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Al Signor Cardinale
EDWARD IDRIS CASSIDY
Presidente della Commissione
per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo
In numerose occasioni durante il mio Pontificato
ho richiamato con senso di profondo rammarico le sofferenze del
popolo ebreo durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il crimine che è diventato noto come la Shoah rimane un'indelebile
macchia nella storia del secolo che si sta concludendo.
Preparandoci ad iniziare il terzo millennio dell'era cristiana,
la Chiesa è consapevole che la gioia di un Giubileo è
soprattutto una gioia fondata sul perdono dei peccati e sulla
riconciliazione con Dio e con il prossimo. Perciò Essa
incoraggia i suoi figli e figlie a purificare i loro cuori, attraverso
il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato.
Essa li chiama a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi
sulla responsabilità che anch'essi hanno per i mali del
nostro tempo.
È mia fervida speranza che il documento: Noi ricordiamo:
una Riflessione sulla Shoah, che la Commissione per i Rapporti
Religiosi con l'Ebraismo ha preparato sotto la Sua guida, aiuti
veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie
del passato. Possa esso abilitare la memoria a svolgere il suo
necessario ruolo nel processo di costruzione di un futuro nel
quale l'indicibile iniquità della Shoah non sia mai più
possibile. Possa il Signore della storia guidare gli sforzi di
Cattolici ed Ebrei e di tutti gli uomini e donne di buona volontà
così che lavorino insieme per un mondo di autentico rispetto
per la vita e la dignità di ogni essere umano, poiché
tutti sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio.
Dal Vaticano, 12 marzo 1998.
COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON
L'EBRAISMO
NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH
I. La tragedia della Shoah ed il dovere
della memoria
Si sta rapidamente concludendo il XX secolo e spunta ormai l'aurora
di un nuovo millennio cristiano. Il Bimillenario della nascita
di Gesù Cristo sollecita tutti i cristiani, e invita in
realtà ogni uomo e ogni donna, a cercare di scoprire nel
fluire della storia i segni della divina Provvidenza all'opera,
come pure i modi in cui l'immagine del Creatore presente nell'uomo
è stata offesa e sfigurata.
Questa riflessione riguarda uno dei principali settori in cui
i cattolici possono seriamente prendere a cuore il richiamo loro
rivolto da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Tertio millennio
adveniente: « È giusto pertanto che, mentre il secondo
Millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia
carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi
figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell'arco
della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo
e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza
di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi
di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza
e di scandalo ».(1)
Il secolo attuale è stato testimone di un'indicibile tragedia,
che non potrà mai essere dimenticata: il tentativo del
regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente
uccisione di milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e giovani,
bambini ed infanti, solo perché di origine ebraica, furono
perseguitati e deportati. Alcuni furono uccisi immediatamente,
altri furono umiliati, maltrattati, torturati e privati completamente
della loro dignità umana, e infine uccisi. Pochissimi di
quanti furono internati nei campi di concentramento sopravvissero,
e i superstiti rimasero terrorizzati per tutta la vita. Questa
fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia di questo
secolo, un fatto che ci riguarda ancora oggi.
Dinanzi a questo orribile genocidio, che i responsabili delle
nazioni e le stesse comunità ebraiche trovarono difficile
da credere nel momento in cui veniva perpetrato senza misericordia,
nessuno può restare indifferente, meno di tutti la Chiesa,
in ragione dei suoi legami strettissimi di parentela spirituale
con il popolo ebraico e del ricordo che essa nutre delle ingiustizie
del passato. La relazione della Chiesa con il popolo ebraico è
diversa da quella che condivide con ogni altra religione.(2) Non
è soltanto questione di ritornare al passato. Il futuro
comune di ebrei e cristiani esige che noi ricordiamo, perché
« non c'è futuro senza memoria ».(3) La storia
stessa è memoria futuri.
