| Intervento
di S.E. Mons. Nikola Eterovic >>
Intervento dell’Em.mo Card. Angelo
Scola, Patriarca di Venezia, Relatore Generale all’XI Assemblea
Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2 - 23 ottobre 2005)
I. Introduzione
1. Nello spazio dell’amore
Non è un caso che, tra tutte le denominazioni attribuite
lungo i secoli all’Eucaristia, il Santo Padre abbia scelto
come titolo del presente documento una delle espressioni con cui
san Tommaso d’Aquino ha definito il Mistero eucaristico:
Sacramentum Caritatis. Per l’Aquinate, infatti, il memoriale
del dono che Cristo fa di Sé nel Suo corpo e nel Suo sangue
è sacramento supremo dell’amore divino. Brilla così
nell’Esortazione Apostolica il profondo magistero della
Deus caritas est. L’insistenza del Santo Padre, in questi
due anni di pontificato, sulla verità dell’amore
dice con chiarezza che siamo di fronte ad uno dei temi cruciali
su cui si gioca il futuro della Chiesa e dell’umanità.
Anche se il Papa non l’avesse esplicitamente affermato -
«intendo porre la presente Esortazione in relazione con
la mia prima Lettera enciclica Deus caritas est» (n. 5)
– sarebbero bastati i frequenti riferimenti all’Enciclica
per confermarlo (cfr. nn. 5, 9, 11, 82, 88, 89).
L’amore eucaristico di Gesù continua a stupire. Ha
stupito i dodici mentre Egli si chinava a lavare loro i piedi,
amandoli "sino alla fine"; ha stupito i discepoli di
Emmaus nello spezzare il pane. È l’amore incarnato
di Dio, che per sua natura sorprende sempre. Quello "stupore
eucaristico" di cui il servo di Dio Giovanni Paolo II ha
parlato con efficace intensità, viene proposto come la
via maestra, accessibile agli uomini e alle donne del nostro tempo,
per fare l’esperienza dell’amore.
2. Frutto del lavoro sinodale
Con l’Esortazione Apostolica Postsinodale di Sua Santità
Benedetto XVI sull’Eucaristia come fonte e culmine della
vita e della missione della Chiesa, Sacramentum Caritatis, il
lungo ed articolato itinerario della XI Assemblea Ordinaria del
Sinodo dei Vescovi trova il suo frutto più maturo (cfr.
nn. 3-4). Come è noto, le esortazioni apostoliche postsinodali
configurano, all’interno del magistero pontificio, uno specifico
"genere letterario". Il Sommo Pontefice vi raccoglie,
conferma e approfondisce autorevolmente quanto è stato
comunicato, dibattuto ed approvato lungo tutto l’itinerario
sinodale, dalla indizione dell’Assemblea fino al termine
dei lavori. Nel testo di Sacramentum Caritatis si sentono così
riecheggiare, in modo implicito o esplicito, i vari documenti
che hanno accompagnato i lavori sinodali: dai Lineamenta all’Instrumentum
Laboris, dalle due Relationes, ante et post Disceptationem, fino
alle 50 propositiones elaborate dai circuli minores ed approvate
dalla plenaria. Così come è ben riconoscibile l’eco
degli interventi liberi in aula – voluti per la prima volta
da Benedetto XVI - che, oltre ad apporti dottrinali, hanno spesso
offerto testimonianze commoventi di varie comunità e dei
loro pastori. I cristiani, a volte anche a rischio della vita,
diffondono l’amorosa carità di Cristo che celebrano
nel mistero.
3. Nuovi approfondimenti
Se da una parte l’Esortazione Apostolica costituisce il
frutto maturo di un cammino percorso, dall’altra si pone
esplicitamente l’obiettivo di aprire la strada ad ulteriori
approfondimenti. Essa mira, infatti, ad «esplicitare alcune
fondamentali linee di impegno, volte a destare nella Chiesa nuovo
impulso e fervore eucaristico» (n. 5). Un contributo prezioso
in tal senso lo darà anche la pubblicazione del Compendio
eucaristico proposto dai Padri sinodali (cfr. n. 92).
II. Un atto di receptio dell’insegnamento
conciliare
1. Un’unità articolata
La lettura e lo studio dell’Esortazione è facilitata
dalla sua struttura tanto articolata quanto saldamente unitaria.
Essa poggia sull’inscindibile nesso di tre aspetti: Mistero
eucaristico, azione liturgica e nuovo culto spirituale. Si tratta
del cardine stesso di tutto l’insegnamento che il Santo
Padre ha voluto proporre nell’Esortazione. Egli, infatti,
afferma: «nel presente documento desidero soprattutto raccomandare,
accogliendo il voto dei Padri sinodali, che il popolo cristiano
approfondisca la relazione tra il Mistero eucaristico, l’azione
liturgica e il nuovo culto spirituale derivante dall’Eucaristia,
quale sacramento della carità» (n. 5).
