| 1° gennaio 2007 sul
tema: "Persona umana: cuore della pace"
Alle 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo
II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza
Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Benedetto
XVI per la 40ª Giornata Mondiale della Pace, che si celebra
il 1° gennaio 2007 sul tema: "Persona umana: cuore della
pace".
Partecipano: l’Em.mo Card. Renato Raffaele Martino, Presidente
del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e S.E.
Mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del medesimo Pontificio Consiglio.
Pubblichiamo di seguito l’intervento dell’Em.mo Card.
Renato Raffaele Martino:
INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. RENATO R. MARTINO
1. Sono lieto di trovarmi con voi, per la presentazione del Messaggio
di Sua Santità Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della
Pace 2007. Per questa circostanza, il Santo Padre ha scelto e
proposto come tema di riflessione la persona umana, considerata
come il cuore pulsante di ogni autentico progetto di pace. Nella
cornice della celebrazione del 40° anniversario dell’Enciclica
Populorum progressio di Paolo VI e del 20° anniversario della
Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II, il Santo Padre
offre una serie di indicazioni tematiche che collegano costantemente
la verità della persona umana alla verità della
pace, che costituiva il tema del Messaggio del 2006. Possiamo
affermare che il Messaggio di quest’anno va letto e interpretato
come una continuazione e un completamento del Messaggio precedente.
Al n. 1, infatti, il Santo Padre afferma che, "rispettando
la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono
le premesse per un autentico umanesimo integrale". La persona
e la pace si richiamano costantemente in una feconda circolarità
che costituisce la premessa e il presupposto più solido
per dare corpo ad un corretto approccio culturale, sociale e politico
alle complesse tematiche relative alla realizzazione della pace
nel nostro tempo.
2. Il Messaggio papale si presenta strutturato in tre parti, in
ognuna della quali il tema della persona umana viene progressivamente
trattato in relazione ai vari aspetti della promozione della pace.
Nella prima parte si evidenzia il senso e il valore della connessione
tra persona umana e pace intese e proposte attraverso le categorie
teologico-spirituali del dono e del compito; nella seconda, la
verità della persona umana è messa in relazione
con il concetto nuovo e innovativo di ecologia della pace; nella
terza, la verità della persona umana è considerata
in riferimento alla complessa realtà del rispetto dei suoi
diritti fondamentali, del diritto umanitario internazionale e
di alcune responsabilità inerenti all’azione delle
Organizzazioni internazionali. Il Messaggio si conclude con un
invito ai cristiani a farsi operatori di pace.
3. La trattazione della prima parte del Messaggio è contenuta
nei numeri che vanno dal 2 al 7, e si apre con una citazione della
Sacra Scrittura dove si afferma che la persona umana è
creatura di Dio, fatta a Sua immagine e somiglianza: «Dio
creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo
creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27).
Illuminato dalla parola biblica sulla verità dell’uomo,
il Messaggio papale individua il fondamento della dignità
della persona nel suo essere creata ad immagine di Dio. Collocata
in questa prospettiva, "la persona umana non è soltanto
qualche cosa, ma qualcuno, capace di conoscersi, di possedersi,
di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone.
Al tempo stesso è chiamata, per grazia, ad un’alleanza
con il suo Creatore, a offrirgli una risposta di fede e di amore
che nessun altro può dare in sua sostituzione" (n.
2). Creato da Dio, «l’uomo è donato a se stesso
da Dio»1, ma l’uomo donato a se stesso porta dentro
di sé un compito: egli, infatti, si trova investito del
compito di realizzarsi e di dare forma concreta a un mondo rinnovato
nella giustizia e nella pace. Qui il Santo Padre inserisce una
citazione dalle Omelie di Sant’Agostino che, con una efficacissima
sintesi, riassume la verità dell’uomo inteso come
dono e come compito. Afferma il Santo di Ippona: «Dio, che
ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi»2.
La duplice coscienza del dono e del compito risulta pertanto come
un dato connaturale a tutti gli uomini e a tutte le donne, perché
in tutti esiste l’impronta della comune origine e il segno
della comune meta, alla quale tutti aspirano per realizzare la
piena verità del loro essere persone umane.
4. Il Messaggio colloca la pace dentro questa cornice antropologica,
presentandola anch’essa come un dono e come un compito.
