| SOLENNE ATTO ACCADEMICO
Pontificia Università Gregoriana, 8 marzo 2007
“PRENDERE IL LARGO”
PER UNA RINNOVATA MISSIONARIETÀ DELLA CHIESA
S.E. Mons. Robert Sarah
Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei
Popoli
Introduzione
Il tema assegnatomi si ricollega alla Lettera Apostolica “Novo
Millennio Ineunte” di Papa Giovanni Paolo II. che indica
prospettive importanti ed attuali.
Il Pontefice commentava così le parole di Gesù a
Pietro: «Duc in altum» (Lc 5,4)! «… ci
invitano a fare memoria grata del passato, a vivere con passione
il presente, ad aprirci con fiducia al futuro: “Gesù
Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre»”»
(n. 1).
Rileggiamo questo invito a “prendere il largo” in
prospettiva missionaria.
La missione fa parte della natura e del cammino stesso della Chiesa
che ha continuamente bisogno di “riprenderlo”. Infatti,
a due mila anni da Cristo, la missione è «ben lontana
dal suo compimento» (RMi, n. 1), anzi «è solo
agli inizi» (RMi, 30).
Ora mi si domanda di parlare della missionarietà “rinnovata”.
Lo faccio volentieri, precisando subito che la parola “rinnovata”
non significa necessariamente “cambiata”, ma piuttosto
“vivificata” e, ove occorre anche “adeguata”
alla realtà attuale; include più aspetti.
Nella mia conversazione mi soffermerò su tre aspetti:
1°. Gesù era sulla barca di Pietro quando ordinò
di prendere il largo; 2°. Gesù continua ad imprimere
questo dinamismo apostolico oggi; 3°. Gesù ci indica
le priorità cui rispondere, insieme a Lui.
Siamo invitati da Gesù a guardare al passato della missione;
a prendere atto della sua realtà presente; a non scoraggiarci
davanti ad un futuro che Gli appartiene.
I. SULLA BARCA DI PIETRO
Non è fuori posto ribadire che la missione è “opera
della Chiesa”, da relizzarsi sotto la guida dei Pastori.
La barca di Pietro prosegue il suo corso, nel mare della storia,
lentamente ma senza fermarsi, verso tutte le spiagge dove vive
l’umanità.
1. Pietro rimane al timone della barca. L’«andate
in tutto il mondo» (Mc16,15)il Risorto lo ha ordinato agli
Apostoli, con a capo Pietro, e attraverso di essi ai Vescovi loro
successori. Questa responsabilità della missione, come
sappiamo, si esprime a diversi livelli. Sia il Concilio, nella
costituzione “Lumen Gentium” e nel decreto”Ad
Gentes”, e sia il Magistero Pontificio con l’Enciclica
“Redemptoris Missio” e l’esortazione apostolica
“Evangelii Nuntiandi”, hanno chiaramente puntualizzato
questi diversi gradi di responsabilità e di coinvolgimento
nella missione.
Il Romano Pontefice, successore di Pietro, resta in prima fila
nella missione “ad gentes”; nella responsabilità,
nella guida, nell’esecuzione dell’impresa benché
non agisca da solo e neppure sempre in prima persona... La barca
dalla quale Gesù annuncia il Regno, è la barca di
Pietro. Gesù ha detto a Pietro per primo, e continua a
ripeterlo ai successori: “Duc in altum” (Lc 5,5).
Come puntualizza la “Lumen Gentium”: «La cura
di annunciare in ogni parte della terra il Vangelo appartiene
al corpo dei Pastori. […]. Quindi i singoli Vescovi […]
sono tenuti a collaborare tra di loro e col Successore di Pietro,
al quale in modo speciale fu affidato l’altissimo ufficio
di propagare il nome cristiano» (n. 23) Evangelii Nuntiandi,
n° 66-68.
2. Il Dicastero Missionario collabora con Pietro. Oltre alla
collaborazione in seno al Collegio dei Vescovi, il Papa trova
un aiuto operativo particolare nella Congregazione per l’Evangelizzazione
dei Popoli Conosciamo quanto si afferma nella Costituzione Apostolica
“Pastor Bonus”, con la quale Giovanni Paolo II, nel
1988, ha rinnovato la Costituzione di Paolo VI “Regimini
Eccleasiae Universale” sulla Curia Romana: «Spetta
alla Congregazione [di “Propaganda Fide”] dirigere
e coordinare in tutto il mondo l’opera stessa dell’evangelizzazione
dei popoli e la cooperazione missionaria» (art. 85).
