| CAPITOLO I
IL MISTERO DELLA CHIESA
La Chiesa è sacramento in Cristo
1. Cristo è la luce delle genti: questo santo
Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente,
annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare
tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto
della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche
modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima
unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuando
il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza
illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura
e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo
rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché
tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari
vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire
la piena unità in Cristo.
Disegno salvifico universale del Padre
2. L'eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di
sapienza e di bontà, creò l'universo; decise di
elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina;
dopo la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre
prestò loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di
Cristo redentore, « il quale è l'immagine dell'invisibile
Dio, generato prima di ogni creatura » (Col 1,15). Tutti
infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall'eternità
« li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi
all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito
tra molti fratelli » (Rm 8,29). I credenti in Cristo, li
ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già
annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente
preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'antica Alleanza,
stabilita infine « negli ultimi tempi », è
stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso
compimento alla fine dei secoli. Allora, infatti, come si legge
nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, « dal
giusto Abele fino all'ultimo eletto », saranno riuniti presso
il Padre nella Chiesa universale.
Missione del Figlio
3. È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre,
il quale ci ha scelti in lui prima della fondazione del mondo
e ci ha predestinati ad essere adottati in figli, perché
in lui volle accentrare tutte le cose (cfr. Ef 1,4-5 e 10). Perciò
Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato
in terra il regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di lui,
e con la sua obbedienza ha operato la redenzione. La Chiesa, ossia
il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza
di Dio cresce visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita
sono significati dal sangue e dall'acqua, che uscirono dal costato
aperto di Gesù crocifisso (cfr. Gv 19,34), e sono preannunziati
dalle parole del Signore circa la sua morte in croce: «
Ed io, quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò
a me » (Gv 12,32). Ogni volta che il sacrificio della croce,
col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato
(cfr. 1 Cor 5,7), viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera
della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico,
viene rappresentata ed effettuata l'unità dei fedeli, che
costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor 10,17). Tutti
gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è
la luce del mondo; da lui veniamo, per mezzo suo viviamo, a lui
siamo diretti.
Lo Spirito santificatore della Chiesa
4. Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio
sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato
lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinché
i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre
in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi è lo Spirito
che dà la vita, una sorgente di acqua zampillante fino
alla vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39); per mezzo suo il Padre
ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché
un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr.
Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli
come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende
testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione
(cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella
pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella
comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni
gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr.
Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la
fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta
unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono
al Signore Gesù: « Vieni » (cfr. Ap 22,17).
Così la Chiesa universale si presenta come « un
popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo ».
Il regno di Dio
5. Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua
stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio
ad essa predicando la buona novella, cioè l'avvento del
regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: « Poiché
il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio
» (Mc 1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente
agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo.
La parola del Signore è paragonata appunto al seme che
viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14): quelli che lo ascoltano
con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo (cfr. Lc 12,32),
hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù
propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto (cfr. Mc
4,26-29). Anche i miracoli di Gesù provano che il regno
è arrivato sulla terra: « Se con il dito di Dio io
scaccio i demoni, allora è già pervenuto tra voi
il regno di Dio » (Lc 11,20; cfr. Mt 12,28). Ma innanzi
tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio
di Dio e figlio dell'uomo, il quale è venuto « a
servire, e a dare la sua vita in riscatto per i molti »
(Mc 10,45). Quando poi Gesù, dopo aver sofferto la morte
in croce per gli uomini, risorse, apparve quale Signore e messia
e sacerdote in eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6; 7,17-21), ed effuse
sui suoi discepoli lo Spirito promesso dal Padre (cfr. At 2,33).
La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e
osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà
e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in
tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno
costituisce in terra il germe e l'inizio. Intanto, mentre va lentamente
crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera
e brama di unirsi col suo re nella gloria.
Le immagini della Chiesa
6. Come già nell'Antico Testamento la rivelazione
del regno viene spesso proposta in figure, così anche ora
l'intima natura della Chiesa ci si fa conoscere attraverso immagini
varie, desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla
costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali,
e che si trovano già abbozzate nei libri dei profeti.
La Chiesa infatti è un ovile, la cui porta unica e necessaria
è Cristo (cfr. Gv 10,1-10). È pure un gregge, di
cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore (cfr.
Is 40,11; Ez 34,11 ss), e le cui pecore, anche se governate da
pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo
e nutrite dallo stesso Cristo, il buon Pastore e principe dei
pastori (cfr. Gv 10,11; 1 Pt 5,4), il quale ha dato la vita per
le pecore (cfr. Gv 10,11-15).
La Chiesa è il podere o campo di Dio (cfr. 1 Cor 3,9).
In quel campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono
stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà
la riconciliazione dei Giudei e delle Genti (cfr. Rm 11,13-26).
Essa è stata piantata dal celeste agricoltore come vigna
scelta (Mt 21,33-43, par.; cfr. Is 5,1 ss). Cristo è la
vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè
a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui, e senza di
lui nulla possiamo fare (cfr. Gv 15,1-5).
Più spesso ancora la Chiesa è detta edificio di
Dio (cfr. 1 Cor 3,9). Il Signore stesso si paragonò alla
pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta
la pietra angolare (Mt 21,42 par.). Sopra quel fondamento la Chiesa
è costruita dagli apostoli (cfr. 1 Cor 3,11) e da esso
riceve stabilità e coesione. Questo edificio viene chiamato
in varie maniere: casa di Dio (cfr. 1 Tm 3,15), nella quale cioè
abita la sua famiglia, la dimora di Dio nello Spirito (cfr. Ef
2,19-22), la dimora di Dio con gli uomini (cfr. Ap 21,3), e soprattutto
tempio santo, il quale, rappresentato dai santuari di pietra,
è l'oggetto della lode dei santi Padri ed è paragonato
a giusto titolo dalla liturgia alla città santa, la nuova
Gerusalemme. In essa infatti quali pietre viventi veniamo a formare
su questa terra un tempio spirituale (cfr. 1 Pt 2,5). E questa
città santa Giovanni la contempla mentre, nel momento in
cui si rinnoverà il mondo, scende dal cielo, da presso
Dio, « acconciata come sposa adornatasi per il suo sposo
» (Ap 21,1s).
La Chiesa, chiamata « Gerusalemme celeste » e «
madre nostra » (Gal 4,26; cfr. Ap 12,17), viene pure descritta
come l'immacolata sposa dell'Agnello immacolato (cfr. Ap 19,7;
21,2 e 9; 22,17), sposa che Cristo « ha amato.. . e per
essa ha dato se stesso, al fine di santificarla » (Ef 5,26),
che si è associata con patto indissolubile ed incessantemente
« nutre e cura » (Ef 5,29), che dopo averla purificata,
volle a sé congiunta e soggetta nell'amore e nella fedeltà
(cfr. Ef 5,24), e che, infine, ha riempito per sempre di grazie
celesti, onde potessimo capire la carità di Dio e di Cristo
verso di noi, carità che sorpassa ogni conoscenza (cfr.
Ef 3,19). Ma mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio
lontana dal Signore (cfr. 2 Cor 5,6), è come un esule,
e cerca e pensa alle cose di lassù, dove Cristo siede alla
destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con
Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà rivestita
di gloria (cfr. Col 3,1-4).
