienti dalle corrispondenti Strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche, e facilitare i loro rapporti,
specie per quel che concerne il trasferimento dei Presbiteri da
una Nazione ad un'altra per la cura pastorale dei migranti;
4) seguire, incoraggiare e animare l'attività pastorale
di coordinamento e armonizzazione a favore dei migranti negli
Organismi regionali e continentali di comunione ecclesiale;
5) studiare le situazioni per valutare se si danno, in determinati
luoghi, le circostanze che suggeriscano l'erezione di strutture
pastorali specifiche per i migranti (cfr. numero 24, nota 23);
6) favorire il rapporto degli Istituti religiosi che offrono
assistenza spirituale ai migranti con le Conferenze Episcopali
e le rispettive Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche
e seguire la loro opera, salve restando le competenze della Congregazione
per gli Istituti di vita consacrata e per le Società di
vita apostolica, in ciò che attiene all'osservanza della
vita religiosa e quelle della Congregazione per le Chiese Orientali;
7) stimolare e partecipare alle iniziative utili o necessarie
in vista di una proficua e giusta collaborazione ecumenica in
campo migratorio, di intesa con il Pontificio Consiglio per la
Promozione dell'Unità dei Cristiani;
8) stimolare e prendere parte a quelle iniziative che siano ritenute
necessarie o vantaggiose per il dialogo con i gruppi migratori
non cristiani, di intesa con il Pontificio Consiglio per il Dialogo
interreligioso.
Nonostante qualsiasi disposizione in contrario.
Il I° maggio 2004, memoria di san Giuseppe Lavoratore, il
Santo Padre ha approvato la presente Istruzione del Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, e ne
ha autorizzato la pubblicazione.
Roma, dalla sede del Pontificio Consiglio della Pastorale per
i Migranti e gli Itineranti, il 3 Maggio 2004, nella festa dei
SS. Filippo e Giacomo, Apostoli.
Stephen Fumio Cardinale Hamao
Presidente
Agostino Marchetto
Arcivescovo titolare di Astigi
Segretario
--------------------------------------------------------------------------------
Sigle e abbreviazioni
AA Apostolicam Actuositatem (Concilio Vaticano II)
AAS Acta Apostolicae Sedis
AG Ad Gentes (Concilio Vaticano II)
CCEO Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium
CD Christus Dominus (Concilio Vaticano II)
CfL Christifideles Laici (Giovanni Paolo II)
CIC Codex Iuris Canonici
CMU Chiesa e mobilitá umana (PCPMT)
DPMC De Pastorali Migratorum Cura, "Nemo est" (Congr.
per i Vescovi)
EA Ecclesia in America (Giovanni Paolo II)
EE Ecclesia de Eucaristia (Giovanni Paolo II)
EEu Ecclesia in Europa (Giovanni Paolo II)
EN Evangelii Nuntiandi (Paolo VI)
EO Ecclesia in Oceania (Giovanni Paolo II)
EV Enchiridion Vaticanum
GS Gaudium et Spes (Concilio Vaticano II)
LG Lumen Gentium (Concilio Vaticano II)
Messaggio Messaggio Pontificio per la Giornata mondiale del Migrante
e del Rifugiato
MR Mutuae Relationes (Congr. per i Religiosi e Congr. per i Vescovi)
NMI Novo Millennio Ineunte (Giovanni Paolo II)
OE Orientalium Ecclesiarum (Concilio Vaticano II)
OR L'Osservatore Romano
PaG Pastores Gregis (Giovanni Paolo II)
PB Pastor Bonus (Giovanni Paolo II)
PdV Pastores dabo vobis (Giovanni Paolo II)
PG Patrologia Graeca, Migne
PL Patrologia Latina, Migne
PO Presbyterorum Ordinis (Concilio Vaticano II)
PT Pacem in Terris (Giovanni XXIII)
RH Redemptor Hominis (Giovanni Paolo II)
RMa Redemptoris Mater (Giovanni Paolo II)
RMi Redemptoris Missio (Giovanni Paolo II)
SC Sacrosanctum Concilium (Concilio Vaticano II)
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della
pace del 2001 Dialogo tra le culture per una civiltà dell'amore
e della pace, 12: AAS XCIII (2001) 241; cfr. anche, di Giovanni
Paolo II, Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, 55: AAS XCIII
(2001) 306.
[2] Pontificia Commissione per la pastorale delle Migrazioni
e del Turismo, Lettera Circolare alle Conferenze Episcopali Chiesa
e mobilità umana, 8: AAS LXX (1978) 362.