A noi, chiamati ad operare in questo Dicastero missionario, piace
sottolineare che il nostro compito è un “servizio
all’evangelizzazione”: anzitutto a Gesù, primo
missionario del Padre; poi al suo Vicario in terra con tutta la
comunità della Chiesa. E deve avere le caratteristiche
proprie dei “servi” che si impegnano con tutte le
energie, per concludere: « Abbiamo fatto quanto dovevamo
fare. Siamo servi inutili. » (Lc 17,10). La forza del Dicastero
missionario non sta nelle sue competenze giuridiche, pure importanti,
ma sta soprattutto nel fatto di essere al servizio del Successore
di Pietro e della Chiesa. L’ordine di Gesù di “prendere
il largo” Propaganda Fide lo sente come rivolto continuamente
anche a sé.
Negli ultimi vent’anni, il nostro Dicastero, oltre al lavoro
ordinario, ha cercato di prendere in speciale esame diversi settori
considerati strategici, per tracciare linee di pensiero e di azione
missionaria con la collaborazione soprattutto nelle giovani Chiese
e l’approfondimento in diverse Assemblee Plenarie”.
Essi sono: la preparazione dei candidati al ministero ordinato
e la promozione delle vocazioni; l’identità e la
formazione permanente dei presbiteri e la loro connaturale apertura
alla missione; la vita consacrata nelle diverse culture e il suo
rapporto con l’esperienza collaudata delle istituzioni tradizionali
di vita religiosa; la formazione e l’impegno dei catechisti
laici, in rapporto ai vari ministeri, primi e indispensabili operatori
nel campo della catechesi e dell’accompagnamento dei catecumeni;
l’impegno di animazione e di cooperazione missionaria, a
livello di tutta la Chiesa; seminari di formazione per vescovi
di recente nomina. Tali temi sono stati affrontati alla luce delle
attuali problematiche socio-ecclesiali, e confidiamo che la rispettiva
documentazione sia un contributo per gli studi di missiologia.
3. Il nostro “Timoniere” ci dà sicurezza.
E noi, che siamo gli operatori della missione vogliamo appoggiarci
solo su questa guida così attenta e puntuale in questo
inizio del terzo millennio.
Il nostro timoniere, certo, è Gesù.. Egli, però,
si esprime attraverso il suo Vicario, il quale, a sua volta, richiede
la collaborazione dei Vescovi e di tutta la Chiesa.
Propaganda Fide offre la propria collaborazione perché
essa affronti il mare aperto senza rallentamenti o sconfinamenti
verso lidi impropri, senza timore per problemi o rischi nuovi,
con serenità e speranza. La missione non è esaurita,
né superata. È perciò necessaria. Ma guai
se uno volesse prendere il largo su di un’altra barca, che
non sia quella di Pietro. Le tentazioni a questo riguardo ci sono,
aggravate dal relativismo filosofico, teologico e morale, dallo
spirito contestatario e dalla presunzione di una libertà
ed indipendenza senza limiti.
II. NELL’OGGI DELLA STORIA
Oggi si insiste su una missionarietà “rinnovata”.
Che cosa significa? Provo dirlo valorizzando l’esperienza
che il Dicastero missionario sta facendo.
1. Con gli occhi aperti sul mondo e il cuore rinnovato. La missione
risulta “rinnovata”, anzitutto, nel se non ci ripetiamo.
In un mondo che cambia, vengono interpellate le nostre scelte
operative, i scenari e i metodi di azione, le strategie e i mezzi
da usare. Non possiamo onestamente operare come prima.
Ma c’è un doppio rischio per gli operatori della
missione, a qualsiasi livello; il primo: sentire il peso di un
adeguamento o di un abbandono di metodi collaudati, con perdite
di coraggio; il secondo: buttarsi nella novità, perdendo
la bussola, magari allontanandosi dalla barca di Pietro, o agendo
come se la missione fosse un fatto personale.
Non basta “fare” cose nuove; bisogna “essere”
nuovi “dentro”. La missione esige apostoli con una
personalità ricca della saggezza dell’anziano e del
dinamismo del giovane; esige dei “contemplativi in azione”.