La Chiesa, corpo mistico di Cristo
7. Il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana
e vincendo la morte con la sua morte e resurrezione, ha redento
l'uomo e l'ha trasformato in una nuova creatura (cfr. Gal 6,15;
2 Cor 5,17). Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente
come suo corpo i suoi fratelli, che raccoglie da tutte le genti.
In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che,
attraverso i sacramenti si uniscono in modo arcano e reale a lui
sofferente e glorioso. Per mezzo del battesimo siamo resi conformi
a Cristo: « Infatti noi tutti « fummo battezzati in
un solo Spirito per costituire un solo corpo » (1 Cor 12,13).
Con questo sacro rito viene rappresentata e prodotta la nostra
unione alla morte e resurrezione di Cristo: « Fummo dunque
sepolti con lui per l'immersione a figura della morte »;
ma se, fummo innestati a lui in una morte simile alla sua, lo
saremo anche in una resurrezione simile alla sua » (Rm 6,4-5).
Partecipando realmente del corpo del Signore nella frazione del
pane eucaristico, siamo elevati alla comunione con lui e tra di
noi: « Perché c'è un solo pane, noi tutti
non formiamo che un solo corpo, partecipando noi tutti di uno
stesso pane» (1 Cor 10,17). Così noi tutti diventiamo
membri di quel corpo (cfr. 1 Cor 12,27), «e siamo membri
gli uni degli altri» (Rm 12,5).
Ma come tutte le membra del corpo umano, anche se numerose, non
formano che un solo corpo così i fedeli in Cristo (cfr.
1 Cor 12,12). Anche nella struttura del corpo mistico di Cristo
vige una diversità di membri e di uffici. Uno è
lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce
la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata
alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri (cfr.
1 Cor 12,1-11). Fra questi doni eccelle quello degli apostoli,
alla cui autorità lo stesso Spirito sottomette anche i
carismatici (cfr. 1 Cor 14). Lo Spirito, unificando il corpo con
la sua virtù e con l'interna connessione dei membri, produce
e stimola la carità tra i fedeli. E quindi se un membro
soffre, soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro
è onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra
(cfr. 1 Cor 12,26).
Capo di questo corpo è Cristo. Egli è l'immagine
dell'invisibile Dio, e in lui tutto è stato creato. Egli
è anteriore a tutti, e tutte le cose sussistono in lui.
È il capo del corpo, che è la Chiesa. È il
principio, il primo nato di tra i morti, affinché abbia
il primato in tutto (cfr. Col 1,15-18). Con la grandezza della
sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri, e con la sua
perfezione e azione sovrana riempie delle ricchezze della sua
gloria tutto il suo corpo (cfr. Ef 1,18-23).
Tutti i membri devono a lui conformarsi, fino a che Cristo non
sia in essi formato (cfr. Gal 4,19). Per ciò siamo collegati
ai misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e resuscitati
con lui, finché con lui regneremo (cfr. Fil 3,21; 2 Tm
2,11; Ef 2,6). Ancora peregrinanti in terra, mentre seguiamo le
sue orme nella tribolazione e nella persecuzione, veniamo associati
alle sue sofferenze, come il corpo al capo e soffriamo con lui
per essere con lui glorificati (cfr. Rm 8,17). Da lui «
tutto il corpo ben fornito e ben compaginato, per mezzo di giunture
e di legamenti, riceve l'aumento voluto da Dio » (Col 2,19).
Nel suo corpo, che è la Chiesa, egli continuamente dispensa
i doni dei ministeri, con i quali, per virtù sua, ci aiutiamo
vicendevolmente a salvarci e, operando nella carità conforme
a verità, andiamo in ogni modo crescendo verso colui, che
è il nostro capo (cfr. Ef 5,11-16 gr.).
Perché poi ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr.
Ef 4,23), ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale, unico
e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo
vita, unità e moto, così che i santi Padri poterono
paragonare la sua funzione con quella che il principio vitale,
cioè l'anima, esercita nel corpo umano. Cristo inoltre
ama la Chiesa come sua sposa, facendosi modello del marito che
ama la moglie come il proprio corpo (cfr. Ef 5,25-28); la Chiesa
poi è soggetta al suo capo. E poiché «in lui
abita congiunta all'umanità la pienezza della divinità
» (Col 2,9), egli riempie dei suoi doni la Chiesa la quale
è il suo corpo e la sua pienezza (cfr. Ef 1,22-23), affinché
essa sia protesa e pervenga alla pienezza totale di Dio (cfr.
Ef 3,19).
La Chiesa, realtà visibile e spirituale
8. Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra
e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità
di fede, di speranza e di carità, quale organismo visibile,
attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la grazia.
Ma la società costituita di organi gerarchici e il corpo
mistico di Cristo, l'assemblea visibile e la comunità spirituale,
la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non
si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto
una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento,
umano e divino. Per una analogia che non è senza valore,
quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti,
come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di
salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non
dissimile l'organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito
di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef
4,16).
Questa è l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo
una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro,
dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro (cfr. Gv 21,17),
affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida
(cfr. Mt 28,18ss), e costituì per sempre colonna e sostegno
della verità (cfr. 1 Tm 3,15). Questa Chiesa, in questo
mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella
Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi
in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo
si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità,
che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di
Cristo, spingono verso l'unità cattolica. Come Cristo ha
compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni,
così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via
per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù
Cristo « che era di condizione divina... spogliò
se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7)
e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor
8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la
sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita
per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche
col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo
infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare
la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore
contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò
che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa
circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza,
anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo
fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la
indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo,
« santo, innocente, immacolato » (Eb 7,26), non conobbe
il peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare
i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende
nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme
sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il
cammino della penitenza e del rinnovamento. La Chiesa «
prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e
le consolazioni di Dio », annunziando la passione e la morte
del Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virtù
del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza
e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia
dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo,
con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di
lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato
nella pienezza della luce.
CAPITOLO II
IL POPOLO DI DIO
Nuova alleanza e nuovo popolo
9. In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a
Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia
Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente
e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un
popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse
nella santità.
Scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì
con lui un'alleanza e lo formò lentamente, manifestando
nella sua storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per
sé. Tutto questo però avvenne in preparazione e
figura di quella nuova e perfetta alleanza da farsi in Cristo,
e di quella più piena rivelazione che doveva essere attuata
per mezzo del Verbo stesso di Dio fattosi uomo. « Ecco venir
giorni (parola del Signore) nei quali io stringerò con
Israele e con Giuda un patto nuovo... Porrò la mia legge
nei loro cuori e nelle loro menti l'imprimerò; essi mi
avranno per Dio ed io li avrò per il mio popolo... Tutti
essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore »
(Ger 31,31-34). Cristo istituì questo nuovo patto cioè
la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando
la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse
in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse
il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo
stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile,
che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla
carne ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono
« una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa,
un popolo tratto in salvo... Quello che un tempo non era neppure
popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10).
Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte
per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione
» (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome
che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in
cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà
dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo
come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come
lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha
per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio,
e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine
dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà
Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature
saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare
alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21).
Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente
l'universalità degli uomini e apparendo talora come un
piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità
il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza.
Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità
e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento
della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della
terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.
Come già l'Israele secondo la carne peregrinante nel deserto
viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così il nuovo
Israele dell'era presente, che cammina alla ricerca della città
futura e permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di
Cristo (cfr. Mt 16,18); è il Cristo infatti che l'ha acquistata
col suo sangue (cfr. At 20,28), riempita del suo Spirito e fornita
di mezzi adatti per l'unione visibile e sociale. Dio ha convocato
tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della
salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito
la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno,
il sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendosi
essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini,
benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini
dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni
è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è
stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza
non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna
sposa del suo Signore, e non cessi, con l'aiuto dello Spirito
Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce
giunga alla luce che non conosce tramonto.
