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Vaticano >> S.E. Mons. Robert Sarah
La Missione Evangelizzatrice della Chiesa
all’inizio del 3° millennio

SOLENNE ATTO ACCADEMICO
Pontificia Università Gregoriana, 8 marzo 2007

“PRENDERE IL LARGO”
PER UNA RINNOVATA MISSIONARIETÀ DELLA CHIESA

S.E. Mons. Robert Sarah
Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli

Introduzione
Il tema assegnatomi si ricollega alla Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte” di Papa Giovanni Paolo II. che indica prospettive importanti ed attuali.
Il Pontefice commentava così le parole di Gesù a Pietro: «Duc in altum» (Lc 5,4)! «… ci invitano a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro: “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre»”» (n. 1).
Rileggiamo questo invito a “prendere il largo” in prospettiva missionaria.
La missione fa parte della natura e del cammino stesso della Chiesa che ha continuamente bisogno di “riprenderlo”. Infatti, a due mila anni da Cristo, la missione è «ben lontana dal suo compimento» (RMi, n. 1), anzi «è solo agli inizi» (RMi, 30).
Ora mi si domanda di parlare della missionarietà “rinnovata”.
Lo faccio volentieri, precisando subito che la parola “rinnovata” non significa necessariamente “cambiata”, ma piuttosto “vivificata” e, ove occorre anche “adeguata” alla realtà attuale; include più aspetti.

Nella mia conversazione mi soffermerò su tre aspetti: 1°. Gesù era sulla barca di Pietro quando ordinò di prendere il largo; 2°. Gesù continua ad imprimere questo dinamismo apostolico oggi; 3°. Gesù ci indica le priorità cui rispondere, insieme a Lui.
Siamo invitati da Gesù a guardare al passato della missione; a prendere atto della sua realtà presente; a non scoraggiarci davanti ad un futuro che Gli appartiene.

I. SULLA BARCA DI PIETRO
Non è fuori posto ribadire che la missione è “opera della Chiesa”, da relizzarsi sotto la guida dei Pastori. La barca di Pietro prosegue il suo corso, nel mare della storia, lentamente ma senza fermarsi, verso tutte le spiagge dove vive l’umanità.
1. Pietro rimane al timone della barca. L’«andate in tutto il mondo» (Mc16,15)il Risorto lo ha ordinato agli Apostoli, con a capo Pietro, e attraverso di essi ai Vescovi loro successori. Questa responsabilità della missione, come sappiamo, si esprime a diversi livelli. Sia il Concilio, nella costituzione “Lumen Gentium” e nel decreto”Ad Gentes”, e sia il Magistero Pontificio con l’Enciclica “Redemptoris Missio” e l’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”, hanno chiaramente puntualizzato questi diversi gradi di responsabilità e di coinvolgimento nella missione.
Il Romano Pontefice, successore di Pietro, resta in prima fila nella missione “ad gentes”; nella responsabilità, nella guida, nell’esecuzione dell’impresa benché non agisca da solo e neppure sempre in prima persona... La barca dalla quale Gesù annuncia il Regno, è la barca di Pietro. Gesù ha detto a Pietro per primo, e continua a ripeterlo ai successori: “Duc in altum” (Lc 5,5).
Come puntualizza la “Lumen Gentium”: «La cura di annunciare in ogni parte della terra il Vangelo appartiene al corpo dei Pastori. […]. Quindi i singoli Vescovi […] sono tenuti a collaborare tra di loro e col Successore di Pietro, al quale in modo speciale fu affidato l’altissimo ufficio di propagare il nome cristiano» (n. 23) Evangelii Nuntiandi, n° 66-68.