L’Esortazione risulta in tal modo strutturata in tre parti
ognuna delle quali approfondisce una delle tre dimensioni dell’Eucaristia
superando ogni giustapposizione di dottrina, prassi liturgica
e vita cristiana. Le tre parti del testo - Eucaristia, mistero
da credere, Eucaristia, mistero da celebrare ed Eucaristia, mistero
da vivere - sono a tal punto legate che i loro contenuti si illuminano
a vicenda. Del resto un significativo guadagno del lavoro sinodale
è proprio il superamento di taluni dualismi – per
esempio quelli tra fede eucaristica e rito, tra celebrazione ed
adorazione tra dottrina e pastorale - a volte ancora presenti
nella vita della comunità ecclesiale e nella riflessione
teologica.
E questo in forza dell'innovativa affermazione della centralità
dell’azione liturgica nella vita della Chiesa. Essa è
in effetti il cuore di tutto il testo. Proprio all’inizio
della Seconda Parte del documento, Benedetto XVI, ricordando l’assioma
classico lex orandi – lex credendi, afferma che «è
necessario vivere l’Eucaristia come mistero della fede autenticamente
celebrato, nella chiara consapevolezza che "l’intellectus
fidei è sempre originariamente in rapporto all’azione
liturgica della Chiesa". In questo ambito, la riflessione
teologica non può mai prescindere dall’ordine sacramentale
istituito da Cristo. Dall’altra parte, l’azione liturgica
non può mai essere considerata genericamente, a prescindere
dal mistero della fede» (n. 34).
L’insegnamento del Santo Padre illustra con chiarezza come
l’azione liturgica (mistero da celebrare) sia quell’azione
specifica che rende possibile la conformazione della vita cristiana
(mistero da vivere, nuovo culto) da parte della fede (mistero
da credere). Nel rito eucaristico (cfr. nn. 3, 6, 38, 40), luogo
per eccellenza della traditio, il cristiano accoglie (receptio)
il dono di Cristo stesso per diventare, in forza della fede e
della rigenerazione sacramentale, membro del Suo corpo che è
la Chiesa.
2. Ars celebrandi ed actuosa participatio
Alla luce di questo guadagno fondamentale occorre leggere una
seconda novità dottrinale di grande importanza proposta
dall’Esortazione. Si tratta di un insegnamento teso a favorire
l’approfondimento ulteriore della riforma liturgica ed il
rinnovamento della prassi celebrativa nelle comunità cristiane.
Mi riferisco all’importanza dell’ars celebrandi (arte
di celebrare) per una sempre più actuosa participatio (partecipazione
attiva, piena e fruttuosa). Particolarmente innovativa infatti
appare, in riferimento alla celebrazione, l’insistenza del
documento sulla dipendenza dell’actuosa participatio dall’ars
celebrandi. Benedetto XVI, riprendendo la propositio 2 approvata
dall’Assemblea Sinodale, afferma che «l’ars
celebrandi è la migliore condizione per l’actuosa
participatio. L’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza
fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché
è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila
anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati
a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale,
nazione santa (cfr. 1pt 2, 4-5.9)» (n. 38).
3. Una riproposizione creativa di Sacrosanctum
Concilium
L’insegnamento di Benedetto XVI circa l’inseparabile
unità tra fede professata, azione liturgica e nuovo culto,
risulta così essere uno sviluppo del n. 7 della Costituzione
Sacrosanctum Concilium: «ogni celebrazione liturgica, in
quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è
la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra
azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo
e allo stesso grado». La dottrina di Benedetto XVI in proposito
rappresenta un paradigma di recezione dei testi conciliari. Siamo
qui in presenza di quell’ermeneutica della continuità
che il Santo Padre ha esplicitamente richiamato come necessaria
chiave di comprensione e recezione del Vaticano II (cfr. n. 3,
nota 6).
III. Struttura e contenuti dell’Esortazione
È ora opportuno far un sintetico riferimento ai contenuti
delle tre parti dell’Esortazione, soffermandoci su taluni
aspetti dottrinali e sulle preziose indicazioni pastorali in esse
offerte. A questo proposito giova notare, per inciso, che la Sacramentum
Caritatis, offre almeno una cinquantina di proposte pratiche di
carattere liturgico-pastorale. Proprio in forza dell’impianto
profondamente unitario dell’Esortazione, presentando i singoli
contenuti di ogni parte non si potrà prescindere dal mettere
in evidenza i nessi con argomenti presenti nelle altre due sezioni
del documento.
1. Eucaristia, mistero da credere
Il dono della Trinità
Nella Prima Parte (nn. 6-33) si illustra il mistero dell’Eucaristia
a partire dalla sua origine trinitaria che ne assicura il permanente
carattere di dono (cfr. nn. 7-8): «Si tratta di un dono
assolutamente gratuito, che risponde soltanto alle promesse di
Dio, compiute oltre ogni misura. La Chiesa accoglie, celebra,
adora questo dono in fedele obbedienza» (n. 8). In questo
insegnamento si trova la radice profonda di quanto l’Esortazione
insegna circa l’adorazione e il suo intrinseco rapporto
con la celebrazione eucaristica (cfr. nn. 66-69): «l’adorazione
eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della Celebrazione
eucaristica, la quale è in se stessa il più grande
atto d’adorazione della Chiesa» (n. 66). Di seguito
vengono puntualmente illustrate l’importanza della pratica
(cfr. n. 67) e le forme (cfr. n. 68) dell’adorazione eucaristica.