Il sacerdozio comune dei fedeli
10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini
(cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo « un regno e sacerdoti
per il Dio e il Padre suo » (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti
per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati
vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio
santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano,
spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che
dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1
Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella
preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se
stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1),
rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda,
rendano ragione della speranza che è in essi di una vita
eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio
ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente
e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché
l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico
sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà
sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale,
compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre
a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del
loro regale sacerdozio, concorrono all'offerta dell'eucaristia,
ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con
la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una
vita santa, con l'abnegazione e la carità operosa.
Il sacerdozio comune esercitato nei sacramenti
11. Il carattere sacro e organico della comunità
sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù.
I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati
al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale;
rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente
la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della
confermazione vengono vincolati più perfettamente alla
Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo
e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere
e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni
di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice
di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e
se stessi con essa così tutti, sia con l'offerta che con
la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica,
non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno
a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione,
mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che
da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa
e mirabilmente effettuata.
Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono
dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui;
allo stesso tempo si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno
inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione
con la carità, l'esempio e la preghiera. Con la sacra unzione
degli infermi e la preghiera dei sacerdoti, tutta la Chiesa raccomanda
gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché
alleggerisca le loro pene e li salvi (cfr. Gc 5,14-16), anzi li
esorta a unirsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo
(cfr. Rm 8,17; Col 1,24), per contribuire così al bene
del popolo di Dio. Inoltre, quelli tra i fedeli che vengono insigniti
dell'ordine sacro sono posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa
colla parola e la grazia di Dio. E infine i coniugi cristiani,
in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano
e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che
intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a
vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale;
accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro
stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo
al popolo di Dio (cfr. 1 Cor 7,7). Da questa missione, infatti,
procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della
società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo
diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i
secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa
domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri
della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella
sacra in modo speciale.
Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e d'una tale
grandezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati
dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui
perfezione è quella stessa del Padre celeste.
Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio
12. Il popolo santo di Dio partecipa pure dell'ufficio
profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza
di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità,
e coll'offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto
di labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalità
dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20
e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa
sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede
di tutto il popolo, quando « dai vescovi fino agli ultimi
fedeli laici » mostra l'universale suo consenso in cose
di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che
è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità,
e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli
si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola
umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo
di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi
una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in
essa più a fondo e più pienamente l'applica nella
vita.
Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare
il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad
adornarlo di virtù, ma « distribuendo a ciascuno
i propri doni come piace a lui » (1 Cor 12,11), dispensa
pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali
li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici
utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa
secondo quelle parole: « A ciascuno la manifestazione dello
Spirito è data perché torni a comune vantaggio »
(1 Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a
quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome
sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati
a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione. Non
bisogna però chiedere imprudentemente i doni straordinari,
né sperare da essi con presunzione i frutti del lavoro
apostolico. Il giudizio sulla loro genuinità e sul loro
uso ordinato appartiene a coloro che detengono l'autorità
nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo
Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è
buono (cfr. 1 Ts 5,12 e 19-21).
L'unico popolo di Dio è universale
13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo
di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico,
si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché
si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale
in principio creò la natura umana una e volle infine radunare
insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo
Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio
di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re
e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli
di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio
suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per
tutti e singoli i credenti è principio di associazione
e di unità, nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione
fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42).
In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo
popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende
i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti
i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello
Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli
Indi sono sue membra ». Siccome dunque il regno di Cristo
non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè
il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene
temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie
tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in
ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica,
le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera
di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità
le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano
i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo
carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo
di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa
cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta
l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell'unità
dello Spirito di lui.
In virtù di questa cattolicità, le singole parti
portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in
modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio
mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità.
Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi
popoli, ma nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse.
Poiché fra i suoi membri c'è diversità sia
per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per
il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita,
dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità
per una via più stretta, sono un esempio stimolante per
i loro fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno
alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie
tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra
di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità,
tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché
ciò che è particolare, non solo non pregiudichi
l'unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra
le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa
i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali.
I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere
i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell'Apostolo:
« Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio,
ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto»
(1 Pt 4,10).
Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità
del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale;
a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati
sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia
infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio
chiama alla salvezza.
I fedeli cattolici
14. Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto
ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla
tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria
alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi
nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e
la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente
la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5),
ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa,
nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta.
Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur
non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da
Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno
entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati
nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito
di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti
i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai
legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal
governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell'assemblea
visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il
sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche
se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella
carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo»,
ma non col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli
della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta
ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui,
se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere,
non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente
giudicati.
I catecumeni che per impulso dello Spirito Santo desiderano ed
espressamente vogliono essere incorporati alla Chiesa, vengono
ad essa congiunti da questo stesso desiderio, e la madre Chiesa
li avvolge come già suoi con il proprio amore e con le
proprie cure.
I cristiani non cattolici e la Chiesa
15. La Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta
con coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano,
ma non professano integralmente la fede o non conservano l'unità
di comunione sotto il successore di Pietro. Ci sono infatti molti
che hanno in onore la sacra Scrittura come norma di fede e di
vita, manifestano un sincero zelo religioso, credono amorosamente
in Dio Padre onnipotente e in Cristo, figlio di Dio e salvatore,
sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con Cristo,
anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese o comunità
ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno anche
l'episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione
alla vergine Madre di Dio. A questo si aggiunge la comunione di
preghiere e di altri benefici spirituali; anzi, una certa vera
unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro egli opera
con la sua virtù santificante per mezzo di doni e grazie
e ha dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento
del sangue. Così lo Spirito suscita in tutti i discepoli
di Cristo desiderio e attività, affinché tutti,
nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un
solo gregge sotto un solo Pastore. E per ottenere questo la madre
Chiesa non cessa di pregare, sperare e operare, esortando i figli
a purificarsi e rinnovarsi perché l'immagine di Cristo
risplenda più chiara sul volto della Chiesa.
I non cristiani e la Chiesa
16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto
il Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo di
Dio. In primo luogo quel popolo al quale furono-dati i testamenti
e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne
(cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione della elezione,
a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono
irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia
anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare
i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo,
adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà
gli uomini nel giorno finale. Dio non e neppure lontano dagli
altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini,
poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni
cosa (cfr At 1,7,25-26), e come Salvatore vuole che tutti gli
uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa
ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia
cercano sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano
di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta
attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza
eterna. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari
alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara
cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza
la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto
ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto
dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo e
come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia
finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal
maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato
la verità divina con la menzogna, servendo la creatura
piuttosto che il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo
e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione
finale. Perciò la Chiesa per promuovere la gloria di Dio
e la salute di tutti costoro, memore del comando del Signore che
dice: «Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc
16,15), mette ogni cura nell'incoraggiare e sostenere le missioni.
Carattere missionario della Chiesa
17. Come infatti il Figlio è stato mandato dal
Padre, così ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv
20,21) dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato.