2. Il Dicastero Missionario collabora con Pietro. Oltre alla collaborazione in seno al Collegio dei Vescovi, il Papa trova un aiuto operativo particolare nella Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli Conosciamo quanto si afferma nella Costituzione Apostolica “Pastor Bonus”, con la quale Giovanni Paolo II, nel 1988, ha rinnovato la Costituzione di Paolo VI “Regimini Eccleasiae Universale” sulla Curia Romana: «Spetta alla Congregazione [di “Propaganda Fide”] dirigere e coordinare in tutto il mondo l’opera stessa dell’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione missionaria» (art. 85).
A noi, chiamati ad operare in questo Dicastero missionario, piace sottolineare che il nostro compito è un “servizio all’evangelizzazione”: anzitutto a Gesù, primo missionario del Padre; poi al suo Vicario in terra con tutta la comunità della Chiesa. E deve avere le caratteristiche proprie dei “servi” che si impegnano con tutte le energie, per concludere: « Abbiamo fatto quanto dovevamo fare. Siamo servi inutili. » (Lc 17,10). La forza del Dicastero missionario non sta nelle sue competenze giuridiche, pure importanti, ma sta soprattutto nel fatto di essere al servizio del Successore di Pietro e della Chiesa. L’ordine di Gesù di “prendere il largo” Propaganda Fide lo sente come rivolto continuamente anche a sé.
Negli ultimi vent’anni, il nostro Dicastero, oltre al lavoro ordinario, ha cercato di prendere in speciale esame diversi settori considerati strategici, per tracciare linee di pensiero e di azione missionaria con la collaborazione soprattutto nelle giovani Chiese e l’approfondimento in diverse Assemblee Plenarie”. Essi sono: la preparazione dei candidati al ministero ordinato e la promozione delle vocazioni; l’identità e la formazione permanente dei presbiteri e la loro connaturale apertura alla missione; la vita consacrata nelle diverse culture e il suo rapporto con l’esperienza collaudata delle istituzioni tradizionali di vita religiosa; la formazione e l’impegno dei catechisti laici, in rapporto ai vari ministeri, primi e indispensabili operatori nel campo della catechesi e dell’accompagnamento dei catecumeni; l’impegno di animazione e di cooperazione missionaria, a livello di tutta la Chiesa; seminari di formazione per vescovi di recente nomina. Tali temi sono stati affrontati alla luce delle attuali problematiche socio-ecclesiali, e confidiamo che la rispettiva documentazione sia un contributo per gli studi di missiologia.

3. Il nostro “Timoniere” ci dà sicurezza. E noi, che siamo gli operatori della missione vogliamo appoggiarci solo su questa guida così attenta e puntuale in questo inizio del terzo millennio.
Il nostro timoniere, certo, è Gesù.. Egli, però, si esprime attraverso il suo Vicario, il quale, a sua volta, richiede la collaborazione dei Vescovi e di tutta la Chiesa.
Propaganda Fide offre la propria collaborazione perché essa affronti il mare aperto senza rallentamenti o sconfinamenti verso lidi impropri, senza timore per problemi o rischi nuovi, con serenità e speranza. La missione non è esaurita, né superata. È perciò necessaria. Ma guai se uno volesse prendere il largo su di un’altra barca, che non sia quella di Pietro. Le tentazioni a questo riguardo ci sono, aggravate dal relativismo filosofico, teologico e morale, dallo spirito contestatario e dalla presunzione di una libertà ed indipendenza senza limiti.

II. NELL’OGGI DELLA STORIA
Oggi si insiste su una missionarietà “rinnovata”. Che cosa significa? Provo dirlo valorizzando l’esperienza che il Dicastero missionario sta facendo.