Istituzione cristologica e opera dello Spirito
Particolarmente pregnanti e nutrite da forte afflato ecumenico
sono le affermazioni del Santo Padre circa l’istituzione
dell’Eucaristia in rapporto con la Cena pasquale ebraica
(cfr. n. 10), che raccolgono il suo intervento in aula del 6 ottobre
2005. Scrive Benedetto XVI: «Con il comando "Fate questo
in memoria di me" (Lc 22, 19; 1Cor 11, 25), Egli ci chiede
di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente.
Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così
dire, l’attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio,
accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito
Santo la forma liturgica del Sacramento. Il memoriale del suo
dono perfetto, infatti, non consiste nella ripetizione dell’Ultima
Cena, ma propriamente nell’Eucaristia, ossia nella novità
radicale del culto cristiano» (n. 11). È un passaggio
decisivo per illuminare il novum radicale operato da Gesù
all’interno della antica cena rituale. Noi, infatti, nel
rito non ripetiamo l’atto cronologicamente situato dell’Ultima
Cena di Gesù, ma celebriamo l’Eucaristia quale novum
radicale del culto cristiano. Egli ci chiama ad entrare nella
Sua stessa ora, il mistero di morte e di risurrezione, principio
innovativo di trasformazione - «una sorta di "fissione
nucleare"» (n. 11) - di tutta la storia e del cosmo
intero. In questa prospettiva, peraltro, si comprende l’insistenza
del documento sull’importanza della domenica come il giorno
in cui risplende la pienezza del mistero pasquale (cfr. nn. 72-75).
Il Santo Padre indica con forza il criterio dell’autentica
creatività liturgica quando, al n. 12, afferma: «questo
grande mistero viene celebrato nelle forme liturgiche che la Chiesa,
guidata dallo Spirito, sviluppa nel tempo e nello spazio»
cioè in tutte le culture. L’opera feconda dello Spirito
Santo nella stessa celebrazione eucaristica (epiclesi) si manifesta
«in particolare riferimento alla transustanziazione»
(n. 13).
Eucaristia e Chiesa
La radice trinitaria, cristologica e pneumatologica della celebrazione
del Mistero eucaristico costituisce la base per un approfondimento
della realtà teologica della Chiesa in chiave eucaristica.
Diversi sono gli argomenti che il Papa propone in merito. Innanzitutto
il fatto che l’Eucaristia è il principio causale
della Chiesa: «in ogni celebrazione confessiamo il primato
del dono di Cristo. L’influsso causale dell’Eucaristia
all’origine della Chiesa rivela in definitiva la precedenza
non solo cronologica ma anche ontologica del suo averci amati
"per primo". Egli è per l’eternità
colui che ci ama per primo» (n. 14). Benedetto XVI, mentre
afferma la circolarità tra l’Eucaristia che edifica
la Chiesa e la Chiesa stessa che celebra l’Eucaristia, compie
una significativa opzione magisteriale per il primato della causalità
eucaristica su quella ecclesiale (cfr. n. 14). Anche questo approfondimento
evidenzia un elemento di novità dottrinale di Sacramentum
Caritatis.
L’origine eucaristica della Chiesa spiega poi il suo essere
communio (cfr. n. 15) ed assicura la natura sacramentale della
stessa Chiesa (cfr. n. 16).
L’Eucaristia e settenario sacramentale
Dal n. 16 al n. 29 l’Esortazione approfondisce la centralità
dell’Eucaristia nel settenario sacramentale. Sono pagine
particolarmente dense di indicazioni pastorali. Accenniamo alle
più significative.
In primo luogo il riconoscimento del fatto che «la santissima
Eucaristia porta a pienezza l’iniziazione cristiana e si
pone come centro e fine di tutta la vita sacramentale» (n.
17). Questo implica la necessità di verificare la prassi
dell’ordine con cui vengono conferiti i sacramenti dell’iniziazione
cristiana (cfr. n. 18). Rispetto al sacramento della riconciliazione
il Santo Padre insiste sull’esigenza di «un deciso
recupero della pedagogia della conversione che nasce dall’Eucaristia»
(n. 21) attraverso la confessione frequente, le attenzioni pastorali
a livello parrocchiale (ivi compreso l’uso e la collocazione
dei confessionali) e diocesano (assicurare la presenza del penitenziere)
ed un’adeguata pastorale delle indulgenze. L’Unzione
degli infermi e il santo Viatico offriranno ai fedeli la possibilità
di associare «il sofferente all’offerta che Cristo
ha fatto di sé per la salvezza di tutti» (n. 22).
Eucaristia e Ordine
Particolare attenzione merita il nesso tra l’Eucaristia
e i sacramenti dell’Ordine e del Matrimonio, sia a motivo
del ricco scambio avutosi in aula sinodale su questi temi sia
per l’autorevole ripresa da parte del Santo Padre. Questi
due sacramenti – i sacramenti al servizio della comunione,
come li chiama il Catechismo della Chiesa Cattolica - trovano
nell’Eucaristia la loro profonda ragion d’essere ed
il loro alimento più potente.
Il testo dell’Esortazione si sofferma in molti passaggi
sul legame tra Eucaristia, sacramento dell’Ordine e spiritualità
sacerdotale (cfr. nn. 23-26, 39, 53, 75 e 80). A tale proposito
viene ribadita l’insostituibilità del sacerdozio
ministeriale per la valida celebrazione della santa Messa, la
quale non deve mai essere confusa con altre celebrazioni in attesa
di sacerdote presiedute da ministri autorizzati (cfr. n. 75).