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo
» (Mt 28,18-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare
la verità salvifica, la Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli
per proseguirne l'adempimento sino all'ultimo confine della terra
(cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dell'apostolo: «
Guai... a me se non predicassi! » (l Cor 9,16) e continua
a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano
pienamente costituite e continuino a loro volta l'opera di evangelizzazione.
È spinta infatti dallo Spirito Santo a cooperare perché
sia compiuto il piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio
della salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la
Chiesa dispone coloro che l'ascoltano a credere e a professare
la fede, li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavitù
dell'errore e li incorpora a Cristo per crescere in lui mediante
la carità finché sia raggiunta la pienezza. Procura
poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente
degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo
non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a
gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell'uomo.
Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di disseminare,
per quanto gli è possibile, la fede. Ma se ognuno può
conferire il battesimo ai credenti, è tuttavia ufficio
del sacerdote di completare l'edificazione del corpo col sacrificio
eucaristico, adempiendo le parole dette da Dio per mezzo del profeta:
« Da dove sorge il sole fin dove tramonta, grande è
il mio Nome tra le genti e in ogni luogo si offre al mio Nome
un sacrificio e un'offerta pura ». Così la Chiesa
unisce preghiera e lavoro, affinché il mondo intero in
tutto il suo essere sia trasformato in popolo di Dio, corpo mistico
di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e in Cristo, centro di
tutte le cose, sia reso ogni onore e gloria al Creatore e Padre
dell'universo.
CAPITOLO III
COSTITUZIONE GERARCHICA DELLA
CHIESA
E IN PARTICOLARE DELL'EPISCOPATO
Proemio
18. Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere
il popolo di Dio, ha stabilito nella sua Chiesa vari ministeri,
che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti che
sono rivestiti di sacra potestà, servono i loro fratelli,
perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio,
e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano
liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza.
Questo santo Sinodo, sull'esempio del Concilio Vaticano primo,
insegna e dichiara che Gesù Cristo, pastore eterno, ha
edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli
stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20,21), e ha voluto
che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua
Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi
lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri
apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio
e il fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede
e di comunione. Questa dottrina della istituzione, della perpetuità,
del valore e della natura del sacro primato del romano Pontefice
e del suo infallibile magistero, il santo Concilio la propone
di nuovo a tutti i fedeli come oggetto certo di fede. Di più
proseguendo nel disegno incominciato, ha stabilito di enunciare
ed esplicitare la dottrina sui vescovi, successori degli apostoli,
i quali col successore di Pietro, vicario di Cristo e capo visibile
di tutta la Chiesa, reggono la casa del Dio vivente.
L'istituzione dei dodici
19. Il Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre,
chiamò a sé quelli che egli volle, e ne costituì
dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare
il regno di Dio (cfr. Mc 3,13-19; Mt 10,1-42); ne fece i suoi
apostoli (cfr. Lc 6,13) dando loro la forma di collegio, cioè
di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di
mezzo a loro (cfr. Gv 21 15-17). Li mandò prima ai figli
d'Israele e poi a tutte le genti (cfr. Rm 1,16) affinché,
partecipi del suo potere, rendessero tutti i popoli suoi discepoli,
li santificassero e governassero (cfr. Mt 28,16-20; Mc 16,15;
Lc 24,45-48), diffondendo così la Chiesa e, sotto la guida
del Signore, ne fossero i ministri e i pastori, tutti i giorni
sino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). In questa missione furono
pienamente confermati il giorno di Pentecoste (cfr. At 2,1-36)
secondo la promessa del Signore: « Riceverete una forza,
quella dello Spirito Santo che discenderà su di voi, e
mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria,
e sino alle estremità della terra » (At 1,8). Gli
apostoli, quindi, predicando dovunque il Vangelo (cfr. Mc 16,20),
accolto dagli uditori grazie all'azione dello Spirito Santo, radunano
la Chiesa universale che il Signore ha fondato su di essi e edificato
sul beato Pietro, loro capo, con Gesù Cristo stesso come
pietra maestra angolare (cfr. Ap 21,14; Mt 16,18; Ef 2,20).
I vescovi, successori degli apostoli
20. La missione divina affidata da Cristo agli apostoli
durerà fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché
il Vangelo che essi devono predicare è per la Chiesa il
principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli apostoli,
in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura
di istituire dei successori.
Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero ma
perché la missione loro affidata venisse continuata dopo
la loro morte, affidarono, quasi per testamento, ai loro immediati
cooperatori l'ufficio di completare e consolidare l'opera da essi
incominciata raccomandando loro di attendere a tutto il gregge
nel quale lo Spirito Santo li aveva posti a pascere la Chiesa
di Dio (cfr. At 20,28). Perciò si scelsero di questi uomini
e in seguito diedero disposizione che dopo la loro morte altri
uomini subentrassero al loro posto Fra i vari ministeri che fin
dai primi tempi si esercitano nella Chiesa, secondo la testimonianza
della tradizione, tiene il primo posto l'ufficio di quelli che
costituiti nell'episcopato, per successione che decorre ininterrotta
fin dalle origini sono i sacramenti attraverso i quali si trasmette
il seme apostolico. Così, come attesta S. Ireneo, per mezzo
di coloro che gli apostoli costituirono vescovi e dei loro successori
fino a noi, la tradizione apostolica in tutto il mondo è
manifestata e custodita .
I vescovi dunque hanno ricevuto il ministero della comunità
per esercitarlo con i loro collaboratori, sacerdoti e diaconi.
Presiedono in luogo di Dio al gregge di cui sono pastori quali
maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo
della Chiesa. Come quindi è permanente l'ufficio dal Signore
concesso singolarmente a Pietro, il primo degli apostoli, e da
trasmettersi ai suoi successori, cosi è permanente l'ufficio
degli apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi in perpetuo
dal sacro ordine dei vescovi. Perciò il sacro Concilio
insegna che i vescovi per divina istituzione sono succeduti al
posto degli apostoli quali pastori della Chiesa, e che chi li
ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e
colui che ha mandato Cristo (cfr. Lc 10,16).
Sacramentalità dell'episcopato
21. Nella persona quindi dei vescovi, assistiti dai sacerdoti,
è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù
Cristo, pontefice sommo. Pur sedendo infatti alla destra di Dio
Padre, egli non cessa di essere presente alla comunità
dei suoi pontefici in primo luogo, per mezzo dell'eccelso loro
ministero, predica la parola di Dio a tutte le genti e continuamente
amministra ai credenti i sacramenti della fede; per mezzo del
loro ufficio paterno (cfr. 1 Cor 4,15) integra nuove membra al
suo corpo con la rigenerazione soprannaturale; e infine, con la
loro sapienza e prudenza, dirige e ordina il popolo del Nuovo
Testamento nella sua peregrinazione verso l'eterna beatitudine.
Questi pastori, scelti a pascere il gregge del Signore, sono ministri
di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio (cfr. 1 Cor 4,1).
Ad essi è stata affidata la testimonianza al Vangelo della
grazia di Dio (cfr. Rm 15,16; At 20,24) e il glorioso ministero
dello Spirito e della giustizia (cfr. 2 Cor 3,8-9).