[3] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale
Ecclesia in Europa, 8: AAS XCV (2003) 655 e Esortazione Apostolica
postsinodale Pastores Gregis, 69 e 72: OR 17 ottobre 2003, p.
12.
[4] Cfr. Giovanni Paolo II, Angelus Domini di domenica 6 luglio
2003: OR 7-8 luglio 2003, p. 1.
[5] La Convenzione fa riferimento anche a quelle già esistenti,
sempre in ambito internazionale, i cui principi e diritti possono
coerentemente applicarsi alla persona dei migranti. Richiama ad
esempio le Convenzioni sulla schiavitù, quelle contro la
discriminazione nel campo dell’istruzione e ogni forma di
discriminazione razziale, e altresì i Patti internazionali
sui diritti civili e politici e quelli sui diritti economici,
sociali e culturali, nonché la Convenzione contro la discriminazione
nei confronti delle Donne, e quella contro la tortura e altro
trattamento o punizioni crudeli, inumane o degradanti. Va menzionata
inoltre la Convenzione sui diritti dell'Infanzia e la Dichiarazione
di Manila del IV Congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione
del crimine e il trattamento dei trasgressori. Di rilievo è
dunque il fatto che anche i Paesi che non hanno ratificato la
Convenzione circa la protezione dei diritti di tutti i lavoratori
migranti e dei membri delle loro famiglie, sono tenuti ad osservare
le Convenzioni sopra ricordate, naturalmente se le ratificarono
o vi avessero successivamente aderito.
Per i diritti dei migranti nella società civile vedasi,
per esempio, da parte ecclesiale, Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica
Laborem Exercens, 23: AAS LXXIII (1981) 635-637.
[6] Cfr. Messaggio 2003: OR 2-3 dicembre 2002, p. 7.
[7] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, Proemio,
22, 30-32: AAS LVIII (1966) 1025-1027, 1042-1044, 1049-1051; Costituzione
dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, 1, 7 e 13: AAS LVII (1965)
5, 9-11, 17-18; Decreto sull'Apostolato dei Laici Apostolicam
Actuositatem, 14: AAS LVIII (1966) 850s.; Giovanni XXIII, Lettera
Enciclica Pacem in Terris, Parte prima: AAS LV (1963) 259-269;
Pontificio Consiglio Cor unum e Pontificio Consiglio della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti, I rifugiati: una sfida alla solidarietà:
EV 13 (1991-1993) 1019-1037; Pontificia Commissione della Giustizia
e della Pace, Self-Reliance: compter sur soi: EV 6 (1977-1979)
510-563 e Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, La
Chiesa di fronte al razzismo: EV 11 (1988-89) 906-943.
[8] Messaggio 1999, 3: OR 21 febbraio 1999, p. 7.
[9] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptoris Mater,
25: AAS LXXIX (1987) 394.
[10] Cfr. Lettera a Diogneto 5.1, citata in Messaggio 1999, 2:
l.c., 7.
[11] Cfr. Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, X-XII: PG 1, 228-233;
Didaché, XI, 1; XII, 1-5, ed. F. X. FUNK, 1901, pp. 24,
30; Costituzione dei Santi Apostoli, VII, 29, 2, ed. F. X. FUNK,
1905, p. 418; Giustino, Apologia I, 67: PG 6, 429; Tertulliano,
Apologeticum, 39: PL 1, 471; Tertulliano, De praescriptione haereticorum,
20: PL 2, 32; Agostino, Sermo 103, 1-2. 6: PL 38, 613-615.
[12] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptoris Missio,
20: AAS LXXXIII (1991) 267.
[13] Ricordiamo, senza essere esaustivi, gli interventi della
Società Salesiana di San Giovanni Bosco in Argentina, le
iniziative di Santa Francesca Saverio Cabrini, specialmente nell'America
del Nord, e quella delle due Congregazioni religiose fondate dal
Vescovo Beato Giovanni Battista Scalabrini, dell'Opera Bonomelli
in Italia, della St. Raphaels-Verein in Germania e della Società
di Cristo per gli emigrati fondata dal Card. August Hlond, in
Polonia.
[14] Cfr. Sacra Congregatio Consistorialis, Decretum de Sacerdotibus
in certas quasdam regiones demigrantibus Ethnografica studia:
AAS VI (1914) 182-186.
[15] Cfr. Sacra Congregatio Consistorialis, Decretum de Clericis
in certas quasdam regiones demigrantibus Magni semper: AAS XI
(1919) 39-43.
[16] AAS XLIV (1952) 649-704.