Nel rivolgere questa riflessione ai nostri fratelli e sorelle
della Chiesa cattolica sparsi nel mondo, chiediamo a tutti i cristiani
di unirsi a noi nel riflettere sulla catastrofe che colpì
il popolo ebraico, e sull'imperativo morale di far sì che
mai più l'egoismo e l'odio abbiano a crescere fino al punto
da seminare sofferenze e morte.(4) In modo particolare, chiediamo
ai nostri amici ebrei, « il cui terribile destino è
divenuto simbolo dell'aberrazione cui può giungere l'uomo,
quando si volge contro Dio »,(5) di predisporre il loro
cuore ad ascoltarci.
II. Che cosa dobbiamo ricordare
Nel dare la sua singolare testimonianza al Santo di Israele ed
alla Torah, il popolo ebraico ha grandemente patito in diversi
tempi ed in molti luoghi. Ma la Shoah fu certamente la sofferenza
peggiore di tutte. L'inumanità con cui gli ebrei furono
perseguitati e massacrati in questo secolo va oltre la capacità
di espressione delle parole. E tutto questo fu fatto loro per
la sola ragione che erano ebrei.
La stessa enormità del crimine suscita molte domande. Storici,
sociologi, filosofi politici, psicologi e teologi tentano di conoscere
di più circa la realtà e le cause della Shoah. Molti
studi specialistici rimangono ancora da compiere. Ma un simile
evento non può essere pienamente misurato attraverso i
soli criteri ordinari della ricerca storica. Esso richiama ad
una « memoria morale e religiosa » e, in particolare
tra i cristiani, ad una riflessione molto seria sulle cause che
lo provocarono. Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa,
cioè in paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la
questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti
dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei.
III. Le relazioni tra ebrei e cristiani
La storia delle relazioni tra ebrei e cristiani è una storia
tormentata. Lo ha riconosciuto il Santo Padre Giovanni Paolo II
nei suoi ripetuti appelli ai cattolici a considerare il nostro
atteggiamento nei confronti delle nostre relazioni con il popolo
ebraico.(6) In effetti il bilancio di queste relazioni durante
i due millenni è stato piuttosto negativo.(7)
Agli albori del cristianesimo, dopo la crocifissione di Gesù,
sorsero contrasti tra la Chiesa primitiva ed i capi dei giudei
ed il popolo ebraico i quali, per ossequio alla Legge, a volte
si opposero violentemente ai predicatori del Vangelo e ai primi
cristiani. Nell'impero romano, che era pagano, gli ebrei erano
legalmente protetti dai privilegi garantiti loro dall'Imperatore
e le autorità in un primo tempo non fecero distinzione
tra le comunità giudee e cristiane. Ben presto, tuttavia,
i cristiani incorsero nella persecuzione dello Stato. Quando,
in seguito, gli imperatori stessi si convertirono al cristianesimo,
dapprima continuarono a garantire i privilegi degli ebrei. Ma
gruppi esagitati di cristiani che assalivano i templi pagani,
fecero in alcuni casi lo stesso nei confronti delle sinagoghe,
non senza subire l'influsso di certe erronee interpretazioni del
Nuovo Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme.
« Nel mondo cristiano — non dico da parte della Chiesa
in quanto tale — interpretazioni erronee e ingiuste del
Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta
colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti
di ostilità nei confronti di questo popolo ».(8)
Tali interpretazioni del Nuovo Testamento sono state totalmente
e definitivamente rigettate dal Concilio Vaticano II.(9)
Nonostante la predicazione cristiana dell'amore verso tutti, compresi
gli stessi nemici, la mentalità prevalente lungo i secoli
ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo «
differenti ». Sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti
cristiani e la divergenza che esisteva tra la Chiesa ed il popolo
ebraico, condussero a una discriminazione generalizzata, che sfociava
a volte in espulsioni o in tentativi di conversioni forzate. In
una larga parte del mondo « cristiano », fino alla
fine del XVIII secolo, quanti non erano cristiani non sempre godettero
di uno status giuridico pienamente garantito. Nonostante ciò,
gli ebrei diffusi in tutto il mondo cristiano rimasero fedeli
alle loro tradizioni religiose ed ai costumi loro propri. Furono
per questo considerati con un certo sospetto e diffidenza. In
tempi di crisi come carestie, guerre e pestilenze o di tensioni
sociali, la minoranza ebraica fu più volte presa come capro
espiatorio, divenendo così vittima di violenze, saccheggi
e persino di massacri.
Tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX secolo, gli ebrei
avevano generalmente raggiunto una posizione di uguaglianza nei
confronti degli altri cittadini nella maggioranza degli Stati,
e un certo numero di loro giunse a ricoprire ruoli influenti nella
società. Ma in questo stesso contesto storico, in particolare
nel XIX secolo, prese piede un nazionalismo esasperato e falso.
In un clima di rapido cambiamento sociale, gli ebrei furono spesso
accusati di esercitare un'influenza sproporzionata rispetto al
loro numero. Allora cominciò a diffondersi in vario grado,
attraverso la maggior parte d'Europa, un antigiudaismo che era
essenzialmente più sociopolitico che religioso.
Nello stesso periodo, cominciarono ad apparire delle teorie che
negavano l'unità della razza umana, affermando una originaria
differenza delle razze. Nel XX secolo, il nazionalsocialismo in
Germania usò tali idee come base pseudo-scientifica per
una distinzione tra le così dette razze nordico-ariane
e presunte razze inferiori. Inoltre, una forma estremistica di
nazionalismo fu stimolata in Germania dalla sconfitta del 1918
e dalle condizioni umilianti imposte dai vincitori, con la conseguenza
che molti videro nel nazionalsocialismo una soluzione ai problemi
del Paese e perciò cooperarono politicamente con questo
movimento.
La Chiesa in Germania rispose condannando il razzismo. Tale condanna
apparve per la prima volta nella predicazione di alcuni tra il
clero, nell'insegnamento pubblico dei Vescovi cattolici e negli
scritti di giornalisti cattolici. Già nel febbraio e marzo
1931, il Cardinale Bertram di Breslavia, il Cardinale Faulhaber
ed i Vescovi della Baviera, i Vescovi della Provincia di Colonia
e quelli della provincia di Friburgo pubblicarono lettere pastorali
che condannavano il nazionalsocialismo, con la sua idolatria della
razza e dello Stato.(10) L'anno stesso in cui il nazionalsocialismo
giunse al potere, il 1933, i ben noti sermoni d'Avvento del Cardinale
Faulhaber, ai quali assistettero non soltanto cattolici, ma anche
protestanti ed ebrei, ebbero espressioni di chiaro ripudio della
propaganda nazista antisemitica.(11) A seguito della Kristallnacht,
Bernard Lichtenberg, prevosto della Cattedrale di Berlino, elevò
pubbliche preghiere per gli ebrei. Egli morì poi a Dachau
ed è stato dichiarato Beato.
Anche il Papa Pio XI condannò il razzismo nazista in modo
solenne nell'Enciclica Mit brennender Sorge,(12) che fu letta
nelle chiese di Germania nella Domenica di Passione del 1937,
iniziativa che procurò attacchi e sanzioni contro membri
del clero. Il 6 settembre 1938, rivolgendosi ad un gruppo di pellegrini
belgi, Pio XI asserì: « L'antisemitismo è
inaccettabile. Spiritualmente siamo tutti semiti ».(13)
Pio XII, fin dalla sua prima enciclica, Summi Pontificatus,(14)
del 20 ottobre 1939, mise in guardia contro le teorie che negavano
l'unità della razza umana e contro la deificazione dello
Stato, tutte cose che egli prevedeva avrebbero condotto ad una
vera « ora delle tenebre ».(15)
IV. Antisemitismo nazista e la Shoah
Non si può ignorare la differenza che esiste tra l'antisemitismo,
basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa
circa l'unità del genere umano e l'uguale dignità
di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto
e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo,
dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli.