Per compiere cosi grandi uffici, gli apostoli sono stati arricchiti
da Cristo con una effusione speciale dello Spirito Santo disceso
su loro (cfr. At 1,8; 2,4; Gv 20,22-23), ed essi stessi con la
imposizione delle mani diedero questo dono spirituale ai loro
collaboratori (cfr. 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6-7), dono che è
stato trasmesso fino a noi nella consacrazione episcopale. Il
santo Concilio insegna quindi che con la consacrazione episcopale
viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella
cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla
voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, realtà
totale del sacro ministero. La consacrazione episcopale conferisce
pure, con l'ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e
governare; questi però, per loro natura, non possono essere
esercitati se non nella comunione gerarchica col capo e con le
membra del collegio. Dalla tradizione infatti, quale risulta specialmente
dai riti liturgici e dall'uso della Chiesa sia d'Oriente che d'Occidente,
consta chiaramente che dall'imposizione delle mani e dalle parole
della consacrazione è conferita la grazia dello Spirito
Santo ed è impresso il sacro carattere in maniera tale
che i vescovi, in modo eminente e visibile, tengono il posto dello
stesso Cristo maestro, pastore e pontefice, e agiscono in sua
vece. È proprio dei vescovi assumere col sacramento dell'ordine
nuovi eletti nel corpo episcopale.
Il collegio dei vescovi e il suo capo
22. Come san Pietro e gli altri apostoli costituiscono,
per volontà del Signore, un unico collegio apostolico,
similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi,
successori degli apostoli, sono uniti tra loro. Già l'antichissima
disciplina, in virtù della quale i vescovi di tutto il
mondo vivevano in comunione tra loro e col vescovo di Roma nel
vincolo dell'unità, della carità e della pace e
parimenti la convocazione dei Concili per decidere in comune di
tutte le questioni più importanti mediante una decisione
che l'opinione dell'insieme permetteva di equilibrare significano
il carattere e la natura collegiale dell'ordine episcopale, che
risulta manifestamente confermata dal fatto dei Concili ecumenici
tenuti lungo i secoli. La stessa è pure suggerita dall'antico
uso di convocare più vescovi per partecipare all elevazione
del nuovo eletto al ministero del sommo sacerdozio. Uno è
costituito membro del corpo episcopale in virtù della consacrazione
sacramentale e mediante la comunione gerarchica col capo del collegio
e con le sue membra.
Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità,
se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore
di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà
di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il romano
Pontefice, in forza tutta la Chiesa, ha su questa una potestà
piena, suprema e universale, che può sempre esercitare
liberamente. D'altra parte, l'ordine dei vescovi, il quale succede
al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale,
anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch'esso
insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo,
il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la
Chiesa sebbene tale potestà non possa essere esercitata
se non col consenso del romano Pontefice. Il Signore ha posto
solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa (cfr. Mt 16,18-19),
e lo ha costituito pastore di tutto il suo gregge (cfr. Gv 21,15
ss); ma l'ufficio di legare e di sciogliere, che è stato
dato a Pietro (cfr. Mt 16,19), è noto essere stato pure
concesso al collegio degli apostoli, congiunto col suo capo (cfr.
Mt 18,18; 28,16-20). Questo collegio, in quanto composto da molti,
esprime la varietà e l'universalità del popolo di
Dio; in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa
l'unità del gregge di Cristo. In esso i vescovi, rispettando
fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, esercitano
la propria potestà per il bene dei loro fedeli, anzi di
tutta la Chiesa, mente lo Spirito Santo costantemente consolida
la sua struttura organica e la sua concordia. La suprema potestà
che questo collegio possiede su tutta la Chiesa, è esercitata
in modo solenne nel Concilio ecumenico. Mai può esserci
Concilio ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno
accettato dal successore di Pietro; ed è prerogativa del
romano Pontefice convocare questi Concili, presiederli e confermarli.
La stessa potestà collegiale insieme col papa può
essere esercitata dai vescovi sparsi per il mondo, purché
il capo del collegio li chiami ad agire collegialmente, o almeno
approvi o liberamente accetti l'azione congiunta dei vescovi dispersi,
così da risultare un vero atto collegiale.
Le relazioni all'interno del collegio episcopale
23. L'unità collegiale appare anche nelle mutue
relazioni dei singoli vescovi con Chiese particolari e con la
Chiesa universale. Il romano Pontefice, quale successore di Pietro,
è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità
sia dei vescovi sia della massa dei fedeli. I singoli vescovi,
invece, sono il visibile principio e fondamento di unità
nelle loro Chiese particolari queste sono formate ad immagine
della Chiesa universale, ed è in esse e a partire da esse
che esiste la Chiesa cattolica una e unica. Perciò i singoli
vescovi rappresentano la propria Chiesa, e tutti insieme col Papa
rappresentano la Chiesa universale in un vincolo di pace, di amore
e di unità. I singoli vescovi, che sono preposti a Chiese
particolari, esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione
del popolo di Dio che è stata loro affidata, non sopra
le altre Chiese né sopra la Chiesa universale. Ma in quanto
membri del collegio episcopale e legittimi successori degli apostoli,
per istituzione e precetto di Cristo sono tenuti ad avere per
tutta la Chiesa una sollecitudine che, sebbene non sia esercitata
con atti di giurisdizione, contribuisce sommamente al bene della
Chiesa universale. Tutti i vescovi, infatti, devono promuovere
e difendere l'unità della fede e la disciplina comune all'insieme
della Chiesa, formare i fedeli all'amore per tutto il corpo mistico
di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle
che sono perseguitate a causa della giustizia (cfr. Mt 5,10),
e infine promuovere ogni attività comune alla Chiesa, specialmente
nel procurare che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini
la luce della piena verità. Del resto è certo che,
reggendo bene la propria Chiesa come una porzione della Chiesa
universale, contribuiscono essi stessi efficacemente al bene di
tutto il corpo mistico, che è pure il corpo delle Chiese.
La cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra appartiene
al corpo dei pastori, ai quali tutti, in comune, Cristo diede
il mandato, imponendo un comune dovere, come già papa Celestino
ricordava ai Padri del Concilio Efesino. Quindi i singoli vescovi,
per quanto lo permette l'esercizio del particolare loro dovere,
sono tenuti a collaborare tra di loro e col successore di Pietro,
al quale in modo speciale fu affidato l'altissimo ufficio di propagare
il nome cristiano. Con tutte le forze devono fornire alle missioni
non solo gli operai della messe, ma anche aiuti spirituali e materiali,
sia da sé direttamente, sia suscitando la fervida cooperazione
dei fedeli. I vescovi, infine, in universale comunione di carità,
offrano volentieri il loro fraterno aiuto alle altre Chiese, specialmente
alle più vicine e più povere, seguendo in questo
il venerando esempio dell'antica Chiesa.
Per divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in
vari luoghi stabilite dagli apostoli e dai loro successori, durante
i secoli si sono costituite in vari raggruppamenti, organicamente
congiunti, i quali, salva restando l'unità della fede e
l'unica costituzione divina della Chiesa universale, godono di
una propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un proprio
patrimonio teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto
le antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno
generate altre a modo di figlie, colle quali restano fino ai nostri
tempi legate da un più stretto vincolo di carità
nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei
doveri. Questa varietà di Chiese locali tendenti all'unità
dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa
indivisa. In modo simile le Conferenze episcopali possono oggi
portare un molteplice e fecondo contributo acciocché il
senso di collegialità si realizzi concretamente.