[17] L'Enciclica Pacem in Terris, nella Prima Parte, trattando
il tema del diritto di emigrazione e immigrazione afferma: "Ogni
essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di
dimora nell'interno della comunità politica di cui è
cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo
consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e
stabilirsi in esse": l.c., 263.
[18] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull'ufficio pastorale
dei Vescovi nella Chiesa Christus Dominus, 18: AAS LVIII (1966)
682. Per quanto riguarda le “disposizioni date”, cfr.
Pio X, Motu proprio Iam pridem: AAS VI (1914) 173ss; Pio XII,
Costituzione Apostolica Exsul Familia, soprattutto la parte normativa:
l.c., 692-704; Sacra Congregatio Consistorialis, Leges Operis
Apostolatus Maris, auctoritate Pii Div. Prov. PP. XII conditae:
AAS L (1958) 375-383.
[19] Cfr. Messaggio 1993, 6: OR 2 agosto 1992, p. 5.
[20] Paolo VI, Motu proprio Pastoralis migratorum cura: AAS LXI
(1969) 601-603.
[21] Istruzione della Sacra Congregazione per i Vescovi De pastorali
migratorum cura (Nemo est): AAS LXI (1969) 614-643.
[22] Cfr. Chiesa e mobilità umana, l.c., 357-378.
[23] Cfr. CIC can. 294 e Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica
postsinodale Ecclesia in America, 65, nota 237: AAS XCI (1999)
800. Cfr. inoltre Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale
Ecclesia in Europa, 103, nota 166, l.c. 707.
[24] Cfr. Giovanni Paolo II Costituzione Apostolica Sacri Canones:
AAS LXXXII (1990) 1037.
[25] Per particolari disposizioni normative riguardanti le Chiese
Orientali Cattoliche nel nostro contesto, cfr. CCEO, can. 315
(che tratta degli Esarcati e degli Esarchi), i cann. 911 e 916
(circa lo statuto del forestiero e il Gerarca del luogo, il Gerarca
proprio e il Parroco proprio), il can. 986 (sulla potestà
di governo), il can. 1075 (sul foro competente) e il can. 1491
(circa leggi, consuetudini e atti amministrativi).
[26] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris Consortio,
77: AAS LXXIV (1982) 176.
[27] Cfr. Istruzione della Congregazione per gli Istituti di
vita consacrata e le Società di vita apostolica Ripartire
da Cristo. Un rinnovato impegno della vita consacrata nel terzo
millennio, 9, 35, 36, 37 e 44: OR 15 giugno 2002, Supplemento,
pp. III, IX, X.
[28] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptor Hominis,
14: AAS LXXI (1979) 284-286.
[29] Cfr. in particolare Messaggio 1992: OR 11 settembre 1991,
p. 5 e quelli del 1996: OR 6 settembre 1995, p. 6 e del 1998:
OR 21 novembre 1997, p. 4.
[30] Cfr. Messaggio 1993: 2, l.c., 5.
[31] Cfr. Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti
e gli Itineranti, Discorso del Santo Padre, 2: Atti del IV Congresso
Mondiale sulla Pastorale dei Migranti e dei Rifugiati (5-10 Ottobre
1998), Città del Vaticano 1999, p. 9.
[32] Cfr. Messaggio 1996: OR 6 settembre 1995, p. 6.
[33] Messaggio 1988, 3b: OR 4 settembre 1987, p. 5.
[34] Cfr. Messaggio 1990, 5: OR 22 settembre 1989, p. 5 e quelli
del 1992, 3, 5-6: l.c., 5 e del 2003: OR 2-3 dicembre 2002, p.
7.
[35] Cfr. Messaggio 1987: OR 21 settembre 1986, p. 5 e quello
del 1994: OR 17 settembre 1993, p. 4.
[36] Giovanni Battista Scalabrini, Memoriale per la costituzione
di una commissione pontificia Pro emigratis catholicis (4 maggio
1905), in S. Tomasi e G. Rosoli, "Scalabrini e le migrazioni
moderne. Scritti e carteggi", Torino 1997, p. 233.
[37] Cfr. Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica sulla Curia
Romana Pastor Bonus, 149-151: AAS LXXX (1988) 899-900.
[38] Giovanni Paolo II, Discorso ai membri dell'International
Catholic Migration Commission, 4: OR 12-13 novembre 2001, p. 6.
[39] Ibidem.