Benedetto XVI, inoltre, accogliendo quanto proposto dall’Assemblea
Sinodale, riafferma ed approfondisce la relazione tra ordinazione
sacerdotale e celibato: «Pur nel rispetto della differente
prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il
senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente
una ricchezza inestimabile (…) In tale scelta del sacerdote,
infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma
a Cristo e l’offerta esclusiva di se stesso per il Regno
di Dio. Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia
vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato
di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro
per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo
proposito» (n. 24). In tal modo papa Benedetto XVI, riprendendo
il Magistero dei suoi predecessori ed in particolare le ragioni
cristologiche, ecclesiologiche ed escatologiche dell’enciclica
di Paolo VI Sacerdotalis Caelibatus (1967), respinge ogni giustificazione
del celibato su basi puramente funzionali. Si tratta invece di
una scelta «sponsale; è immedesimazione con il cuore
di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa»
(n. 14). Viene in tal modo riconfermata la prassi latina della
obbligatorietà del celibato sacerdotale quale ricchezza
inestimabile per l’intera communio ecclesiale.
Il forte ridimensionamento numerico del clero, in atto in alcuni
continenti, deve essere fronteggiato anzitutto con la testimonianza
della bellezza della vita sacerdotale, mostrando ai giovani la
profonda con-venienza della sequela radicale di Cristo e, in secondo
luogo, con una formazione vocazionale accurata, mediante una precisa
proposta di vita spirituale e un rigoroso discernimento che verifichi
l’autenticità della motivazione vocazionale (cfr.
n. 25). Il Santo Padre riserva un sentito grazie in generale ai
presbiteri e ai presbiteri fidei donum in particolare (cfr. n.
26).
Eucaristia e Matrimonio
In modo specifico l’Esortazione Apostolica fa proprie ed
approfondisce le riflessioni sinodali riguardanti il rapporto
tra la divina Eucaristia e lo stato matrimoniale. Benedetto XVI
ricorda che l’Eucaristia, sacramento sponsale per eccellenza,
«corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore
indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza
del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente
connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e
la Chiesa sposa» (n. 27). Si comprende il forte incoraggiamento
e la vicinanza della Chiesa a tutte le famiglie fondate sul sacramento
del matrimonio, protagoniste dell’educazione cristiana dei
figli (cfr. n. 19), nonché la cura che le comunità
cristiane debbono profondere per l’accurata formazione dei
nubendi (cfr. n. 29).
A partire dal carattere nuziale dell’Eucaristia Benedetto
XVI rilegge il tema della unicità del matrimonio cristiano,
facendo riferimento alla questione della poligamia (cfr. n. 28),
ed a quella della indissolubilità del vincolo coniugale
(cfr. n. 29). Il testo contiene importanti suggerimenti pastorali
rispetto a quei battezzati che versano nella dolorosa situazione
di aver celebrato il sacramento del matrimonio e di aver poi divorziato
e contratto nuove nozze. L’Esortazione dopo aver ribadito
che essi, «nonostante la loro situazione, continuano ad
appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione»
(n. 29), elenca ben nove modalità di partecipazione alla
vita di comunità di questi fedeli che, pur senza ricevere
la Comunione, possono così adottare uno stile cristiano
di vita. Il Santo Padre ribadisce inoltre la necessità,
quando sorgono dubbi legittimi, di verificare in tempi ragionevoli
l’eventuale nullità matrimoniale, mediante accurate
indagini dei tribunali ecclesiastici da svolgersi con spirito
autenticamente pastorale e quindi pervaso di amore per la verità.
Infine Benedetto XVI dà forma compiuta anche al suggerimento
dei Padri sinodali circa la situazione di coloro che, avendo celebrato
validamente il matrimonio, per condizioni obiettive si trovano
a non poter sciogliere i nuovi legami contratti, proponendo loro,
con adeguato supporto pastorale, di impegnarsi «a vivere
la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come
amici, come fratello e sorella» (n. 29), cioè trasformando
il loro legame in amicizia fraterna. Al di là di facili
preconcetti, tale suggerimento configura una proposta coraggiosa
e realistica. L’esperienza pastorale indica questa strada
come appropriata per riprendere il proprio cammino di fede e l’accesso
ai sacramenti «con le attenzioni previste dalla provata
prassi ecclesiale» (n. 29). Questi fedeli potranno riordinare
gradatamente nel tempo gli affetti secondo la prospettiva autentica
dell’amore, significato dal sacramento dell’altare.
L’Eucaristia caparra della vita eterna
La rilevanza antropologica del dono eucaristico è messa
in evidenza dall’Esortazione in modo affascinante, quando
essa si sofferma sulla dimensione escatologica dell’Eucaristia
(cfr. nn. 30-32). Il Santissimo Sacramento, infatti, è
caparra della vita eterna poiché «la nostra libertà
finita si smarrirebbe, se non fosse possibile già fin d’ora
sperimentare qualcosa del compimento futuro» (n. 31).
2. Eucaristia, mistero da celebrare
La Seconda Parte dell’Esortazione (cfr. nn. 34-69) illustra
lo svolgimento dell’azione liturgica nella celebrazione
indicando gli elementi che meritano maggiore approfondimento ed
offrendo alcuni suggerimenti pastorali di grande rilievo.