1. Con gli occhi aperti sul mondo e il cuore rinnovato. La missione risulta “rinnovata”, anzitutto, nel se non ci ripetiamo. In un mondo che cambia, vengono interpellate le nostre scelte operative, i scenari e i metodi di azione, le strategie e i mezzi da usare. Non possiamo onestamente operare come prima.
Ma c’è un doppio rischio per gli operatori della missione, a qualsiasi livello; il primo: sentire il peso di un adeguamento o di un abbandono di metodi collaudati, con perdite di coraggio; il secondo: buttarsi nella novità, perdendo la bussola, magari allontanandosi dalla barca di Pietro, o agendo come se la missione fosse un fatto personale.
Non basta “fare” cose nuove; bisogna “essere” nuovi “dentro”. La missione esige apostoli con una personalità ricca della saggezza dell’anziano e del dinamismo del giovane; esige dei “contemplativi in azione”.
Già Paolo VI, nella Evangelii Nuntiandi s’interrogava se la Chiesa “è veramente radicata nel cuore del mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo”; se “rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini, e nello stesso tempo verso l'Assoluto di Dio”; se “è più ardente nella contemplazione e nell'adorazione, e in pari tempo più zelante nell'azione missionaria, caritativa, di liberazione”...»
Ed esortava: « Bisogna che il nostro zelo per l'evangelizzazione scaturisca da una vera santità di vita, e che la predicazione, alimentata dalla preghiera e soprattutto dall'amore all'Eucaristia, a sua volta - come ci ricorda il Concilio Vaticano II - faccia crescere in santità colui che predica. Il mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'Invisibile.» (Evangelii Nuntiandi, n° 76 § 3-5)
La storia della missione non fu mai statica. Propaganda Fide stessa è un esempio di un forte rinnovamento nella strategia missionaria a partire dal secolo XVII. Ad interrogativi, opposizioni, ostacoli, ad impulsi nuovi, nell’evangelizzazione, i nostri predecessori hanno trovato vie nuove. Di fronte alle novità attuali, non ci tiriamo indietro neppure noi. E i posteri ci benediranno.
La missione, poi, non viene “rinnovata” una volta per tutte. Essa chiede operatori con la “mentalità del rinnovamento” che non coincide con “la mentalità del provvisorio”; operatori “all’altezza” del nuovo, senza pessimismi. Questa è la nostra esperienza!

2. La saggezza e lungimiranza del Magistero Pontificio. La necessità che la missione “ad gentes” venga “rinnovata”, già prima che da noi, è stata sottolineata dal Magistero Pontificio. Non parlo dell’impulso al rinnovamento delle Encicliche missionarie del secolo scorso o del Concilio.
Mi riferisco alla più recente Enciclica “Redemptoris Missio”, di Giovanni Paolo II. Cito alcuni dei suoi enunciati che ritengo abbiano inciso nello sviluppo della missione e il cui approfondimento e sviluppo non sono affatto conclusi.
Il primo di questi enunciati lo vedo nella conferma della perennità della missione “ad gentes”. Sottolineo solo che è stato un atto di somma saggezza in un momento in cui più di uno parlava, magari sotto voce, della ormai tramontata era delle missioni cristiane.
Un secondo enunciato, molto interessante, è stato quello riguardante un certo mutamento degli “àmbiti” della missione. Confermata la validità del criterio geografico per indicare, sia pure in senso provvisorio, le frontiere verso cui rivolgersi, dall’altro presenta una lunga serie di mondi, di fenomeni, di aree culturali e di areopaghi moderni. (cf. n. 37). Noi presumiamo che il Papa voleva aprire l’interesse verso gli “orizzonti nuovi” senza esaurire le nuove aree in cui intervenire.
C’è ancora un terzo enunciato sulla natura della vocazione missionaria: In quel momento storico, è stata provvidenziale una dichiarazione come questa: «La vocazione speciale di missionari “ad vitam” conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali e totali, di impulsi nuovi e arditi. I missionari e le missionarie, che hanno consacrato tutta la vita per testimoniare fra le genti il Risorto, non si lascino, dunque, intimorire da dubbi, incomprensioni, rifiuti, persecuzioni. Risveglino la grazia del loro carisma specifico e riprendano con coraggio il loro cammino, preferendo – in spirito di fede, obbedienza e comunione con i propri Pastori – i posti più umili e ardui» (n. 66).
Nella “Redemptoris Missio”, ci sono altri punti forti per il rinnovamento personale per uno sviluppo pratico dell’azione missionaria; per esempio: il coinvolgimento dei consacrati precisamente in forza della loro consacrazione (cf. n. 69); la missione intesa come un “dare” e un “ricevere” (cf. n. 85); l’inseparabile unità tra impegno missionario e santità, affermando che «il vero missionario è il santo» (cf. n. 909).
Non posso terminare questi riferimenti, senza sottolineare l’apporto dato all’azione missionaria dal Sommo Pontefice Benedetto XVI con l’Enciclica “Deus Caritas Est”. È un apporto che tocca una delle problematiche più dibattute in campo missionario: cioè il rapporto tra evangelizzazione e promozione umana. L’attuale Sommo Pontefice, non entra in questo dibattito, pur parlando, nella seconda parte dell’Enciclica, dell’esercizio della carità… Però offre impulsi di vera novità per la missione. Da “Il profilo specifico dell’attività caritativa della Chiesa» ne ricavo due.
Il primo sta nel ricorso alla parabola del “Buon Pastore”, per sottolineare che l’aiuto al prossimo in necessità deve essere offerto, concretamente, a qualsiasi bisognoso senza distinzione, subito e di cuore. Meritano di essere inserite nei programmi missionari idee come queste: «La competenza professionale è necessaria ma non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani che hanno bisogno dell’attenzione del cuore oltre una cura solo tecnicamente corretta» (n. 31, a). Per questa ragione quanti operano la carità hanno bisogno della «formazione del cuore».
Il secondo nuovo impulso alla promozione umana nella carità lo ravviso quando il Papa afferma: «La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L’amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l’azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l’uomo» (n. 31, c).
Chi non vede in queste affermazioni un chiaro indirizzo per questi tempi moderni?
Sulla base della “Redemptoris Missio”, e la nostra esperienza quasi ventennale, come pure dalle indicazioni della “Deus Caritas Est”, è possibile individuare alcune priorità per la missione d’oggi e di domani.