Essa è prima di tutto un dono. Afferma il Messaggio al
n. 3: "La pace è, infatti, una caratteristica dell’agire
divino, che si manifesta sia nella creazione di un universo ordinato
e armonioso come anche nella redenzione dell'umanità bisognosa
di essere recuperata dal disordine del peccato. Creazione e redenzione
offrono dunque la chiave di lettura che introduce alla comprensione
del senso della nostra esistenza sulla terra". La pace come
dono comporta anche un compito. Richiamando un famoso passaggio
del discorso di Giovanni Paolo II all’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite del 1995, il Santo Padre Benedetto XVI afferma
che "La trascendente ‘‘grammatica'', vale a dire
l'insieme di regole dell’agire individuale e del reciproco
rapportarsi delle persone secondo giustizia e solidarietà,
è iscritta nelle coscienze, nelle quali si rispecchia il
progetto sapiente di Dio. Come recentemente ho voluto riaffermare,
«noi crediamo che all’origine c’è il
Verbo eterno, la Ragione e non l’Irrazionalità»3.
La pace è quindi anche un compito che impegna ciascuno
ad una risposta personale coerente col piano divino" (n.
3). Rispettare la grammatica del mondo e della natura umana: è
questo il criterio che deve guidare e orientare il compito della
pace. Collaborare alla pace significa accogliere il sapiente progetto
di Dio sul mondo e sull’uomo e lavorare affinché
si realizzi, senza pretese di autosufficienza, ma in atteggiamento
di obbedienza a Dio.
5. Nella prospettiva del Messaggio, è il riconoscimento
dell’ordine trascendente delle cose la base su cui dare
fondamento al dialogo interreligioso e culturale finalizzato alla
promozione della pace. Il Santo Padre Benedetto XVI richiama a
questo proposito un punto assai importante e decisivo se considerato
nell’orizzonte complessivo dell’insegnamento morale
cattolico: per far progredire il fronte della pace, l’umanità
di oggi deve far tesoro delle norme del diritto naturale che "non
vanno considerate come direttive che si impongono dall'esterno,
quasi coartando la libertà dell'uomo. Al contrario, esse
vanno accolte come una chiamata a realizzare fedelmente l'universale
progetto divino iscritto nella natura dell'essere umano. Guidati
da tali norme, i popoli — all'interno delle rispettive culture
— possono così avvicinarsi al mistero più
grande, che è il mistero di Dio. Il riconoscimento e il
rispetto della legge naturale pertanto costituiscono anche oggi
la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni
e tra i credenti e gli stessi non credenti. È questo un
grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto
per un'autentica pace" (n. 3).
6. Nell’orizzonte di questa impegnativa prospettiva teologica
e culturale, il Santo Padre afferma che alcuni beni sono e devono
restare indisponibili; si tratta del diritto alla vita e del diritto
alla libertà religiosa. In che senso tali beni vanno considerati
come indisponibili? Possiamo riassumere la risposta del Santo
Padre con le seguenti parole: il rispetto del diritto alla vita
in ogni sua fase pone l’uomo davanti alla natura intesa
come dono; di essa l’uomo non ha la completa disponibilità;
il diritto alla libertà religiosa apre la natura ad un
fondamento che la trascende e, anche in questo caso, la toglie
alla completa disponibilità umana. La pace ha bisogno dell’indisponibile.
Il rispetto della vita e del diritto a manifestare la propria
fede in Dio permettono, infatti, l’incontro tra gli uomini
e i popoli su quanto non è in loro potere. Sulla scorta
del consenso su quanto non è in potere dell’uomo
si può fondare poi anche l’accordo su quanto è
in suo potere. Nel contesto di queste considerazioni, il Santo
Padre manifesta alcune concretissime preoccupazioni: la prima
riguarda quelle che definisce le morti silenziose provocate dalla
fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni
e dall’eutanasia; la seconda riguarda le difficoltà
che incontrano i cristiani, ma anche fedeli di altre religioni
nell’esercizio del diritto alla libera espressione della
fede. Interessante il richiamo puntuale alle situazioni in cui
il diritto alla libertà religiosa o viene compromesso e
viene negato. In alcuni casi gli impedimenti all’esercizio
della libertà religiosa sono determinati da regimi politici
di natura confessionale che impongono un unico credo religioso;
in altri casi, da regimi indifferenti che alimentano non una persecuzione
violenta ma un sistematico dileggio culturale per le cose di fede.