La bontà del rinnovamento liturgico
L’insegnamento racchiuso in questa Seconda Parte mette in
evidenza la bontà della riforma liturgica promossa dal
Concilio Vaticano II. Talune difficoltà ed abusi «non
possono oscurare la bontà e la validità del rinnovamento
liturgico, che contiene ancora ricchezze non pienamente esplorate»
(n. 3).
Alle fonti del rito eucaristico
Fedele al principio su cui si fonda tutto l’insegnamento
proposto, l’Esortazione esordisce in questa seconda parte
riconoscendo che «la sorgente della nostra fede e della
liturgia eucaristica, infatti, è il medesimo evento: il
dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale»
(n. 34). Ecco perché è necessario riconoscere con
forza che «la liturgia eucaristica è essenzialmente
actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito»
e che, proprio in questo modo, «la Chiesa celebra il Sacrificio
eucaristico in obbedienza al comando di Cristo, a partire dall’esperienza
del Risorto e dall’effusione dello Spirito Santo»
(n. 37). L’evento pasquale nell’azione eucaristica
coincide così con il rito stesso inteso come radice del
culto spirituale che imprime all’esistenza del cristiano
una forma eucaristica.
Ne conseguono due considerazioni di carattere ad un tempo dottrinale
e liturgico che costituiscono un originale apporto dell’Esortazione.
La bellezza liturgica
In primo luogo la sottolineatura della «bellezza intrinseca
della liturgia» (n. 36) che «non è mero estetismo,
ma modalità con cui la verità dell’amore di
Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci
uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra
vera vocazione: l’amore» (n. 35). Su questo principio
trovano fondamento le indicazioni del Papa in merito alla ricchezza
dei segni liturgici (silenzio, paramenti, gesti: stare in piedi,
in ginocchio… cfr. n. 40), all’arte posta al servizio
della celebrazione (cfr. n. 41) – in merito si può
anche ricordare quanto detto a proposito della collocazione del
tabernacolo nelle Chiese (cfr. n. 69) -, e al canto liturgico.
Tutti questi elementi sono fondamentali per lo sviluppo di quella
catechesi mistagogica che l’Esortazione, sulla scia di quanto
affermato dai Padri sinodali, ha proposto come strada «che
porti i fedeli a addentrarsi sempre meglio nei misteri che vengono
celebrati» (n. 64).
Il nesso ars celebrandi – actuosa participatio: indicazioni
pratiche
La seconda considerazione che costituisce un notevole apporto
per l’approfondimento dottrinale-liturgico dell’Eucaristia,
riguarda la cosidetta ars celebrandi e il suo nesso intrinseco
con l’actuosa participatio. Ci siamo già soffermati
su questo argomento trattato in particolare dal n. 38 di Sacramentum
Caritatis. Ora ci preme sottolineare alcune indicazioni dell’Esortazione
tese a favorire questa participatio.
Il Santo Padre afferma che «l’attiva partecipazione
auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più
sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza
del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza
quotidiana» (n. 52). Come si vede il riferimento è
di nuovo all’unità articolata tra Mistero eucaristico,
azione liturgica e nuovo culto spirituale. L’unità
dei tre fattori appare evidente quando il Santo Padre descrive
le condizioni personali per un’actuosa participatio (cfr.
55).
L’attiva partecipazione sarà inoltre favorita da
un’ordinata inculturazione, che deve essere attuata «secondo
le reali necessità della Chiesa, la quale vive e celebra
il medesimo mistero di Cristo in situazioni culturali differenti»
(n. 54). Le Conferenze Episcopali, d’accordo con la Santa
Sede, si prenderanno cura di tale decisivo compito.
Sempre per favorire una partecipazione attiva più adeguata
l’Esortazione si sofferma su taluni aspetti pastorali particolari
– l’uso dei mezzi di comunicazione (cfr. n. 57); l’attenzione
agli infermi e ai disabili (cfr. n. 58), ai carcerati (cfr. n.
59) e ai migranti (cfr. n. 60); le grandi concelebrazioni (cfr.
n. 61) e le liturgie eucaristiche in piccoli gruppi (cfr. n. 63)
– e propone un più normale ricorso alla lingua latina,
soprattutto nelle grandi celebrazioni internazionali, senza trascurare
il peso del canto gregoriano (cfr. n. 62). Non mancano inoltre
precise indicazioni in merito alla partecipazione alle celebrazioni
eucaristiche da parte dei cristiani non cattolici (cfr. n. 56)
e anche di persone appartenenti ad altre religioni o non credenti
(cfr. n. 50).
Su quanto questa actuosa partecipatio si esprima soprattutto nell’adorazione
(cfr. nn. 66-69), e su come «l’ars celebrandi deve
favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme
esteriori che educano a tale senso» (n. 40) abbiamo avuto
già modo di soffermarci.