Già Paolo VI, nella Evangelii Nuntiandi s’interrogava
se la Chiesa “è veramente radicata nel cuore del
mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare
il mondo”; se “rende testimonianza della propria solidarietà
verso gli uomini, e nello stesso tempo verso l'Assoluto di Dio”;
se “è più ardente nella contemplazione e nell'adorazione,
e in pari tempo più zelante nell'azione missionaria, caritativa,
di liberazione”...»
Ed esortava: « Bisogna che il nostro zelo per l'evangelizzazione
scaturisca da una vera santità di vita, e che la predicazione,
alimentata dalla preghiera e soprattutto dall'amore all'Eucaristia,
a sua volta - come ci ricorda il Concilio Vaticano II - faccia
crescere in santità colui che predica. Il mondo, che nonostante
innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca
attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno,
reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano
e che sia a loro familiare, come se vedessero l'Invisibile.»
(Evangelii Nuntiandi, n° 76 § 3-5)
La storia della missione non fu mai statica. Propaganda Fide stessa
è un esempio di un forte rinnovamento nella strategia missionaria
a partire dal secolo XVII. Ad interrogativi, opposizioni, ostacoli,
ad impulsi nuovi, nell’evangelizzazione, i nostri predecessori
hanno trovato vie nuove. Di fronte alle novità attuali,
non ci tiriamo indietro neppure noi. E i posteri ci benediranno.
La missione, poi, non viene “rinnovata” una volta
per tutte. Essa chiede operatori con la “mentalità
del rinnovamento” che non coincide con “la mentalità
del provvisorio”; operatori “all’altezza”
del nuovo, senza pessimismi. Questa è la nostra esperienza!
2. La saggezza e lungimiranza del Magistero Pontificio. La necessità
che la missione “ad gentes” venga “rinnovata”,
già prima che da noi, è stata sottolineata dal Magistero
Pontificio. Non parlo dell’impulso al rinnovamento delle
Encicliche missionarie del secolo scorso o del Concilio.
Mi riferisco alla più recente Enciclica “Redemptoris
Missio”, di Giovanni Paolo II. Cito alcuni dei suoi enunciati
che ritengo abbiano inciso nello sviluppo della missione e il
cui approfondimento e sviluppo non sono affatto conclusi.
Il primo di questi enunciati lo vedo nella conferma della perennità
della missione “ad gentes”. Sottolineo solo che è
stato un atto di somma saggezza in un momento in cui più
di uno parlava, magari sotto voce, della ormai tramontata era
delle missioni cristiane.
Un secondo enunciato, molto interessante, è stato quello
riguardante un certo mutamento degli “àmbiti”
della missione. Confermata la validità del criterio geografico
per indicare, sia pure in senso provvisorio, le frontiere verso
cui rivolgersi, dall’altro presenta una lunga serie di mondi,
di fenomeni, di aree culturali e di areopaghi moderni. (cf. n.
37). Noi presumiamo che il Papa voleva aprire l’interesse
verso gli “orizzonti nuovi” senza esaurire le nuove
aree in cui intervenire.
C’è ancora un terzo enunciato sulla natura della
vocazione missionaria: In quel momento storico, è stata
provvidenziale una dichiarazione come questa: «La vocazione
speciale di missionari “ad vitam” conserva tutta la
sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno
missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali
e totali, di impulsi nuovi e arditi. I missionari e le missionarie,
che hanno consacrato tutta la vita per testimoniare fra le genti
il Risorto, non si lascino, dunque, intimorire da dubbi, incomprensioni,
rifiuti, persecuzioni. Risveglino la grazia del loro carisma specifico
e riprendano con coraggio il loro cammino, preferendo –
in spirito di fede, obbedienza e comunione con i propri Pastori
– i posti più umili e ardui» (n. 66).
Nella “Redemptoris Missio”, ci sono altri punti forti
per il rinnovamento personale per uno sviluppo pratico dell’azione
missionaria; per esempio: il coinvolgimento dei consacrati precisamente
in forza della loro consacrazione (cf. n. 69); la missione intesa
come un “dare” e un “ricevere” (cf. n.
85); l’inseparabile unità tra impegno missionario
e santità, affermando che «il vero missionario è
il santo» (cf. n. 909).