[40] Di una tale necessità dell'evangelizzazione delle
culture troviamo attestazione specialmente nella Esortazione Apostolica
di Paolo VI Evangelii Nuntiandi (n. 20), in cui si afferma che
"occorre evangelizzare ... la cultura e le culture dell'uomo
nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella costituzione
Gaudium et Spes (cfr. n. 53), partendo sempre dalla persona e
tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio.
Il vangelo, e quindi l'evangelizzazione, non si identificano certo
con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture.
Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da
uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del
Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura
e delle culture umane": AAS LXVIII (1976) 18-19.
[41] Cfr. pure Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera
ai Vescovi su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione,
8-9: AAS LXXXV (1993) 842-844.
[42] Cfr. pure Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull'attività
missionaria della Chiesa Ad Gentes,11: AAS LVIII (1966) 959-960.
[43] Ibidem 38: l.c., 986.
[44] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sul ministero
e la vita dei Presbiteri Presbyterorum ordinis, 2 e 6: AAS LVIII
(1966) 991-993, 999-1001 e Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum
Concilium, 47: AAS LVI (1964) 113, nonché GS 66.
[45] Cfr. Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa
la collaborazione dei Laici al ministero dei Sacerdoti Ecclesiae
de mysterio: AAS LXXXIX (1997) 852-877 e PaG 51 e 68.
[46] Nel cap. 15 della Lettera ai Romani il dovere dell'accoglienza
ci viene presentato nei suoi tratti più salienti, che qui
si ricorda aggettivandola. Sia dunque essa "cristiana"
e profonda, che parte dal cuore ("Dio ... vi conceda di avere
gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo":
v. 5); sia generosa e gratuita, non interessata e possessiva ("Cristo
infatti non cercò di piacere a se stesso ... si è
fatto servitore": v. 3 e 8); sia benefica e edificante ("Ciascuno
di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo":
v. 2) e attenta ai più deboli ("Noi che siamo i forti
abbiamo il dovere di sopportare l'infermità dei deboli,
senza compiacere noi stessi": v. 1).
[47] Cfr. Messaggio 1992, 3-4: l.c., 5 e PaG 65
[48] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Christifideles
Laici, 23: AAS LXXXI (1989) 429-433, RMi 71 e PaG 40.
[49] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica sulla santificazione
della domenica Dies Domini, 53: AAS XC (1998) 747; cfr. Congregazione
per il Culto Divino, Direttorio per le celebrazioni domenicali
in assenza del Sacerdote Christi Ecclesia, 18-50: EV XI (1988-1989)
452-468, e Istruzione interdicasteriale Ecclesiae de mysterio,
4 e art. 7: l.c., 860, 869-870.
[50] Cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti, Direttorio su Pietà popolare e Liturgia. Principi
e orientamenti, Città del Vaticano 2002 e Commissione Teologica
Internazionale, Fede e inculturazione, Parte terza, Problemi attuali
di inculturazione, 2-7: EV 11 (1988-1989) 876-878.
[51] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulle Chiese
Orientali Cattoliche Orientalium Ecclesiarum, 4 e 6: AAS LVII
(1965) 77-78.
[52] Cfr. Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum,
De Benedictionibus, Città del Vaticano 1985.
[53] Cfr. Messaggio 1991: OR 15 agosto 1990, p. 5; Segretariati
per l'Unione dei Cristiani, per i non Cristiani e per i non Credenti
e Pontificio Consiglio della Cultura (a cura di), Il fenomeno
delle sette o Nuovi Movimenti Religiosi: sfida pastorale, Città
del Vaticano 1986 e Sette e Nuovi Movimenti Religiosi: Testi della
Chiesa Cattolica (1986-1994), (a cura del Gruppo di Lavoro sui
Nuovi Movimenti Religiosi), Città del Vaticano 1995. Per
quanto riguarda il “New Age”, cfr. Pontifici Consigli
della Cultura e per il Dialogo inter-religioso, Gesù Cristo
portatore dell'acqua viva. Una riflessione cristiana sul "New
Age", Città del Vaticano 2003.
[54] Per quanto riguarda le disposizioni circa il coordinamento
di diversi riti in un medesimo territorio, cfr. CCEO cann. 202,
207 e 322.
[55] Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità
dei Cristiani, Direttorio per l'applicazione dei principi e norme
sull'ecumenismo, 137: AAS LXXXV (1993) 1090.