III. CON ALCUNE PRIORITÀ
È il terzo punto di questa conversazione. In questo periodo la missione deve affrontare, quelle priorità che fanno intravedere le premesse di un ulteriore sviluppo. Lo faccio volentieri in questa prestigiosa Università, perché tali priorità richiedono studi, approfondimenti, confronti, che accompagnino e aprano orizzonti sempre più ampi a coloro che operano sul campo. La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli confida molto negli apporti culturali, che ritiene indispensabili, delle facoltà di Missiologia sia della propria Università Urbaniana come pure della vostra Università Gregoriana. Tanto più se fatti congiuntamente.
Qui accenno soltanto alle priorità più urgenti e più incidenti nell’azione missionaria nel prossimo avvenire in relazione alla fede cattolica e alla tradizione apostolica della Chiesa; fino a che punto certe iniziative si possono sviluppare in un senso o in un altro. Ciò preoccupa, ma anche appassiona quanti sono impegnati nella missione “ad gentes”.

a. “Dove” si realizza la missione, oggi. Una concreta priorità operativa mi sembra consista nel “dove” si svolga l’azione missionaria. Il mio interrogativo non riguarda solo il posto materiale, ma un livello molto più profondo. Già il decreto conciliare “Ad Gentes” aveva ampliato l’orizzonte circa i confini territoriali, affermando che l’attività propriamente missionaria si svolge “per lo più”, e quindi non solo, in determinati territori, chiarendo che i destinatari della missione sono i “popoli” o i “gruppi umani” in cui la Chiesa non ha ancora posto le radici (cf. n. 6). La “Redemptoris Missio” ha proseguito proponendo indicazioni più circostanziate in collegamento con la realtà del suo tempo. Ora queste non ci sembrano più sufficienti perché ci troviamo di fronte a realtà totalmente differenti.
Mi rifaccio, per esempio, alla mobilità dei popoli, alle attuali migrazioni comprensibili, ma pesanti verso il mondo occidentale tradizionalmente cristiano. Esse preoccupano da tanti punti di vista e la Chiesa collabora con gli Stati civili, per tentare soluzioni sociali. Probabilmente i migranti non cristiani sono i più numerosi e, molti di essi, non hanno un punto di appoggio religioso nel paese di accoglienza.
Probabilmente essi si attendono dalla Chiesa, specialmente dove essa è maggioritaria, soltanto un’accoglienza e un’assistenza per i bisogni concreti della loro esistenza quotidiana.
Ma, da un punto di vista missionario, possiamo noi accontentarci?
Urge un contatto anche sul piano del religioso per la dimensione trascendente della vita. A questo proposito, merita ricordare quanto il Papa Benedetto XVI rilevava in una conferenza a Subiaco, poco prima di essere eletto Papa: «L’Europa ha sviluppato una cultura che, in un modo sconosciuto prima d’ora all’umanità, esclude Dio dalla coscienza pubblica, sia che venga negato del tutto, sia che la Sua esistenza venga giudicata non dimostrabile, incerta, e dunque appartenente all’ambito delle scelte soggettive, un qualcosa comunque irrilevante per la vita pubblica». Questa esclusione di Dio dalla coscienza pubblica è un danno per gli immigranti d’altre religioni.
Il fenomeno della mobilità umana è in crescita; è prevedibile che, in un tempo relativamente breve, tutte le nazioni diventino non solo multi-culturali, ma anche multi-religiose.