Non posso terminare questi riferimenti, senza sottolineare l’apporto
dato all’azione missionaria dal Sommo Pontefice Benedetto
XVI con l’Enciclica “Deus Caritas Est”. È
un apporto che tocca una delle problematiche più dibattute
in campo missionario: cioè il rapporto tra evangelizzazione
e promozione umana. L’attuale Sommo Pontefice, non entra
in questo dibattito, pur parlando, nella seconda parte dell’Enciclica,
dell’esercizio della carità… Però offre
impulsi di vera novità per la missione. Da “Il profilo
specifico dell’attività caritativa della Chiesa»
ne ricavo due.
Il primo sta nel ricorso alla parabola del “Buon Pastore”,
per sottolineare che l’aiuto al prossimo in necessità
deve essere offerto, concretamente, a qualsiasi bisognoso senza
distinzione, subito e di cuore. Meritano di essere inserite nei
programmi missionari idee come queste: «La competenza professionale
è necessaria ma non basta. Si tratta, infatti, di esseri
umani che hanno bisogno dell’attenzione del cuore oltre
una cura solo tecnicamente corretta» (n. 31, a). Per questa
ragione quanti operano la carità hanno bisogno della «formazione
del cuore».
Il secondo nuovo impulso alla promozione umana nella carità
lo ravviso quando il Papa afferma: «La carità, inoltre,
non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene
indicato come proselitismo. L’amore è gratuito; non
viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa
che l’azione caritativa debba, per così dire, lasciare
Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l’uomo»
(n. 31, c).
Chi non vede in queste affermazioni un chiaro indirizzo per questi
tempi moderni?
Sulla base della “Redemptoris Missio”, e la nostra
esperienza quasi ventennale, come pure dalle indicazioni della
“Deus Caritas Est”, è possibile individuare
alcune priorità per la missione d’oggi e di domani.
III. CON ALCUNE PRIORITÀ
È il terzo punto di questa conversazione. In questo periodo
la missione deve affrontare, quelle priorità che fanno
intravedere le premesse di un ulteriore sviluppo. Lo faccio volentieri
in questa prestigiosa Università, perché tali priorità
richiedono studi, approfondimenti, confronti, che accompagnino
e aprano orizzonti sempre più ampi a coloro che operano
sul campo. La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli
confida molto negli apporti culturali, che ritiene indispensabili,
delle facoltà di Missiologia sia della propria Università
Urbaniana come pure della vostra Università Gregoriana.
Tanto più se fatti congiuntamente.
Qui accenno soltanto alle priorità più urgenti e
più incidenti nell’azione missionaria nel prossimo
avvenire in relazione alla fede cattolica e alla tradizione apostolica
della Chiesa; fino a che punto certe iniziative si possono sviluppare
in un senso o in un altro. Ciò preoccupa, ma anche appassiona
quanti sono impegnati nella missione “ad gentes”.
a. “Dove” si realizza la missione, oggi. Una concreta
priorità operativa mi sembra consista nel “dove”
si svolga l’azione missionaria. Il mio interrogativo non
riguarda solo il posto materiale, ma un livello molto più
profondo. Già il decreto conciliare “Ad Gentes”
aveva ampliato l’orizzonte circa i confini territoriali,
affermando che l’attività propriamente missionaria
si svolge “per lo più”, e quindi non solo,
in determinati territori, chiarendo che i destinatari della missione
sono i “popoli” o i “gruppi umani” in
cui la Chiesa non ha ancora posto le radici (cf. n. 6). La “Redemptoris
Missio” ha proseguito proponendo indicazioni più
circostanziate in collegamento con la realtà del suo tempo.
Ora queste non ci sembrano più sufficienti perché
ci troviamo di fronte a realtà totalmente differenti.
Mi rifaccio, per esempio, alla mobilità dei popoli, alle
attuali migrazioni comprensibili, ma pesanti verso il mondo occidentale
tradizionalmente cristiano. Esse preoccupano da tanti punti di
vista e la Chiesa collabora con gli Stati civili, per tentare
soluzioni sociali. Probabilmente i migranti non cristiani sono
i più numerosi e, molti di essi, non hanno un punto di
appoggio religioso nel paese di accoglienza.