[56] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia,
45: AAS XCV (2003) 462s. Per i cattolici il Santo Padre così
attesta, richiamandosi all'Enciclica Un unum sint: "Reciprocamente,
in determinati casi e per particolari circostanze, anche i cattolici
possono fare ricorso per gli stessi Sacramenti ai ministri di
quelle Chiese in cui essi sono validi" (n. 46: AAS LXXXVII
[1995] 948). "Occorre badare bene a queste condizioni, che
sono inderogabili, pur trattandosi di casi particolari determinati,
poiché [per] il rifiuto di una o più verità
di fede su questi Sacramenti e, tra esse, di quella concernente
la necessità del Sacerdozio ministeriale, ... un fedele
cattolico non potrà ricevere la comunione presso una comunità
mancante del valido sacramento dell'Ordine" (EE 46).
[57] Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità
dei Cristiani, Direttorio per l'applicazione dei principi e norme
sull'ecumenismo, 107: l.c., 1083.
[58] Cfr. RMi 37b, 52, 53, 55-57: l.c., 283, 299, 300, 302-305.
[59] Cfr. Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso
e Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, Istruzione
Dialogo e Annuncio, 42-50: AAS LXXXIV (1992) 428-431.
[60] Nelle scuole in cui è offerta anche la refezione,
occorrerà tenere conto delle regole alimentari degli alunni,
a meno che i genitori non dichiarino di rinunciarvi. La scuola
dovrà favorire inoltre momenti di dialogo, sull'attività
comune, fra genitori, compresi anche quelli appartenenti ad altre
religioni.
[61] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale Ecclesia
in Oceania, 45: AAS XCIV (2002) 417-418.
[62] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulle
relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate,
1-3, 5: AAS LVIII (1966) 740-744 e anche EEu 57.
[63] Cfr. pure Segretariato per i non Cristiani, L’atteggiamento
della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni, 32: OR 11-12
giugno 1984, p. 4.
[64] Cfr. Messaggio 2002, 3: OR 19 ottobre 2001, p. 5.
[65] Congregazione per l'Educazione Cattolica, Lettera circolare,
Il fenomeno della mobilità, agli Ordinari diocesani e ai
Rettori dei loro seminari sulla pastorale della mobilità
umana nella formazione dei futuri sacerdoti (1986), Annesso, 3:
EV 10 (1986-87) 14.
[66] Ibidem 4.
[67] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale
Pastores dabo vobis, 58: AAS LXXXIV (1992) 760.
[68] Per la definizione di "Missionario" o "Cappellano",
cfr. DPMC 35. Il nuovo CIC usa semplicemente la parola Cappellanus
(cfr. i cann. 564-572). Per quanto concerne il fine specifico
di questa attività missionaria cfr. AG 6; per la necessità
di un mandato da parte della Chiesa cfr. DPMC 36; per i destinatari,
cioè i migranti, cfr. DPMC 15 e la già ricordata
Lettera circolare Chiesa e mobilità umana, 2: l.c., 358.
Per quel che riguarda il concetto di pastorale dei migranti cfr.
DPMC 15.
[69] Cfr. DPMC 37 e 42-43.
[70] Cfr. Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari
e Congregazione per i Vescovi, Note direttive circa le mutue relazioni
tra i Vescovi e i Religiosi nella Chiesa, Mutuae Relationes, 11
e 12: AAS LXX (1978) 480-481.
[71] Cfr. nota 13.
[72] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale Vita
consecrata, 58: AAS LXXXVIII (1996) 430; cfr. EEu 42-43.
[73] Cfr. Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari
e Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e del
Turismo, Lettera congiunta, A tutti i Religiosi e le Religiose
del mondo: People on the move 48 (1987) 163-166.
[74] Cfr. Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari
e Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e del
Turismo, Invito all'impegno pastorale per i Migranti e Rifugiati,
Istruzione congiunta, 11: SCRIS Informationes 15 (1989) 183-184;
cfr. AG 20 e DPMC 52, 53 e 54.
[75] Cfr. Messaggio 1988: l.c., 5; Istruzione Ecclesiae de mysterio,
4: l.c., 860-861, ed EEu 41.
[76] Sono costituite, in genere, da più parrocchie, chiamate
dal Vescovo a costruire insieme un'efficace "comunità
missionaria", che opera in un dato territorio, in armonia
con il piano pastorale diocesano. E', insomma, una forma di collaborazione,
di coordinamento interparrocchiale (fra due o più parrocchie
limitrofe).
[77] Cfr. Messaggio 1996: OR 6 settembre 1995, p. 6.
[78] Cfr. PT, Parte prima: l.c., 265-266.
[79] Cfr. ibidem 266.
[80] Messaggio 1988, 3c: OR 4 settembre 1987, p. 5.
[81] cfr. Messaggio 2004: OR 24 dicembre 2003, p. 5
|