La struttura della Celebrazione eucaristica
La Seconda Parte dell’Esortazione vuole anche offrire un
contributo in merito alla struttura della celebrazione eucaristica
(cfr. nn. 43-51). Emerge un’altra volta l’importante
coincidenza tra azione liturgica e rito. Solo un’adeguata
prassi rituale esprime quell’ars celebrandi che rende possibile
l’actuosa participatio. Innanzitutto il Papa richiama «l’unità
intrinseca del rito della santa Messa» (n. 44), che si deve
esprimere anche nel modo con cui viene curata la liturgia della
Parola. Infatti «la Parola che annunciamo ed ascoltiamo
è il Verbo fatto carne (cfr Gv 1,14) ed ha un intrinseco
riferimento alla persona di Cristo e alla modalità sacramentale
della sua permanenza» (n. 45). Anche l’omelia deve
contribuire a mostrare la stretta relazione della Parola di Dio
«con la celebrazione sacramentale e con la vita della comunità»
(n. 46). Inoltre Benedetto XVI richiama la notevole valenza educativa
per la vita della Chiesa, soprattutto nell’attuale frangente
storico, della presentazione dei doni (cfr. n. 47), dello scambio
della pace (cfr. n. 49) e dell’Ite missa est (cfr. n. 51).
Il Santo Padre affida lo studio di possibili modifiche su questi
due ultimi punti ai competenti Dicasteri. Infine Benedetto XVI
insegna che «la spiritualità eucaristica e la riflessione
teologica vengono illuminate se si contempla la profonda unità
nell’anafora tra l’invocazione dello Spirito Santo
e il racconto dell’istituzione» (n. 48).
3. Eucaristia, mistero da vivere
Nella Terza ed ultima parte l’Esortazione Apostolica (cfr.
nn. 70-93) mostra la capacità del mistero creduto e celebrato
di costituire l’orizzonte ultimo e definitivo dell’esistenza
cristiana: «il mistero "creduto" e "celebrato"
[possiede] in sé un dinamismo che ne fa principio di vita
nuova in noi e forma dell’esistenza cristiana» (n.
70).
La rilevanza antropologica dell’Eucaristia
La riflessione della Terza Parte è in realtà già
anticipata fin dall’inizio dell’Esortazione quando
viene ribadita con forza la rilevanza antropologica dell’Eucaristia.
Con i tratti sobri ma incisivi che caratterizzano il suo insegnamento,
Benedetto XVI riafferma, fin dalla prime righe dell’Esortazione,
che il dono dell’Eucaristia è per l’uomo, risponde
alle attese dell’uomo. Ovviamente di ogni uomo di ogni tempo,
ma specificamente dell’uomo nostro contemporaneo: «Nel
sacramento dell’altare, il Signore viene incontro all’uomo,
creato ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1, 27), facendosi
suo compagno di viaggio. In questo Sacramento, infatti, il Signore
si fa cibo per l’uomo affamato di verità e di libertà»
(n. 2). La scelta delle parole usate - cuore mendicante, verità
e libertà (cfr. n. 2) – non è certo casuale.
Del tutto estranei a qualunque fuga spiritualistica dal mondo
e dalle circostanze in cui sono chiamati a vivere, i cristiani
incontrano nella celebrazione eucaristica il Dio vivo e vero capace
di salvare la loro vita. E questa salvezza ha come interlocutrice
l’umana libertà. Il dono dell’Eucaristia, infatti,
interpella originariamente la libertà dell’uomo e
ne costituisce l’anticipo della definitiva liberazione.
Richiamando un tratto assai suggestivo dell’antropologia
di sant’Agostino, il Santo Padre ricorda che l’uomo
è coinvolto in totale libertà nelle proprie azioni
solo là dove il proprio desiderio costitutivo è
messo in gioco: l’anima che cosa desidera più ardentemente
della verità? Pertanto, «proprio perché Cristo
si è fatto per noi cibo di Verità, la Chiesa si
rivolge all’uomo, invitandolo ad accogliere liberamente
il dono di Dio» (n. 2). Inoltre, affidando ai Suoi discepoli
il memoriale del dono del Suo corpo e del Suo sangue, Gesù
coinvolge la loro libertà nel Suo stesso rendimento di
grazie al Padre, inaugurando così il nuovo culto a Dio,
mediante il quale l’intera esistenza è posta sotto
il segno della salvezza operata dal sacrificio di Cristo.
Logiké latreía e forma eucaristica dell’esistenza
cristiana
La rilevanza antropologica dell’Eucaristia emerge con tutta
la sua forza nel culto nuovo caratteristico del cristiano. Di
grande profondità e bellezza sono i numeri dedicati dall’Esortazione
alla logiké latreia, il culto spirituale (cfr. nn. 70-71),
e alla forma eucaristica dell’esistenza cristiana (cfr.
n. 76), un’espressione che ricompare molto spesso in questa
Terza Parte (cfr. nn. 70, 71, 76, 77, 80, 82, 84). Il culto cristiano
vi risplende in tutta la sua forza e novità. Sulla base
dell’azione eucaristica ogni circostanza dell’esistenza
diventa per così dire "sacramentale". Non c’è
più separazione assoluta tra sacro e profano.