Probabilmente essi si attendono dalla Chiesa, specialmente dove
essa è maggioritaria, soltanto un’accoglienza e un’assistenza
per i bisogni concreti della loro esistenza quotidiana.
Ma, da un punto di vista missionario, possiamo noi accontentarci?
Urge un contatto anche sul piano del religioso per la dimensione
trascendente della vita. A questo proposito, merita ricordare
quanto il Papa Benedetto XVI rilevava in una conferenza a Subiaco,
poco prima di essere eletto Papa: «L’Europa ha sviluppato
una cultura che, in un modo sconosciuto prima d’ora all’umanità,
esclude Dio dalla coscienza pubblica, sia che venga negato del
tutto, sia che la Sua esistenza venga giudicata non dimostrabile,
incerta, e dunque appartenente all’ambito delle scelte soggettive,
un qualcosa comunque irrilevante per la vita pubblica».
Questa esclusione di Dio dalla coscienza pubblica è un
danno per gli immigranti d’altre religioni.
Il fenomeno della mobilità umana è in crescita;
è prevedibile che, in un tempo relativamente breve, tutte
le nazioni diventino non solo multi-culturali, ma anche multi-religiose.
Questi gruppi umani non cristiani, sparsi a macchia di leopardo
in tutto il mondo, sono un nuovo “dove” attualissimo
di quell’«Andate in tutto il mondo»? E chi se
ne assume la cura “religiosa”?
La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nel
1998, rinnovando lo “Statuto” della cooperazione missionaria,
l’aveva individuata nelle Chiese di antica cristianità,
affermando che la rispettiva «responsabilità missionaria
è propria, in modo differenziato, dei vescovi, dei parroci,
assieme ai loro collaboratori e alla comunità cristiana».
Oggi quella dichiarazione non è più sufficiente.
Lo diciamo a ragion veduta. Certo, la responsabilità della
missione spetta alle Chiese particolari, ma il fenomeno è
talmente diffuso che risulta necessario e urgente l’intervento
del Pontefice, attraverso il servizio del Dicastero per le Missioni.
Sia noi che gli Istituti missionari, così benemeriti nella
missione, non possono non interrogarsi su questo aspetto.
b. La mobilità e la provenienza degli evangelizzatori.
Questa è una priorità meno pressante ma di grande
importanza strategica e operativa. Prendo lo spunto da quanto
il Concilio ha disposto riguardo la distribuzione dei presbiteri
nel mondo. Quell’invito di grande apertura per allora, oggi
ci sembra un po’ blando: «I Presbiteri di quelle diocesi
che hanno maggior abbondanza di vocazioni, si mostrino disposti
ad esercitare volentieri il proprio ministero, previo il consenso
o l’invito del proprio ordinario, in quelle regioni, missioni,
o opere che soffrono di scarsezza del clero» (PO, 10). Giovanni
Paolo II, in un discorso alla Plenaria di Propaganda Fide, è
stato più esplicito, affermando: «In nessun altro
settore dell’apostolato ecclesiale quanto in questo, i presbiteri
potranno dimostrare l’intensità del loro amore per
Cristo, per la Chiesa e per l’uomo, così da poter
assicurare con S. Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti per
salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22)».
Parlando di operatori della missione, non possiamo limitarci ai
presbiteri, perché anche i diaconi, i consacrati e i laici
hanno un ruolo, addirittura, numericamente più consistente.
Ora, anche queste consolanti aperture non sembrano sufficienti.
Occorre ripensare la “provenienza” e la “mobilità”
degli apostoli per la missione. Se all’Europa cristiana
riconosciamo il merito di avere evangelizzato buona parte del
mondo nei secoli passati, oggi dobbiamo convincerci che la strategia
non può più essere la stessa. Lo affermo non solo
pensando al calo delle vocazioni nel mondo occidentale, ma per
un motivo teologico irrinunciabile. È la Chiesa, come “comunione
di Chiese particolari”, che deve farsi carico della missione.
È lodevole la buona volontà di sporadici Pastori,
ma la mobilità e lo scambio di evangelizzatori vanno impostati
su un raggio più ampio e garantito. Cristo continua a chiamare
e a mandare. A noi spetta la responsabilità, diversificata,
nel riordinare il movimento degli apostoli di frontiera.