L'ideologia nazionalsocialista andò anche oltre, nel senso
che rifiutò di riconoscere qualsiasi realtà trascendente
quale fonte della vita e criterio del bene morale. Di conseguenza,
un gruppo umano, e lo Stato con il quale esso si era identificato,
si arrogò un valore assoluto e decise di cancellare l'esistenza
stessa del popolo ebraico, popolo chiamato a rendere testimonianza
all'unico Dio e alla Legge dell'Alleanza. A livello teologico
non possiamo ignorare il fatto che non pochi aderenti al partito
nazista non solo mostrarono avversione all'idea di una divina
Provvidenza all'opera nelle vicende umane, ma diedero pure prova
di un preciso odio nei confronti di Dio stesso. Logicamente, un
simile atteggiamento condusse pure al rigetto del cristianesimo,
e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa o per lo meno sottomessa
agli interessi dello Stato nazista.
Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese,
prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli.
La Shoah fu l'opera di un tipico regime moderno neopagano. Il
suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo
e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi
alla Chiesa perseguitandone pure i membri.
Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti
degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici
presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento
antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino
indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal
nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?
Ogni risposta a questa domanda deve tener conto del fatto che
stiamo trattando della storia di atteggiamenti e modi di pensare
di gente soggetta a molteplici influenze. Ancor più, molti
furono totalmente ignari della « soluzione finale »
che stava per essere presa contro un intero popolo; altri ebbero
paura per se stessi e per i loro cari; alcuni trassero vantaggio
dalla situazione; altri infine furono mossi dall'invidia. Una
risposta va data caso per caso e, per farlo, è necessario
conoscere ciò che precisamente motivò le persone
in una specifica situazione.
All'inizio, i capi del Terzo Reich cercarono di espellere gli
ebrei. Sfortunatamente, i Governi di alcuni Paesi occidentali
di tradizione cristiana, inclusi alcuni del Nord e Sud America,
furono più che esitanti ad aprire i loro confini agli ebrei
perseguitati. Anche se non potevano prevedere quanto lontano sarebbero
andati i gerarchi nazisti nelle loro intenzioni criminali, i capi
di tali nazioni erano a conoscenza delle difficoltà e dei
pericoli a cui erano esposti gli ebrei che vivevano nei territori
del Terzo Reich. In quelle circostanze, la chiusura delle frontiere
all'immigrazione ebraica, sia che fosse dovuta all'ostilità
antigiudaica o al sospetto antigiudaico, a codardia o limitatezza
di visione politica o a egoismo nazionale, costituisce un grave
peso di coscienza per le autorità in questione.
Nelle terre dove il nazismo intraprese la deportazione di massa,
la brutalità che accompagnò questi movimenti forzati
di gente inerme, avrebbe dovuto suscitare il sospetto del peggio.
I cristiani offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati,
e in particolare agli ebrei?
Molti lo fecero, ma altri no. Coloro che aiutarono a salvare quanti
più ebrei fu loro possibile, sino al punto di mettere le
loro vite in pericolo mortale, non devono essere dimenticati.
Durante e dopo la guerra, comunità e personalità
ebraiche espressero la loro gratitudine per quanto era stato fatto
per loro, compreso anche ciò che Pio XII aveva fatto personalmente
o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia
di vite di ebrei.(16) Molti Vescovi, preti, religiosi e laici,
sono stati per tale ragione onorati dallo Stato di Israele.
Nonostante ciò, come Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto,
accanto a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza spirituale
e l'azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si
sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo. Non possiamo
conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle
potenze naziste o dai loro alleati, constatarono con orrore la
scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia forti
abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i cristiani
questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante
l'ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento.(17)
Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli
e figlie della Chiesa. Facciamo nostro ciò che disse il
Concilio Vaticano II con la Dichiarazione Nostra aetate, che inequivocabilmente
afferma: « La Chiesa... memore del patrimonio che essa ha
in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da
religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni
e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli
ebrei in ogni tempo e da chiunque ».(18)
Ricordiamo e facciamo nostro quanto Papa Giovanni Paolo II, nel
rivolgersi ai capi della comunità ebraica di Strasburgo
nel 1988 affermò: « Ribadisco nuovamente insieme
con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di
ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo
».(19) La Chiesa cattolica, pertanto, ripudia ogni persecuzione,
in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, perpetrata contro un
popolo o un gruppo umano. Essa condanna nel modo più fermo
tutte le forme di genocidio, come pure le ideologie razziste che
l'hanno reso possibile. Volgendo lo sguardo su questo secolo,
siamo profondamente addolorati per la violenza che ha colpito
gruppi interi di popoli e di nazioni. Ricordiamo in modo particolare
il massacro degli armeni, le vittime innumerevoli nell'Ucraina
degli anni '30, il genocidio degli zingari, frutto anch'esso di
idee razziste, e tragedie simili accadute in America, in Africa
e nei Balcani. Né vogliamo dimenticare i milioni di vittime
dell'ideologia totalitaria nell'Unione Sovietica, in Cina, in
Cambogia ed altrove. Neppure possiamo dimenticare il dramma del
Medio Oriente, i cui termini sono ben noti. Anche mentre noi facciamo
la presente riflessione, « troppi uomini continuano ad essere
vittime dei propri fratelli ».(20)
V. Guardando insieme ad un futuro comune
Guardando al futuro delle relazioni tra ebrei e cristiani, in
primo luogo chiediamo ai nostri fratelli e sorelle cattolici di
rinnovare la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede.