In tutti e due i casi, un diritto umano fondamentale non viene
rispettato, con gravi ripercussioni sulla convivenza pacifica.
7. La prima parte del Messaggio si conclude ai nn. 6 e 7 con un
sostanzioso richiamo al tema dell’uguaglianza di natura
di tutte le persone umane, trattato con due puntuali richiami:
il primo riferito alle disuguaglianze sociali presenti nel nostro
mondo che sembrano sempre di più caratterizzare il profilo
odierno dell’immane problema dell’estrema povertà
di miliardi di uomini e di donne ai quali è negato l’accesso
a beni essenziali alla vita come il cibo, l’acqua, la casa
e la salute, soprattutto nel Continente africano; il secondo riguarda
le disuguaglianze tra uomo e donna. A questo riguardo, il Messaggio
afferma: "Penso allo sfruttamento di donne trattate come
oggetti e alle tante forme di mancanza di rispetto per la loro
dignità; penso anche — in contesto diverso —
alle visioni antropologiche persistenti in alcune culture, che
riservano alla donna una collocazione ancora fortemente sottomessa
all'arbitrio dell'uomo, con conseguenze lesive per la sua dignità
di persona e per l’esercizio delle stesse libertà
fondamentali (n. 7). Anche le disuguaglianze sociali e quelle
di genere sono motivi preoccupanti di instabilità nella
costruzione della pace.
8. La seconda parte del Messaggio è rintracciabile nei
numeri che vanno dall’8 all’11 e ruota tutta attorno
all’innovativo concetto di ecologia della pace, che, nel
Messaggio di Benedetto XVI costituisce un originale sviluppo del
concetto di ecologia umana proposto nella Centesimus Annus da
Giovanni Paolo II. Scriveva l’indimenticabile Servo di Dio:
«Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo,
che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene,
secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è
stato donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare
la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato»4.
Benedetto XVI insegna che l’umanità che ha a cuore
la pace deve tenere sempre più presenti le connessioni
tra l’ecologia naturale, ossia il rispetto della natura
e l’ecologia umana su cui organizzare la società.
Una delle caratteristiche più evidenti della nostra epoca
è il fatto che ogni atteggiamento irrispettoso dell’ambiente
naturale reca danni all’ambiente umano e sociale e viceversa.
La pace si rivela sempre di più come nesso inscindibile
della pace con il creato e della pace tra gli uomini. L’una
e l’altra richiedono la pace con Dio. La Laude creaturarum
di San Francesco, poesia-preghiera nota anche come il «Cantico
di Frate Sole», è un mirabile esempio – molto
attuale – di questa doppia ecologia della pace.
9. Il Santo Padre esemplifica il concetto di ecologia della pace
collegandolo con il problema dell’energia e dei rifornimenti
energetici, problema tipico dei giorni nostri. Nuove, grandi Nazioni,
infatti, entrano nella produzione industriale e i bisogni energetici
aumentano. Si sta assistendo a una nuova corsa alle risorse energetiche
in modo quantitativamente molto rilevante. Nel frattempo, molte
Nazioni del pianeta vivono in una situazione ancora pre-industriale
e il loro sviluppo è impedito dal rialzo dei prezzi dell’energia
dovuto a questa nuova corsa. Si chiede il Santo Padre: "Che
ne sarà di quelle popolazioni? Quale genere di sviluppo
o di non-sviluppo sarà loro imposto dalla scarsità
di rifornimenti energetici? Quali ingiustizie e antagonismi provocherà
la corsa alle fonti di energia? E come reagiranno gli esclusi
da questa corsa?" (n. 9). Queste domande pongono in evidenza
come il problema del rapporto con la natura sia strettamente collegato
con la costruzione, tra gli uomini e tra le Nazioni, di rapporti
umani ecologici, ossia rispettosi della dignità della persona
e dei suoi autentici bisogni. La distruzione dell’ambiente,
il suo uso improprio o egoistico, l’accaparramento violento
della terra e delle sue risorse sono fonte di tensioni dentro
le società e nei loro rapporti reciproci, di lacerazioni,
di conflitti e di guerre proprio perché sono conseguenze
di società costruite male e di un concetto disumano di
sviluppo. Afferma il Santo Padre: "Uno sviluppo infatti che
si limitasse all'aspetto tecnico-economico, trascurando la dimensione
morale-religiosa, non sarebbe uno sviluppo umano integrale e finirebbe,
in quanto unilaterale, per incentivare le capacità distruttive
dell'uomo" (n. 9).