Partendo dalla realtà vocazionale, si apre un orizzonte
del quale intravediamo i contorni, senza essere in grado di prevederne
esattamente gli sviluppi; e non mi sento di affermare che le giovani
Chiese debbano prendere il posto di quelle antiche nel campo della
missione. Sarebbe una soluzione troppo semplicistica. Bisogna
andare più in fondo.
c. Dialogo illuminato con tutti. È stato Giovanni Paolo
II ad affermare che «il dialogo interreligioso fa parte
della missione evangelizzatrice della Chiesa. […]. Anzi,
ne è un’espressione» (RMi, n. 55). Non si può
evitare. Conosciamo gli aggettivi che lo qualificano: illuminato,
sincero, aperto e rispettoso con tutti; non ingenuo, né
sprovveduto. Ha uno scopo di facilitare la mutua conoscenza, l’accordo
sui grandi temi della vita, sulla pacifica convivenza e sull’inculturazione.
Non ripeto quanto il Magistero ha già espresso su questo
argomento, soprattutto nell’Enciclica “Redemptoris
Missio” e nella Lettera Apostolica “Novo Millennio
Ineunte”. Evidenzio soltanto quegli aspetti del dialogo
interreligioso che ne fanno una priorità per le difficoltà
connesse, soprattutto in certe situazioni e con certi gruppi.
Senza dialogo la missione ristagna, o viene impedita.
Non posso comunque tacere un aspetto, sottolineato dalla “Novo
Millennio Ineunte”, quando parla di dialogo e missione:
«Non dobbiamo aver paura che costituisca offesa all’altrui
identità ciò che è invece annuncio gioioso
di un dono che è per tutti, e che va a tutti proposto con
il più grande rispetto della libertà di ciascuno:
il dono della rivelazione del Dio-Amore, che “ha tanto amato
il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16)»
(n. 56). Perciò ci siano iniziative una mutua conoscenza,
ma anche corsi per far conoscere meglio il cristianesimo e il
pensiero di Cristo a quanti appartengono ad altre religioni.
d. Il faticoso cammino dell’inculturazione. Non ripeto
la ricca dottrina che abbiamo su questo tema, soprattutto da parte
del Magistero Pontificio. E tratto questa la priorità per
ultima, perché, se da una parte è profondamente
sentita da tutti gli appassionati della missione, dall’altra
presenta le maggiori incognite. c’è la diffusa consapevolezza
che questo sia un tema molto delicato. L’esigenza è
sentita come inderogabile, ma la messa in opera infonde incertezze,
se non addirittura timori, a parte alcune iniziative soprattutto
sul piano liturgico e piuttosto marginali.
Il nostro Dicastero missionario è più che convinto
che l’inculturazione deve realizzarsi spronando iniziative,
soprattutto da quanti sono in grado, come voi, di offrire un apporto
efficace e positivo. Bisogna andare in profondità soprattutto
dal punto di vista della coerenza con la fede e la viva tradizione
della Chiesa delle nostre idee e dei nostri progetti di inculturazione,
senza sottovalutare, le sane espressioni culturali, delle quali
l’umanità è ricca. Certo, sotto la guida del
Magistero Pontificio, dei Pastori delle Chiese particolari, degli
operatori ad essi uniti. L’inculturazione resta una priorità
che richiede riflessione e sapienzialità
CONCLUSIONE
Concludo con alcuni auspici.
Il primo auspicio è che siano superati i dubbi e i timori
di fronte alle prospettive di novità collegate con la missione
del terzo millennio. La missione ha sempre posto degli interrogativi,
fin da quando Paolo si confrontò con Pietro.
Il secondo auspicio è che si cammini concretamente e non
da soli; sotto la guida dei Pastori. Meglio più lentamente
insieme, che prima da soli. Le polemiche e le contrapposizioni,
in questi settori, sono negative.
Il terzo auspicio è che i responsabili e gli operatori
della missione si impegnino per queste priorità e non si
fermino a lanciare progetti, ma ne accompagnino la realizzazione,
che, in quantonovità comporta attenzione e fatica.
La nostra fiducia nel camminare sulla via di una “missionarietà
rinnovata” si fonda sulla certezza che noi siamo solo collaboratori
di Cristo, “primo missionario” e sorretti dalla cura
amorosa della “Regina dell’evangelizzazione”.
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