Questi gruppi umani non cristiani, sparsi a macchia di leopardo in tutto il mondo, sono un nuovo “dove” attualissimo di quell’«Andate in tutto il mondo»? E chi se ne assume la cura “religiosa”?
La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nel 1998, rinnovando lo “Statuto” della cooperazione missionaria, l’aveva individuata nelle Chiese di antica cristianità, affermando che la rispettiva «responsabilità missionaria è propria, in modo differenziato, dei vescovi, dei parroci, assieme ai loro collaboratori e alla comunità cristiana».
Oggi quella dichiarazione non è più sufficiente. Lo diciamo a ragion veduta. Certo, la responsabilità della missione spetta alle Chiese particolari, ma il fenomeno è talmente diffuso che risulta necessario e urgente l’intervento del Pontefice, attraverso il servizio del Dicastero per le Missioni. Sia noi che gli Istituti missionari, così benemeriti nella missione, non possono non interrogarsi su questo aspetto.

b. La mobilità e la provenienza degli evangelizzatori. Questa è una priorità meno pressante ma di grande importanza strategica e operativa. Prendo lo spunto da quanto il Concilio ha disposto riguardo la distribuzione dei presbiteri nel mondo. Quell’invito di grande apertura per allora, oggi ci sembra un po’ blando: «I Presbiteri di quelle diocesi che hanno maggior abbondanza di vocazioni, si mostrino disposti ad esercitare volentieri il proprio ministero, previo il consenso o l’invito del proprio ordinario, in quelle regioni, missioni, o opere che soffrono di scarsezza del clero» (PO, 10). Giovanni Paolo II, in un discorso alla Plenaria di Propaganda Fide, è stato più esplicito, affermando: «In nessun altro settore dell’apostolato ecclesiale quanto in questo, i presbiteri potranno dimostrare l’intensità del loro amore per Cristo, per la Chiesa e per l’uomo, così da poter assicurare con S. Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22)».
Parlando di operatori della missione, non possiamo limitarci ai presbiteri, perché anche i diaconi, i consacrati e i laici hanno un ruolo, addirittura, numericamente più consistente. Ora, anche queste consolanti aperture non sembrano sufficienti.
Occorre ripensare la “provenienza” e la “mobilità” degli apostoli per la missione. Se all’Europa cristiana riconosciamo il merito di avere evangelizzato buona parte del mondo nei secoli passati, oggi dobbiamo convincerci che la strategia non può più essere la stessa. Lo affermo non solo pensando al calo delle vocazioni nel mondo occidentale, ma per un motivo teologico irrinunciabile. È la Chiesa, come “comunione di Chiese particolari”, che deve farsi carico della missione. È lodevole la buona volontà di sporadici Pastori, ma la mobilità e lo scambio di evangelizzatori vanno impostati su un raggio più ampio e garantito. Cristo continua a chiamare e a mandare. A noi spetta la responsabilità, diversificata, nel riordinare il movimento degli apostoli di frontiera.
Partendo dalla realtà vocazionale, si apre un orizzonte del quale intravediamo i contorni, senza essere in grado di prevederne esattamente gli sviluppi; e non mi sento di affermare che le giovani Chiese debbano prendere il posto di quelle antiche nel campo della missione. Sarebbe una soluzione troppo semplicistica. Bisogna andare più in fondo.