10. Ai numeri 10 e 11 il Santo Padre offre il fondamento dell’ecologia
della pace e la base su cui far crescere l’albero della
pace. Con fiducia e speranza ci fa capire che è possibile
coltivare questo albero, nonostante le grandi difficoltà
che possiamo riscontrare nel mondo di oggi e le incomprensioni
tra popoli e Nazioni. È possibile a patto che ci si lasci
guidare da una visione corretta e la più ampia possibile
della persona umana, perché le riduzioni dell’uomo,
del suo valore e della sua dignità spesso si pagano con
il conflitto. Una visione la più ampia possibile della
persona umana è quella capace di collocare la persona stessa
in uno spazio che non sia condizionato dal pregiudizio ideologico
o culturale. La pace può essere messa in pericolo da contrapposte
visioni su cosa sia la persona. Altrettanto importanti le seguenti
affermazioni del Santo Padre: "Ugualmente inaccettabili sono
concezioni di Dio che stimolino all'insofferenza verso i propri
simili e al ricorso alla violenza nei loro confronti. È
questo un punto da ribadire con chiarezza: una guerra in nome
di Dio non è mai accettabile! Quando una certa concezione
di Dio è all'origine di fatti criminosi, è segno
che tale concezione si è già trasformata in ideologia"
(n. 10). Il Santo Padre ci fa capire che non è accettabile
né fare la guerra in nome di Dio né farla in nome
dell’uomo. La guerra non può avere giustificazioni
né teologiche né antropologiche. Quando la concezione
di Dio o la visione dell’uomo motivano, con le proprie ragioni,
la guerra, esse si sono già trasformate in ideologia.
11. Oggi, però, la pace non è messa in questione
solo dal conflitto tra visioni riduttive dell’uomo, ossia
dalle ideologie. Il Messaggio papale afferma che la pace è
resa difficile anche dall’indifferenza per ciò che
costituisce la vera natura dell’uomo. Che esista una natura
umana per molti è una questione almeno problematica, altri
negano risolutamente che tale natura esista, dando spazio a tutte
le interpretazioni sull’uomo. Un simile atteggiamento è
molto pericoloso per la pace, che non può costruirsi sul
vuoto e sull’indifferenza, perché in questo caso
il riconoscimento reciproco sarà solo formale, convenzionale,
provvisorio. Una visione «debole» della persona apparentemente
sembra favorire la pace, in quanto sembra lasciare spazio a tutte
le altre concezioni, in realtà, invece, favorisce il conflitto
perché dà campo al potere della forza. Si finisce
per lasciare la persona indifesa e, quindi, disponibile alla violenza.
12. La terza parte del Messaggio occupa i numeri che vanno dal
12 al 15. Per chiarezza espositiva mi limito a fare qualche breve
sottolineatura sui passaggi più significativi.
a) In primo luogo il Santo Padre afferma che una pace vera e stabile
presuppone il rispetto dei diritti dell’uomo, ancorati ad
una concezione forte della persona umana. Se questi diritti si
fondano su una concezione debole della persona saranno anch’essi
deboli. È questa la maggiore contraddizione di una visione
soggettivistica e relativistica e quindi debole dei diritti umani:
essi vengono proposti come assoluti, ma senza la forza di un fondamento
razionale che giustifichi la loro assolutezza. I diritti esprimono
le esigenze della natura dell’uomo scaturita dalla Creazione.
Ci dicono di che cosa l’uomo ha bisogno nella sua esistenza
per poter essere dignitosamente se stesso. Ci dicono come dobbiamo
trattarlo per mantenerlo in conformità con la sua dignità.
I diritti umani non reggono ai continui attacchi di cui sono fatti
bersaglio, se non riscoprono continuamente questi loro significati.
Riprendendo un insegnamento costantemente presente nella dottrina
sociale, il Santo Padre afferma che "Va da sé, peraltro,
che i diritti dell'uomo implicano a suo carico dei doveri. Bene
sentenziava, al riguardo, il mahatma Gandhi: « Il Gange
dei diritti discende dall'Himalaia dei doveri »" (n.