Il Mistero eucaristico rappresenta il fattore dinamico che trasfigura
l’esistenza. Rigenerato dal battesimo e incorporato eucaristicamente
alla Chiesa l’uomo può finalmente compiersi pienamente,
imparando ad offrire il "proprio corpo" – cioè
tutto se stesso - come sacrificio vivente santo e gradito a Dio
(Rm 12, 1-2). «Non c’è nulla di autenticamente
umano – pensieri ed affetti, parole ed opere - che non trovi
nel sacramento dell’Eucaristia la forma adeguata per essere
vissuto in pienezza. Qui emerge tutto il valore antropologico
della novità radicale portata da Cristo con l’Eucaristia:
il culto a Dio nell’esistenza umana non è relegabile
ad un momento particolare e privato, ma per natura sua tende a
pervadere ogni aspetto della realtà dell’individuo.
Il culto gradito a Dio diviene così un nuovo modo di vivere
tutte le circostanze dell’esistenza in cui ogni particolare
viene esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo
e come offerta a Dio. La gloria di Dio è l’uomo vivente
(cfr 1Cor 10, 31). E la vita dell’uomo è la visione
di Dio» (n. 71).
Appartenenza ecclesiale, evangelizzazione delle culture e vita
come vocazione
«La forma eucaristica dell’esistenza cristiana è
indubbiamente una forma ecclesiale e comunitaria» (n. 76).
Essa implica, inoltre, la possibilità di una cultura nuova,
cioè di quel «rinnovamento di mentalità»
(n. 77), capace di «confrontarsi con ogni realtà
culturale, per fermentarla evangelicamente» (n. 78).
Questo rapporto con le culture degli uomini nasce dal fatto che
«l’Eucaristia, come mistero da vivere, si offre a
ciascuno di noi nella condizione in cui egli si trova, facendo
diventare la sua situazione esistenziale luogo in cui vivere quotidianamente
la novità cristiana» (n. 79). Questa è anche
la ragione per cui il Santo Padre parla di «vita come vocazione»
(n. 79). Tutti i fedeli cristiani sono chiamati a vivere la propria
vita come vocazione sul solido fondamento dell’Eucaristia:
i fedeli laici (cfr. n. 79), i sacerdoti (cfr. n. 80) e coloro
che sono stati chiamati alla vita consacrata (cfr. n. 81). L’esistenza
di ogni cristiano è vista da Sacramentum Caritatis come
la risposta umile e lieta all’esaltante chiamata del Padre.
Trasformazione morale e coerenza eucaristica
Ogni fedele è pertanto chiamato ad una profonda trasformazione
della propria esistenza. Afferma il Santo Padre: «La trasformazione
morale implicata nel nuovo culto istituito da Cristo, è
una tensione e un desiderio cordiale di voler corrispondere all’amore
del Signore con tutto il proprio essere, pur nella consapevolezza
della propria fragilità» (n. 82).
Rilievo particolare acquista in quest’ottica la responsabilità
dei cristiani che ricoprono cariche pubbliche e politiche: «per
la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere
decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto
e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte
naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna,
la libertà di educazione dei figli e la promozione del
bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili.
Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della
loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente
interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare
e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana.
Ciò ha peraltro un nesso obiettivo con l’Eucaristia
(cfr 1 Cor 11,27-29). I Vescovi sono tenuti a richiamare costantemente
tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità
nei confronti del gregge loro affidato» (n. 83).
Testimonianza come forma della missione
Nell’offerta della propria vita si può identificare
la sorgente permanente della testimonianza. Vivere il Mistero
eucaristico significa anche essere introdotti ad una conoscenza
nuova della realtà e ad una nuova coscienza della propria
responsabilità. Ecco perché Benedetto XVI approfondisce
la relazione tra Eucaristia e missione (cfr. n. 84) in termini
di testimonianza: «La prima e fondamentale missione che
ci viene dai santi Misteri che celebriamo è di rendere
testimonianza con la nostra vita. Lo stupore per il dono che Dio
ci ha fatto in Cristo imprime alla nostra esistenza un dinamismo
nuovo impegnandoci ad essere testimoni del suo amore» (n.
85). La testimonianza-missione – che non ha altro intento
se non «portare Cristo» (n. 86) - diviene in tal modo
la modalità con cui il mistero dell’Eucaristia documenta
la fecondità dell’esistenza credente.
Benedetto XVI ci ricorda che «diveniamo testimoni quando,
attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro
appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza
è il mezzo con cui la verità dell’amore di
Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere
liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza
Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà
dell’uomo» (n. 85).
Emblema ed archetipo di questa dinamica è la testimonianza
del martire, culmine del nuovo culto spirituale gradito a Dio.
Nel martire che dona la vita per testimoniare la verità
dell’amore come significato esauriente della propria vita,
l’Eucaristia si mostra in tutto il fulgore della sua verità.
Non manca a questo proposito un riferimento alla libertà
di culto e alla libertà religiosa (cfr. n. 87).
Implicazioni sociali e cosmologiche della forma eucaristica dell’esistenza
cristiana
La forma eucaristica dell’esistenza cristiana riguarda ogni
fedele battezzato, indipendentemente dallo stato di vita a cui
egli è chiamato. Ecco perché l’Esortazione
raccomanda vivamente a tutti, ma in particolare ai fedeli laici,
di «coltivare il desiderio che l’Eucaristia incida
sempre più profondamente nella loro esistenza quotidiana,
portandoli ad essere testimoni riconoscibili nel proprio ambiente
di lavoro e nella società tutta» (n. 79).