c. Dialogo illuminato con tutti. È stato Giovanni Paolo II ad affermare che «il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. […]. Anzi, ne è un’espressione» (RMi, n. 55). Non si può evitare. Conosciamo gli aggettivi che lo qualificano: illuminato, sincero, aperto e rispettoso con tutti; non ingenuo, né sprovveduto. Ha uno scopo di facilitare la mutua conoscenza, l’accordo sui grandi temi della vita, sulla pacifica convivenza e sull’inculturazione.
Non ripeto quanto il Magistero ha già espresso su questo argomento, soprattutto nell’Enciclica “Redemptoris Missio” e nella Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte”. Evidenzio soltanto quegli aspetti del dialogo interreligioso che ne fanno una priorità per le difficoltà connesse, soprattutto in certe situazioni e con certi gruppi. Senza dialogo la missione ristagna, o viene impedita.
Non posso comunque tacere un aspetto, sottolineato dalla “Novo Millennio Ineunte”, quando parla di dialogo e missione: «Non dobbiamo aver paura che costituisca offesa all’altrui identità ciò che è invece annuncio gioioso di un dono che è per tutti, e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà di ciascuno: il dono della rivelazione del Dio-Amore, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16)» (n. 56). Perciò ci siano iniziative una mutua conoscenza, ma anche corsi per far conoscere meglio il cristianesimo e il pensiero di Cristo a quanti appartengono ad altre religioni.

d. Il faticoso cammino dell’inculturazione. Non ripeto la ricca dottrina che abbiamo su questo tema, soprattutto da parte del Magistero Pontificio. E tratto questa la priorità per ultima, perché, se da una parte è profondamente sentita da tutti gli appassionati della missione, dall’altra presenta le maggiori incognite. c’è la diffusa consapevolezza che questo sia un tema molto delicato. L’esigenza è sentita come inderogabile, ma la messa in opera infonde incertezze, se non addirittura timori, a parte alcune iniziative soprattutto sul piano liturgico e piuttosto marginali.
Il nostro Dicastero missionario è più che convinto che l’inculturazione deve realizzarsi spronando iniziative, soprattutto da quanti sono in grado, come voi, di offrire un apporto efficace e positivo. Bisogna andare in profondità soprattutto dal punto di vista della coerenza con la fede e la viva tradizione della Chiesa delle nostre idee e dei nostri progetti di inculturazione, senza sottovalutare, le sane espressioni culturali, delle quali l’umanità è ricca. Certo, sotto la guida del Magistero Pontificio, dei Pastori delle Chiese particolari, degli operatori ad essi uniti. L’inculturazione resta una priorità che richiede riflessione e sapienzialità

CONCLUSIONE
Concludo con alcuni auspici.
Il primo auspicio è che siano superati i dubbi e i timori di fronte alle prospettive di novità collegate con la missione del terzo millennio. La missione ha sempre posto degli interrogativi, fin da quando Paolo si confrontò con Pietro.
Il secondo auspicio è che si cammini concretamente e non da soli; sotto la guida dei Pastori. Meglio più lentamente insieme, che prima da soli. Le polemiche e le contrapposizioni, in questi settori, sono negative.
Il terzo auspicio è che i responsabili e gli operatori della missione si impegnino per queste priorità e non si fermino a lanciare progetti, ma ne accompagnino la realizzazione, che, in quantonovità comporta attenzione e fatica.
La nostra fiducia nel camminare sulla via di una “missionarietà rinnovata” si fonda sulla certezza che noi siamo solo collaboratori di Cristo, “primo missionario” e sorretti dalla cura amorosa della “Regina dell’evangelizzazione”.

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