Il ministero episcopale
24. I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono
dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e
in terra, la missione d'insegnare a tutte le genti e di predicare
il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini,
per mezzo della fede, del battesimo e dell'osservanza dei comandamenti,
ottengano la salvezza (cfr. Mt 28,18-20; Mc 16,15-16; At 26,17
ss). Per compiere questa missione, Cristo Signore promise agli
apostoli lo Spirito Santo e il giorno di Pentecoste lo mandò
dal cielo, perché con la sua forza essi gli fossero testimoni
fino alla estremità della terra, davanti alle nazioni e
ai popoli e ai re (cfr. At 1,8; 2,1 ss; 9,15). L'ufficio poi che
il Signore affidò ai pastori del suo popolo, è un
vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente
«diaconia», cioè ministero (cfr. At 1,17 e
25; 21,19; Rm 11,13; 1 Tm 1,12).
La missione canonica dei vescovi può essere data per mezzo
delle legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e universale
potestà della Chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla
stessa autorità o da essa riconosciute, oppure direttamente
dallo stesso successore di Pietro; se questi rifiuta o nega la
comunione apostolica, i vescovi non possono essere assunti all'ufficio.
La funzione d'insegnamento dei vescovi
25. Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione
del Vangelo. I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede che
portano a Cristo nuovi discepoli; sono dottori autentici, cioè
rivestiti dell'autorità di Cristo, che predicano al popolo
loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica
della vita, la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo
fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cfr.
Mt 13,52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano
dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cfr. 2 Tm 4,1-4)
. I vescovi che insegnano in comunione col romano Pontefice devono
essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della
divina e cattolica verità; e i fedeli devono accettare
il giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in cose di
fede e morale, e dargli l'assenso religioso del loro spirito.
Ma questo assenso religioso della volontà e della intelligenza
lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico
del romano Pontefice, anche quando non parla « ex cathedra
». Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato
con riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue
affermazioni in conformità al pensiero e in conformità
alla volontà di lui manifestatasi che si possono dedurre
in particolare dal carattere dei documenti, o dall'insistenza
nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi.
Quantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della prerogativa
dell'infallibilità, quando tuttavia, anche dispersi per
il mondo, ma conservando il vincolo della comunione tra di loro
e col successore di Pietro, si accordano per insegnare autenticamente
che una dottrina concernente la fede e i costumi si impone in
maniera assoluta, allora esprimono infallibilmente la dottrina
di Cristo. La cosa è ancora più manifesta quando,
radunati in Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori
e giudici della fede e della morale; allora bisogna aderire alle
loro definizioni con l'ossequio della fede.
Questa infallibilità, della quale il divino Redentore
volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della
fede e della morale, si estende tanto, quanto il deposito della
divina Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente
esposto. Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo
del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio,
quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli che
conferma nella fede i suoi fratelli (cfr. Lc 22,32), sancisce
con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale.
Perciò le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili
per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa,
essendo esse pronunziate con l'assistenza dello Spirito Santo
a lui promessa nella persona di san Pietro, per cui non hanno
bisogno di una approvazione di altri, né ammettono appello
alcuno ad altro giudizio. In effetti allora il romano Pontefice
pronunzia sentenza non come persona privata, ma espone o difende
la dottrina della fede cattolica quale supremo maestro della Chiesa
universale, singolarmente insignito del carisma dell'infallibilità
della Chiesa stessa. L'infallibilità promessa alla Chiesa
risiede pure nel corpo episcopale quando esercita il supremo magistero
col successore di Pietro. A queste definizioni non può
mai mancare l'assenso della Chiesa, data l'azione dello stesso
Spirito Santo che conserva e fa progredire nell'unità della
fede tutto il gregge di Cristo.
Quando poi il romano Pontefice o il corpo dei vescovi con lui
esprimono una sentenza, la emettono secondo la stessa Rivelazione,
cui tutti devono attenersi e conformarsi, Rivelazione che è
integralmente trasmessa per scritto o per tradizione dalla legittima
successione dei vescovi e specialmente a cura dello stesso Pontefice
romano, e viene nella Chiesa gelosamente conservata e fedelmente
esposta sotto la luce dello Spirito di verità. Perché
poi sia debitamente indagata ed enunziata in modo adatto, il romano
Pontefice e i vescovi nella coscienza del loro ufficio e della
gravità della cosa, prestano la loro vigile opera usando
i mezzi convenienti però non ricevono alcuna nuova rivelazione
pubblica come appartenente al deposito divino della fede.
La funzione di santificazione
26. Il vescovo, insignito della pienezza del sacramento
dell'ordine, è « l'economo della grazia del supremo
sacerdozio» specialmente nell'eucaristia, che offre egli
stesso o fa offrire e della quale la Chiesa continuamente vive
e cresce. Questa Chiesa di Cristo è veramente presente
nelle legittime comunità locali di fedeli, le quali, unite
ai loro pastori, sono anch'esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento.
Esse infatti sono, ciascuna nel proprio territorio, il popolo
nuovo chiamato da Dio nello Spirito Santo e in una grande fiducia
(cfr. 1 Ts 1,5). In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo
vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del
Signore, « affinché per mezzo della carne e del sangue
del Signore siano strettamente uniti tutti i fratelli della comunità».
In ogni comunità che partecipa all'altare, sotto la sacra
presidenza del vescovo viene offerto il simbolo di quella carità
e « unità del corpo mistico, senza la quale non può
esserci salvezza». In queste comunità, sebbene spesso
piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù
del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Infatti « la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo
altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che riceviamo
».
Ogni legittima celebrazione dell'eucaristia è diretta
dal vescovo, al quale è demandato il compito di prestare
e regolare il culto della religione cristiana alla divina Maestà,
secondo i precetti del Signore e le leggi della Chiesa, dal suo
particolare giudizio ulteriormente determinante per la propria
diocesi. In questo modo i vescovi, con la preghiera e il lavoro
per il popolo, in varie forme effondono abbondantemente la pienezza
della santità di Cristo. Col ministero della parola comunicano
la forza di Dio per la salvezza dei credenti (cfr. Rm 1,16), e
con i sacramenti, dei quali con la loro autorità organizzano
la regolare e fruttuosa distribuzione santificano i fedeli. Regolano
l'amministrazione del battesimo, col quale è concesso partecipare
al regale sacerdozio di Cristo. Sono i ministri originari della
confermazione, dispensatori degli ordini sacri e moderatori della
disciplina penitenziale, e con sollecitudine esortano e istruiscono
le loro popolazioni, affinché nella liturgia e specialmente
nel santo sacrificio della messa compiano la loro parte con fede
e devozione. Devono, infine, coll'esempio della loro vita aiutare
quelli a cui presiedono, serbando i loro costumi immuni da ogni
male, e per quanto possono, con l'aiuto di Dio mutandoli in bene,
onde possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla
vita eterna.
La funzione di governo
27. I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate
come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione,
l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà,
della quale però non si servono se non per edificare il
proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi
che chi è più grande si deve fare come il più
piccolo, e chi è il capo, come chi serve (cfr. Lc 22,26-27).
Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di
Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il
suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema autorità
della Chiesa e, entro certi limiti, in vista dell'utilità
della Chiesa o dei fedeli, possa essere ristretto. In virtù
di questa potestà i vescovi hanno il sacro diritto e davanti
al Signore il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare
e di regolare tutto quanto appartiene al culto e all'apostolato.
Ad essi è pienamente affidato l'ufficio pastorale ossia
l'abituale e quotidiana cura del loro gregge; né devono
essere considerati vicari dei romani Pontefici, perché
sono rivestiti di autorità propria e con tutta verità
sono detti « sovrintendenti delle popolazioni » che
governano. La loro potestà quindi non è annullata
dalla potestà suprema e universale, ma anzi è da
essa affermata, corroborata e rivendicata, poiché è
lo Spirito Santo che conserva invariata la forma di governo da
Cristo Signore stabilita nella sua Chiesa.