Parte integrante della forma eucaristica dell’esistenza
cristiana è la capacità del sacramento memoriale
della nostra salvezza di farci guardare alla storia e al mondo
intero con occhi nuovi. In effetti, come ricorda Benedetto XVI,
«nell’Eucaristia si rivela il disegno di amore che
guida tutta la storia della salvezza (cfr. Ef 1, 10; 3, 8-11)»
(n. 8). Le numerose e precise implicazioni sociali del Mistero
eucaristico creduto, celebrato e vissuto, che il Papa elenca possono
essere comprese proprio alla luce della missione testimoniale
della fede (cfr. nn. 88-91).
L’Esortazione non esita ad affermare che «l’Eucaristia
spinge ogni credente… a farsi "pane spezzato"
per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo più
giusto e fraterno» (n. 88). Addirittura «è
attraverso lo svolgimento concreto di questa responsabilità
che l’Eucaristia diventa nella vita ciò che essa
significa nella celebrazione» (n. 89). Ancora più
forti si fanno le espressioni di Benedetto XVI in relazione alle
situazioni di ingiustizia sociale, di violenze e guerre, di terrorismo,
di corruzione e sfruttamento (cfr. n. 89) ed alla indigenza dell’uomo
(cfr. n. 90). La Chiesa che vive dell’Eucaristia, soprattutto
attraverso la responsabilità dei suoi fedeli laici, non
può che essere presente nella storia e nella società
in favore di ogni uomo, in particolare di chi a causa dell’ingiustizia
e dell’egoismo di tanti, soffre l’indigenza, la fame
e situazioni endemiche di malattia perché non ha accesso
alle più elementari risorse alimentari e sanitarie. Gesù,
cibo di verità – afferma l’Esortazione Apostolica
- «ci spinge a denunciare le situazioni indegne dell’uomo,
in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell’ingiustizia
e dello sfruttamento, e ci dona nuova forza e coraggio per lavorare
senza sosta all’edificazione della civiltà dell’amore»
(n. 90). La Dottrina Sociale della Chiesa è uno strumento
prezioso per l’educazione alla giustizia e alla carità
(cfr. n. 91).
Agli occhi della fede eucaristica il nesso tra Eucaristia e cosmo
non è certo facoltativo. Del resto la stessa Celebrazione
eucaristica implica l’offerta del pane e del vino, frutto
della terra, della vite e del lavoro dell’uomo: «Nel
rapporto tra l’Eucaristia e il cosmo, infatti, scopriamo
l’unità del disegno di Dio e siamo portati a cogliere
la profonda relazione tra la creazione e la "nuova creazione",
inaugurata nella risurrezione di Cristo, nuovo Adamo» (n.
92). Il tema della salvaguardia del creato è sviluppato
ed approfondito in relazione al disegno buono di Dio su tutta
la creazione. La realtà non è mera materia neutrale
alla mercè della manipolazione tecnico-scientifica, ma
è voluta da Dio in vista della ricapitolazione in Cristo
di tutte le cose. Da qui la responsabilità per la salvaguardia
del creato propria del cristiano nutrito dell’Eucaristia.
IV. Il metodo eucaristico
Per concludere questo invito alla lettura dell’Esortazione
Apostolica Sacramentum Caritatis, vorrei riprendere una preziosa
indicazione di metodo contenuta nell’insegnamento di Benedetto
XVI.
Mi riferisco alla convinzione che nell'autenticità della
fede e del culto eucaristico si trova il segreto di una ripresa
della vita cristiana capace di rigenerare il Popolo di Dio. Nel
mistero della divina Eucaristia si spalanca l’accesso alla
realtà di Dio che è amore. Si dischiude la vera
intelligenza della realtà.
In questa prospettiva «l’Eucaristia stessa getta una
luce potente sulla storia umana e su tutto il cosmo» (n.
92). Ci troviamo di fronte ad una profonda prospettiva sacramentale
– che riprende esplicitamente l’insegnamento del Servo
di Dio Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio 13
(cfr. n. 45) - in cui «impariamo, giorno per giorno, che
ogni evento possiede il carattere di segno, attraverso il quale
Dio comunica se stesso e ci interpella. In tal maniera, la forma
eucaristica dell’esistenza può davvero favorire un
autentico cambiamento di mentalità nel modo con cui leggiamo
la storia ed il mondo» (n. 92).
Dove è possibile contemplare la verità di queste
affermazioni? Benedetto XVI lo dice con chiarezza nella Prima
Parte e nella Conclusione dell’Esortazione Apostolica: «In
Maria Santissima vediamo perfettamente attuata anche la modalità
sacramentale con cui Dio raggiunge e coinvolge nella sua iniziativa
salvifica la creatura umana» (n. 33). «Da Lei dobbiamo
imparare a diventare noi stessi persone eucaristiche ed ecclesiali»
(n. 96).
Il Mistero eucaristico fa così scoprire che ogni circostanza
della vita è inscritta nell’orizzonte sacramentale.
Cristo non cessa mai di bussare alla porta della nostra libertà
perché abbiamo ad accoglierlo e a lasciarci trasformare
dal Suo amore redentore.
«Vero amore è Gesù, e salute ne dà
a chi segue virtù». Gesù, infatti, ama veramente
perché ama per primo senza nulla attendere in cambio, ed
ama in ogni istante come se fosse l’ultimo.
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