OMELIA DELL’EM.MO
CARD. JOSÉ SARAIVA MARTINS
1. L'odierna domenica, trentatreesima del tempo
ordinario, la penultima dell'anno liturgico, propone alcuni brani
della Parola di Dio particolarmente illuminanti anche sulla realtà
della santità cristiana, intesa come il migliore impiego
dei doni ricevuti dal Signore. Per aver portato a frutto i propri
talenti, nella logica divina dell’amore e del dono totale
di sé la Chiesa oggi ha iscritto nell’albo dei Beati:
Carlo de Foucauld, Maria Pia Mastena e Maria Crocifissa Curcio.
2. Charles de Foucauld, méditant en présence de
l'Enfant-Jésus pendant la période de Noël 1897-1898
sur le passage de l'Évangile de saint Matthieu qui a été
proclamé en ce dimanche, retient l'obligation faite à
celui qui a reçu des talents de les faire fructifier :
"Il nous sera demandé compte de tout ce que nous avons
reçu… Et puisque j'ai tant reçu, il me sera
beaucoup demandé ! Si j'ai beaucoup plus reçu que
la plupart des hommes... la conversion, la vocation religieuse,
la Trappe, la vie d'ermite, Nazareth, la communion quotidienne,
et tant d'autres grâces, il me sera beaucoup demandé...".1
La béatification de Charles de Foucauld nous en est la
confirmation : conduit véritablement par l'Esprit de Dieu,
il a su utiliser et faire fructifier les nombreux "talents"
qu'il avait reçus et, correspondant heureusement aux inspirations
divines, il a suivi un chemin vraiment évangélique
sur lequel il a attiré des milliers de disciples.
Le Saint-Père Benoît XVI rappelait récemment
que "nous pouvons résumer notre foi en ces mots :
Iesus Caritas, Jésus Amour"2, qui sont les mots mêmes
que Charles de Foucauld avait choisi comme devise qui exprimât
sa spiritualité.
La vie aventureuse et fascinante de Charles de Foucauld offre
une preuve convaincante de la vérité de ces paroles
du Souverain Pontife. On peut, en effet, découvrir sans
peine comme un fil rouge qui, à travers tous les changements
et toutes les évolutions, pénètre de part
en part l'existence du Frère Charles ; comme l'écrit,
en 1889, l'abbé Huvelin au Père Abbé de Solesmes
: " il fait de la religion un amour".
Charles lui- même révélait ainsi, à
un ami de lycée resté agnostique, ce qu'il appelait
"le secret de ma vie" : "L'imitation est inséparable
de l'amour… J'ai perdu mon cœur pour ce Jésus
de Nazareth crucifié il y a mille neuf cents ans et je
passe ma vie à chercher à l'imiter autant que le
peut ma faiblesse"3.
Dans la correspondance avec Louis Massignon, on peut analyser
la liberté que Charles a acquise dans sa manière
d'apprendre à aimer: "L'amour de Dieu, l'amour du
prochain... Là est toute la religion... Comment y arriver
? pas en un jour puisque c'est la perfection même : c'est
le but auquel nous devons tendre toujours, dont nous devons nous
rapprocher sans cesse et que nous n'atteindrons qu'au ciel"
4.
En 1882 déjà, nous trouvons la fameuse phrase de
Mt 25 qu'il cite si souvent et qui l'accompagne jusqu'à
la méditation finale de 1916, quand il met en parallèle
présence eucharistique et présence dans les plus
petits:
"Il n'y a pas, je crois, de parole de l'Évangile qui
ait fait sur moi une plus profonde impression et transformé
davantage ma vie que celle-ci : 'Tout ce que vous faites à
un de ces petits, c'est à moi que vous le faites'. Si on
songe que ces paroles sont celles de la Vérité incréée,
celles de la bouche qui a dit 'ceci est mon corps... ceci est
mon sang', avec quelle force on est porté à chercher
et à aimer Jésus dans " ces petits ",
ces pécheurs, ces Pauvres"5.
Charles de Foucauld a eu une influence notable sur la spiritualité
du xxe siècle et il reste, en ce début du troisième
millénaire, une référence féconde,
une invitation à un style de vie radicalement évangélique,
et cela au-delà même de ceux qui appartiennent aux
différents groupements dont sa famille spirituelle, nombreuse
et diversifiée, est formée.
Accueillir l'Évangile dans toute sa simplicité,
évangéliser sans vouloir imposer, témoigner
de Jésus dans le respect des autres expériences
religieuses, réaffirmer le primat de la charité
vécue dans la fraternité, voilà quelques-uns
seulement des aspects les plus importants d'un précieux
héritage qui nous incite à faire que notre vie consiste,
comme celle du bienheureux Charles, à "crier l'Évangile
sur les toits… [à] crier que nous sommes à
Jésus" 6.