Il vescovo, mandato dal padre di famiglia a governare la sua
famiglia, tenga innanzi agli occhi l'esempio del buon Pastore,
che è venuto non per essere servito ma per servire (cfr.
Mt 20,28; Mc 10,45) e dare la sua vita per le pecore (cfr. Gv
10,11). Preso di mezzo agli uomini e soggetto a debolezza, può
benignamente compatire gli ignoranti o gli sviati (cfr. Eb 5,1-2).
Non rifugga dall'ascoltare quelli che dipendono da lui, curandoli
come veri figli suoi ed esortandoli a cooperare alacremente con
lui. Dovendo render conto a Dio delle loro anime (cfr. Eb 13,17),
abbia cura di loro con la preghiera, la predicazione e ogni opera
di carità; la sua sollecitudine si estenda anche a quelli
che non fanno ancor parte dell'unico gregge e li consideri come
affidatigli dal Signore. Essendo egli, come l'apostolo Paolo,
debitore a tutti, sia pronto ad annunziare il Vangelo a tutti
(cfr. Rrn 1,14-15) e ad esortare i suoi fedeli all'attività
apostolica e missionaria. I fedeli poi devono aderire al vescovo
come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo
al Padre, affinché tutte le cose siano concordi e unite
61 e siano feconde per la gloria di Dio (cfr. 2 Cor 4,15).
I sacerdoti e i loro rapporti con Cristo, con i vescovi,
con i confratelli e con il popolo cristiano
28. Cristo, santificato e mandato nel mondo dal Padre
(cfr. Gv 10,36), per mezzo degli apostoli ha reso partecipi della
sua consacrazione e della sua missione i loro successori, cioè
i vescovi a loro volta i vescovi hanno legittimamente affidato
a vari membri della Chiesa, in vario grado, l'ufficio del loro
ministero. Così il ministero ecclesiastico di istituzione
divina viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già
anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi. I presbiteri,
pur non possedendo l'apice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi
nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro
congiunti nella dignità sacerdotale e in virtù del
sacramento dell'ordine ad immagine di Cristo, sommo ed eterno
sacerdote (cfr. Eb 5,1-10; 7,24; 9,11-28), sono consacrati per
predicare il Vangelo, essere i pastori fedeli e celebrare il culto
divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento. Partecipi,
nel loro grado di ministero, dell'ufficio dell'unico mediatore,
che è il Cristo (cfr. 1 Tm 2,5) annunziano a tutti la parola
di Dio. Esercitano il loro sacro ministero soprattutto nel culto
eucaristico o sinassi, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando
il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio
del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e
applicano fino alla venuta del Signore (cfr. 1 Cor 11,26), l'unico
sacrificio del Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo,
il quale una volta per tutte offrì se stesso al Padre quale
vittima immacolata (cfr. Eb 9,11-28). Esercitano inoltre il ministero
della riconciliazione e del conforto a favore dei fedeli penitenti
o ammalati e portano a Dio Padre le necessità e le preghiere
dei fedeli (cfr. Eb 5,1-4). Esercitando, secondo la loro parte
di autorità, l'ufficio di Cristo, pastore e capo, raccolgono
la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo
spirito, per mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre
e in mezzo al loro gregge lo adorano in spirito e verità
(cfr. Gv 4,24). Si affaticano inoltre nella predicazione e nell'insegnamento
(cfr. 1 Tm 5,17), credendo ciò che hanno letto e meditato
nella legge del Signore, insegnando ciò che credono, vivendo
ciò che insegnano.
I sacerdoti, saggi collaboratori dell'ordine episcopale e suo
aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono
col loro vescovo un solo presbiterio sebbene destinato a uffici
diversi. Nelle singole comunità locali di fedeli rendono
in certo modo presente il vescovo, cui sono uniti con cuore confidente
e generoso, ne assumono secondo il loro grado, gli uffici e la
sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana. Essi,
sotto l'autorità del vescovo, santificano e governano la
porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede
rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo
all'edificazione di tutto il corpo mistico di Cristo (cfr. Ef
4,12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, devono mettere
il loro zelo nel contribuire al lavoro pastorale di tutta la diocesi,
anzi di tutta la Chiesa. In ragione di questa loro partecipazione
nel sacerdozio e nel lavoro apostolico del vescovo, i sacerdoti
riconoscano in lui il loro padre e gli obbediscano con rispettoso
amore. Il vescovo, poi, consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori,
come figli e amici così come il Cristo chiama i suoi discepoli
non servi, ma amici (cfr. Gv 15,15). Per ragione quindi dell'ordine
e del ministero, tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi,
sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione
e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa.
In virtù della comunità di ordinazione e missione
tutti i sacerdoti sono fra loro legati da un'intima fraternità,
che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto,
spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni
e nella comunione di vita, di lavoro e di carità.
Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno
spiritualmente generato col battesimo e l'insegnamento (cfr. 1
Cor 4,15; 1 Pt 1,23). Divenuti spontaneamente modelli del gregge
(cfr. 1 Pt 5,3) presiedano e servano la loro comunità locale,
in modo che questa possa degnamente esser chiamata col nome di
cui è insignito l'unico popolo di Dio nella sua totalità,
cioè Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1). Si ricordino
che devono, con la loro quotidiana condotta e con la loro sollecitudine,
presentare ai fedeli e infedeli, cattolici e non cattolici, l'immagine
di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e rendere a
tutti la testimonianza della verità e della vita; e come
buoni pastori ricercare anche quelli (cfr. Lc 15,4-7) che, sebbene
battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica
dei sacramenti o persino la fede.
Siccome oggigiorno l'umanità va sempre più organizzandosi
in una unità civile, economica e sociale, tanto più
bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro
sotto la guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni
causa di dispersione, affinché tutto il genere umano sia
ricondotto all'unità della famiglia di Dio.
I diaconi
29. In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi,
ai quali sono imposte le mani « non per il sacerdozio, ma
per il servizio ». Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale,
nella « diaconia » della liturgia, della predicazione
e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col
vescovo e con il suo presbiterio. È ufficio del diacono,
secondo le disposizioni della competente autorità, amministrare
solennemente il battesimo, conservare e distribuire l'eucaristia,
assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare
il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli,
istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera
dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre
e alla sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità
e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di S. Policarpo:
« Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verità
del Signore, il quale si è fatto servo di tutti ».
E siccome questi uffici, sommamente necessari alla vita della
Chiesa, nella disciplina oggi vigente della Chiesa latina in molte
regioni difficilmente possono essere esercitati, il diaconato
potrà in futuro essere ristabilito come proprio e permanente
grado della gerarchia. Spetterà poi alla competenza dei
raggruppamenti territoriali dei vescovi, nelle loro diverse forme,
di decidere, con l'approvazione dello stesso sommo Pontefice,
se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per la
cura delle anime. Col consenso del romano Pontefice questo diaconato
potrà essere conferito a uomini di età matura anche
viventi nel matrimonio, e così pure a dei giovani idonei,
per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato.
CAPITOLO IV
I LAICI
I laici nella Chiesa
30. Il santo Concilio, dopo aver illustrati gli uffici
della gerarchia, con piacere rivolge il pensiero allo stato di
quei fedeli che si chiamano laici. Sebbene quanto fu detto del
popolo di Dio sia ugualmente diretto ai laici, ai religiosi e
al clero, ai laici tuttavia, sia uomini che donne, per la loro
condizione e missione, appartengono in particolare alcune cose,
i fondamenti delle quali, a motivo delle speciali circostanze
del nostro tempo, devono essere più accuratamente ponderati.