Chiediamo loro di ricordare che Gesù era un discendente
di Davide; che dal popolo ebraico nacquero la Vergine Maria e
gli Apostoli; che la Chiesa trae sostentamento dalle radici di
quel buon ulivo a cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico
dei gentili (cfr Rm 11,17-24); che gli ebrei sono nostri cari
ed amati fratelli, e che, in un certo senso, sono veramente i
« nostri fratelli maggiori ».(21)
Al termine di questo Millennio la Chiesa cattolica desidera esprimere
il suo profondo rammarico per le mancanze dei suoi figli e delle
sue figlie in ogni epoca. Si tratta di un atto di pentimento (teshuva):
come membri della Chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che
i meriti di tutti i suoi figli. La Chiesa si accosta con profondo
rispetto e grande compassione all'esperienza dello sterminio,
la Shoah, sofferta dal popolo ebraico durante la seconda Guerra
Mondiale. Non si tratta di semplici parole, bensì di un
impegno vincolante. « Rischieremmo di far morire nuovamente
le vittime delle più atroci morti, se non avessimo la passione
della giustizia e se non ci impegnassimo, ciascuno secondo le
proprie capacità, a far sì che il male non prevalga
sul bene, come è accaduto nei confronti di milioni di figli
del popolo ebraico... L'umanità non può permettere
che ciò accada di nuovo ».(22)
Preghiamo che il nostro dolore per le tragedie che il popolo ebraico
ha sofferto nel nostro secolo conduca a nuove relazioni con il
popolo ebraico. Desideriamo trasformare la consapevolezza dei
peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale
non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani
e sentimento anticristiano tra gli ebrei, ma piuttosto un rispetto
reciproco condiviso, come conviene a coloro che adorano l'unico
Creatore e Signore ed hanno un comune padre nella fede, Abramo.
Infine, invitiamo gli uomini e le donne di buona volontà
a riflettere profondamente sul significato della Shoah. Le vittime
dalle loro tombe, e i sopravvissuti attraverso la vivida testimonianza
di quanto hanno sofferto, sono diventati un forte grido che richiama
l'attenzione di tutta l'umanità. Ricordare questo terribile
dramma significa prendere piena coscienza del salutare monito
che esso comporta: ai semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo
non si deve mai più consentire di mettere radice nel cuore
dell'uomo.
16 Marzo 1998.
Cardinale Edward Idris Cassidy
Presidente
Pierre Duprey
Vescovo tit. di Thibar
Vice-Presidente
Remi Hoeckman O.P.
Segretario
(1) Giovanni Paolo II, Lett. ap. Tertio millennio adveniente
(10 novembre 1994), 33: AAS 87 (1995), 25.
(2) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso in occasione dell'incontro
con la comunità ebraica della città di Roma (13
aprile 1986), 4: AAS 78 (1986), 1120.
(3) Giovanni Paolo II, Angelus dell'11 giugno 1995: Insegnamenti
181, 1995, 1712.
(4) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità ebraica
di Budapest (18 agosto 1991), 4: Insegnamenti 142, 1991), 349.