3. S. Paolo, nella seconda lettura tratta dalla Lettera ai Tessalonicesi,
richiama la necessità di vegliare, perché non sappiamo
quando il Figlio di Dio verrà a giudicare il nostro operato,
in base ai doni ricevuti. La vita del cristiano è davvero
una lunga vigilia, un tempo di attesa del Signore. Ma noi, come
ricorda l'Apostolo siamo: "tutti figli della luce" (Tes.5,
5) perché mediante il Battesimo siamo inseriti in Cristo,
Luce del mondo. Luce ben visibile e illuminante è stata
quella che ha fatto brillare la beata Maria Pia Mastena, la quale
visse la sua condizione di religiosa, nella continua ricerca di
riportare sul volto dei fratelli, lo splendore del Santo Volto,
da lei tanto amato. Il volto dell'uomo, specie quando è
deturpato dal peccato e dalle miserie di questo mondo, potrà
risplendere soltanto quando sarà conforme a quello di Cristo,
martoriato sulla Croce e trasfigurato dalla gloria del Padre.
Madre Mastena sentì la forte tensione missionaria di: "portare
il Volto di Gesù tra gli uomini di tutto il mondo, nei
luoghi più poveri e abbandonati". Guardando alla santità
della Beata Madre Mastena è legittimo riconoscere in lei
una grande artista che ha saputo imprimere in se stessa l'Immagine
di Cristo, assumendo, mediante l'esercizio di tante virtù,
il "Volto dei volti", il più bel Volto che ci
sia tra i figli degli uomini. Essa è riuscita a far trasparire,
dai suoi lineamenti personali, il Volto del Signore nelle espressioni
della misericordia, della carità, del perdono, del servizio
a tempo pieno alle persone più bisognose. Con grandi sacrifici,
difficoltà, fede e tenacia, nel 1936 la Mastena fondò
la Congregazione delle Religiose del Santo Volto, trasmettendo
alle sue consorelle il suo progetto di vita, che in sintesi definiva:
"propagare, riparare, ristabilire il Volto di Cristo nei
fratelli". Così spiegava, con poche ma intense parole,
alle giovani Suore, il carisma delle religiose del Santo Volto:
" Quando un fratello è triste e sofferente è
nostro compito far ritornare il sorriso sul suo viso...Questa
è la nostra missione: far sorridere il volto del dolce
Gesù sul volto del fratello! ".
4. Al servo pigro e arrogante della parabola dei talenti fa da
riscontro positivo la figura femminile che ci è presentata
dal libro dei Proverbi. In tale contesto si inserisce convenientemente
con il suo carisma materno e genio femminile la beata Maria Crocifissa
Curcio, donna abile e operosa, attenta a prendersi cura dei bisogni
del suo prossimo, fino a farlo diventare "la sua famiglia".
Anche Madre Maria Crocifissa ha saputo "procurarsi lana e
lino" e lavorarli volentieri "con le proprie mani"
per far crescere la famiglia affidatale da Dio. Trovò nello
spirito del Carmelo, e molto concretamente nel carisma contemplativo
- missionario di Santa Teresa del Bambino Gesù, lo stimolo
per fondare la congregazione carmelitana delle Missionarie di
S. Teresa di Gesù Bambino.
L'amore di Gesù l'ha condotta in un cammino che spesso
è stato arduo e amaro, facendole sperimentare cosa significa
essere "crocifissa", come Gesù, per amore dei
fratelli, sempre presenti nelle sue attenzioni, anche nei momenti
di maggiore intimità con Dio. Scriveva nel suo Diario spirituale:
" Il solo pensiero di patire per i miei fratelli mi riempiva
l'animo di gioia...La mia tenerezza cresce sempre... e di questa
tenerezza amo le figliole che la Provvidenza mi ha affidato, amo
il mondo intero, amo la natura con tutte le bellezze" ( 4
aprile 1928).
Madre Maria Crocifissa fu una donna semplice e forte, afferrata
dall'amore di Dio, tutta protesa al cielo, ma attenta a curvarsi
sulla terra, in particolare sull'umanità sofferente e bisognosa.
Essa seppe trarre dalla sua fede profonda e dall'amore appassionato
all'Eucaristia ispirazione e nutrimento continuo per la sua ricerca
di santità. La beata Madre Curcio ha saputo coniugare,
nei fatti ordinari della sua vita quotidiana, la preghiera e l'azione,
intesa quest'ultima come recupero degli ultimi, e più precisamente,
come accoglienza e formazione della gioventù più
abbandonata. Proprio per questa sua normalità e concretezza
è un modello a cui ci si può ispirare oggi come
oggi, essendo il suo messaggio di grande attualità.
5. Carissimi fratelli e sorelle,
Impariamo dai nuovi beati a vivere una fede contagiosa, comunicativa,
perché una fede "innocua", che non dice niente
a nessuno, che non si traduce in testimonianza, rimane un dono
"inutilizzato".
Sull'esempio di questi testimoni del Cristo Risorto, anche noi
non dobbiamo mai smettere di trafficare i talenti che abbiamo
ricevuto finché sentiremo ripetere quelle stupende parole
che si possono considerare una sorta di formula evangelica di
beatificazione: "Bene, servo buono e fedele, prendi parte
alla gioia del tuo padrone" (Mt.25,21).
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1Méditation écrite à Nazareth en février
1898 sur Matthieu 25,14.
2Angelus, 25 settembre 2005, Osserv. Rom. 26-27.9.2005, p.1.
3Mars 1902, lettre à un ami de lycée (Gabriel Tourdes).
41er novembre 1915 à Louis Massignon.
51er août 1916 à Louis Massignon.
6Nazareth 1898, Méditations sur les saints Évangiles
(1), La bonté de Dieu, p. 285.
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