I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto i laici contribuiscano
al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti
da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica
della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste
nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei
fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi,
in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro
misura, al bene comune. Bisogna infatti che tutti « mediante
la pratica di una carità sincera, cresciamo in ogni modo
verso colui che è il capo, Cristo; da lui tutto il corpo,
ben connesso e solidamente collegato, attraverso tutte le giunture
di comunicazione, secondo l'attività proporzionata a ciascun
membro, opera il suo accrescimento e si va edificando nella carità»
(Ef 4,15-16).
Natura e missione dei laici
31. Col nome di laici si intende qui l'insieme dei cristiani
ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso
sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati
incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio
e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale,
profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella
Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici.
Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere
impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione
secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati
principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi
col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il
mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza
lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio
dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali
e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati
in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie
condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza
è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire,
quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del
mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito
evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente
con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi
particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose
temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano
fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode
al Creatore e Redentore.
Dignità dei laici nel popolo di Dio
32. La santa Chiesa è, per divina istituzione,
organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel
modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra,
e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti
insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano
membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).
Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: «
un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef
4,5); comune è la dignità dei membri per la loro
rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale,
comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola
salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni.
Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo
alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché
« non c'è né Giudeo né Gentile, non
c'è né schiavo né libero, non c'è
né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo
Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via,
tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto
a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr.
2 Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano
costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli
altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla
dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare
il corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra
i sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé
unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro
da una comunità di rapporto: che i pastori della Chiesa
sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni degli altri e a
servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volenterosi
la loro collaborazione ai pastori e ai maestri. Così, nella
diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile
unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità
di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto
i figli di Dio, dato che « tutte queste cose opera... un
unico e medesimo Spirito» (1 Cor 12,11).
I laici quindi, come per benevolenza divina hanno per fratello
Cristo, il quale, pur essendo Signore di tutte le cose, non è
venuto per essere servito, ma per servire (cfr. Mt 20,28), così
anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero,
insegnando e santificando e reggendo per autorità di Cristo,
svolgono presso la famiglia di Dio l'ufficio di pastori, in modo
che sia da tutti adempito il nuovo precetto della carità.
A questo proposito dice molto bene sant'Agostino: « Se mi
spaventa l'essere per voi, mi rassicura l'essere con voi. Perché
per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è
nome di ufficio, questo di grazia; quello è nome di pericolo,
questo di salvezza».
L'apostolato dei laici
33. I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti
nell'unico corpo di Cristo sotto un solo capo, sono chiamati chiunque
essi siano, a contribuire come membra vive, con tutte le forze
ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore,
all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente.
L'apostolato dei laici è quindi partecipazione alla missione
salvifica stessa della Chiesa; a questo apostolato sono tutti
destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione.
Dai sacramenti poi, e specialmente dalla sacra eucaristia, viene
comunicata e alimentata quella carità verso Dio e gli uomini
che è l'anima di tutto l'apostolato. Ma i laici sono soprattutto
chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi
e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare
sale della terra se non per loro mezzo. Così ogni laico,
in virtù dei doni che gli sono stati fatti, è testimonio
e insieme vivo strumento della stessa missione della Chiesa «
secondo la misura del dono del Cristo » (Ef 4,7).
Oltre a questo apostolato, che spetta a tutti i fedeli senza
eccezione, i laici possono anche essere chiamati in diversi modi
a collaborare più immediatamente con l'apostolato della
gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano
l'apostolo Paolo nell'evangelizzazione, faticando molto per il
Signore (cfr. Fil 4,3; Rm 16,3 ss). Hanno inoltre la capacità
per essere assunti dalla gerarchia ad esercitare, per un fine
spirituale, alcuni uffici ecclesiastici.
Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare, perché
il disegno divino di salvezza raggiunga ogni giorno più
tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Sia perciò
loro aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze
e le necessità dei tempi, anch'essi attivamente partecipino
all'opera salvifica della Chiesa.
Partecipazione dei laici al sacerdozio comune
34. Il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo,
volendo continuare la sua testimonianza e il suo ministero anche
attraverso i laici, li vivifica col suo Spirito e incessantemente
li spinge ad ogni opera buona e perfetta.
A coloro infatti che intimamente congiunge alla sua vita e alla
sua missione, concede anche di aver parte al suo ufficio sacerdotale
per esercitare un culto spirituale, in vista della glorificazione
di Dio e della salvezza degli uomini. Perciò i laici, essendo
dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo
mirabile chiamati e istruiti per produrre frutti dello Spirito
sempre più abbondanti. Tutte infatti le loro attività,
preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare,
il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se
sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se
sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite
a Dio attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione
dell'eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre
insieme all'oblazione del Corpo del Signore. Così anche
i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano
a Dio il mondo stesso.
Partecipazione dei laici alla funzione profetica del
Cristo
35. Cristo, il grande profeta, il quale con la testimonianza
della sua vita e con la potenza della sua parola ha proclamato
il regno del Padre, adempie il suo ufficio profetico fino alla
piena manifestazione della gloria, non solo per mezzo della gerarchia,
che insegna in nome e con la potestà di lui, ma anche per
mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni
provvedendoli del senso della fede e della grazia della parola
(cfr. At 2,17-18; Ap 19,10), perché la forza del Vangelo
risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale. Essi si
mostrano figli della promessa quando, forti nella fede e nella
speranza, mettono a profitto il tempo presente (cfr. Ef 5,16;
Col 4,5) e con pazienza aspettano la gloria futura (cfr. Rm 8,25).
E questa speranza non devono nasconderla nel segreto del loro
cuore, ma con una continua conversione e lotta «contro i
dominatori di questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni»
(Ef 6,12), devono esprimerla anche attraverso le strutture della
vita secolare.
Come i sacramenti della nuova legge, alimento della vita e dell'apostolato
dei fedeli, prefigurano un cielo nuovo e una nuova terra (cfr.
Ap 21,1), così i laici diventano araldi efficaci della
fede in ciò che si spera (cfr. Eb 11,1), se senza incertezze
congiungono a una vita di fede la professione di questa stessa
fede. Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la
testimonianza della vita e con la parola acquista una certa nota
specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta
nelle comuni condizioni del secolo.
In questo ordine di funzioni appare di grande valore quello stato
di vita che è santificato da uno speciale sacramento: la
vita matrimoniale e familiare. L'esercizio e scuola per eccellenza
di apostolato dei laici si ha là dove la religione cristiana
permea tutta l'organizzazione della vita e ogni giorno più
la trasforma. Là i coniugi hanno la propria vocazione:
essere l'uno all'altro e ai figli testimoni della fede e dell'amore
di Cristo. La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso
tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza
della vita beata. Così, col suo esempio e con la sua testimonianza,
accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità.
I laici quindi, anche quando sono occupati in cure temporali,
possono e devono esercitare una preziosa azione per l'evangelizzazione
del mondo. Alcuni di loro, in mancanza di sacri ministri o essendo
questi impediti in regime di persecuzione, suppliscono alcuni
uffici sacri secondo le proprie possibilità; altri, più
numerosi, spendono tutte le |