(5) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus (1 maggio 1991),
17: AAS 83 (1991), 814-815.
(6) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso ai Delegati delle Conferenze
Episcopali per i rapporti con l'Ebraismo (6 marzo 1982): Insegnamenti
51, 1982, 743-747.
(7) Cfr Commissione della Santa Sede per le Relazioni religiose
con gli ebrei, Note sul corretto modo di presentare gli ebrei
e l'ebraismo nella predicazione e nella catechesi nella Chiesa
cattolica romana (24 giugno 1985) VI, 1: Ench. Vat. 9, 1656.
(8) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all'incontro di
studio su « Radici dell'antigiudaismo in ambiente cristiano
» (31 ottobre 1997), 1: L'Osservatore Romano, 1 novembre
1997, p. 6.
(9) Cfr Nostra aetate, 4.
(10) Cfr B. Statiewski (Ed.), Akten deutscher Bischöfe über
die Lage der Kirche, 1933-1945, vol. I, 1933-1934 (Mainz 1968),
Appendix.
(11) Cfr L. Volk, Der Bayerische Episkopat und der Nationalsozialismus
1930-1934 (Mainz 1966), pp. 170-174.
(12) Del 14 marzo 1937: AAS 29 (1937), 145-167.
(13) La Documentation Catholique, 29 (1938), col. 1460.
(14) AAS 31 (1939), 413-453.
(15) Ibid., 449.
(16) Organizzazioni e personalità ebraiche rappresentative
riconobbero varie volte ufficialmente la saggezza della diplomazia
di Papa Pio XII. Ad esempio, il giovedì 7 settembre 1945
Giuseppe Nathan, Commissario dell'Unione delle Comunità
Israelitiche Italiane, dichiarò: « Per primo rivolgiamo
un reverente omaggio di riconoscenza al Sommo Pontefice, ai religiosi
e alle religiose che, attuando le direttive del Santo Padre, non
hanno veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio
e abnegazione hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva
per soccorrerci, noncuranti dei gravissimi pericoli ai quali si
esponevano » (L'Osservatore Romano, 8 settembre 1945, p.
2). Il 21 settembre dello stesso anno, Pio XII ricevette il Dott.
A. Leo Kubowitzki, Segretario Generale del World Jewish Congress,
recatosi in Udienza per presentare « al Santo Padre, a nome
della Unione delle Comunità Israelitiche, i più
sentiti ringraziamenti per l'opera svolta dalla Chiesa Cattolica
a favore della popolazione ebraica in tutta l'Europa durante la
guerra » (L'Osservatore Romano, 23 settembre 1945, p. 1).
Il giovedì 29 novembre 1945 il Papa ricevette circa 80
delegati di profughi ebrei, provenienti dai campi di concentramento
in Germania, giunti a manifestargli « il sommo onore di
poter ringraziare personalmente il Santo Padre per la sua generosità
dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo
di nazifascismo » (L'Osservatore Romano, 30 novembre 1945,
p. 1). Nel 1958, alla morte di Papa Pio XII, Golda Meir inviò
un eloquente messaggio: « Condividiamo il dolore dell'umanità...
Quando il terribile martirio si abbatté sul nostro popolo,
la voce del Papa si elevò per le sue vittime. La vita del
nostro tempo fu arricchita da una voce che chiaramente parlò
circa le grandi verità morali al di sopra del tumulto del
conflitto quotidiano. Piangiamo un grande servitore della pace
».
(17) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso al nuovo Ambasciatore della
Repubblica Federale di Germania (8 novembre 1990), 2: AAS 83 (1991),
587-588.
(18) N. 4.
(19) N. 8: Insegnamenti 113, 1988, 1134.
(20) Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Corpo diplomatico
(15 gennaio 1994), 9: AAS 86 (1994), 816.
(21) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione dell'incontro con
la comunità ebraica della città di Roma (13 aprile
1986), 4: AAS 78 (1986), 1120.
(22) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della commemorazione
dell'Olocausto (7 aprile 1994), 3: Insegnamenti 171, 1994, 897
e 893. |