12).
b) In secondo luogo, Benedetto XVI richiama la vocazione originaria
degli Organismi internazionali e, soprattutto, delle Nazioni Unite,
incitandoli farsi paladini della promozione dei diritti umani,
promozione che deve trovare la sua ispirazione costante nella
Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948, definita
come impegno morale assunto dall’umanità intera.
Di grande rilievo il richiamo del Santo Padre: "È
importante, pertanto, che gli Organismi internazionali non perdano
di vista il fondamento naturale dei diritti dell'uomo. Ciò
li sottrarrà al rischio, purtroppo sempre latente, di scivolare
verso una loro interpretazione solo positivistica. Se ciò
accadesse, gli Organismi internazionali risulterebbero carenti
dell'autorevolezza necessaria per svolgere il ruolo di difensori
dei diritti fondamentali della persona e dei popoli, principale
giustificazione del loro stesso esistere ed operare" (n.
13).
c) In terzo luogo, Benedetto XVI ritorna anche quest’anno
sul valore del diritto umanitario internazionale, disatteso nel
conflitto che ha avuto per teatro il Libano e dalle inedite modalità
di violenza e di guerra messe in atto dalla minaccia terroristica.
Anche a questo proposito le riflessioni del Santo Padre, ispirate
da realismo e fiducia, sono di grande rilievo e importanza: "Dinanzi
agli sconvolgenti scenari di questi ultimi anni, gli Stati non
possono non avvertire la necessità di darsi delle regole
più chiare, capaci di contrastare efficacemente la drammatica
deriva a cui stiamo assistendo. La guerra rappresenta sempre un
insuccesso per la comunità internazionale ed una grave
perdita di umanità. Quando, nonostante tutto, ad essa si
arriva, occorre almeno salvaguardare i principi essenziali di
umanità e i valori fondanti di ogni civile convivenza,
stabilendo norme di comportamento che ne limitino il più
possibile i danni e tendano ad alleviare le sofferenze dei civili
e di tutte le vittime dei conflitti (n. 14).
d) Per ultimo, troviamo il preoccupato richiamo papale al fatto
che alcuni Paesi hanno manifestato la volontà di dotarsi
di armi nucleari, alimentando in questo modo un diffuso clima
di incertezza e di paura per una possibile catastrofe nucleare.
Anche su questo punto risulta illuminante la proposta di Benedetto
XVI: "La via per assicurare un futuro di pace per tutti è
rappresentata non solo da accordi internazionali per la non proliferazione
delle armi nucleari, ma anche dall'impegno di perseguire con determinazione
la loro diminuzione e il loro definitivo smantellamento. Niente
si lasci di intentato per arrivare, con la trattativa, al conseguimento
di tali obiettivi! È in gioco il destino dell'intera famiglia
umana!" (n. 15).
13. La conclusione del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata
Mondiale della Pace 2007, è tutta dedicata ai cattolici,
invitati ad essere infaticabili operatori di pace e strenui difensori
della dignità della persona umana. Il compito della pace
per un cattolico nasce dal suo appartenere alla Chiesa che, nel
mondo, è «segno e tutela della trascendenza della
persona umana»5. Il sentimento dell’appartenenza ecclesiale
va vissuto in una generosa dedizione verso tutti, specialmente
verso coloro che patiscono povertà e privazioni e che mancano
del prezioso bene della pace. I cristiani trovano le ragioni supreme
per essere autentici uomini e donne di pace e fermi difensori
della dignità umana nella fede nel Signore Gesù,
che ha rivelato che «Dio è amore» (1Gv 4,8)
e che la vocazione più grande di ogni persona è
l’amore. Le battute finali del Messaggio il Santo Padre
le dedica a due grandi encicliche sociali con la seguente affermazione:
"Non venga quindi mai meno il contributo di ogni credente
alla promozione di un vero umanesimo integrale, secondo gli insegnamenti
delle Lettere encicliche Populorum progressio e Sollicitudo rei
socialis, delle quali ci apprestiamo a celebrare proprio quest’anno
il 40o e il 20o anniversario" (n. 17). Grazie.
___________________________________
1 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Centesimus annus, 38.
2 SANT’AGOSTINO, Sermo 169, 11, 13: PL 38, 923.
3 Omelia all’Islinger Feld di Regensburg (12 settembre 2006).
4 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Centesimus annus, 38.
5 Gaudium et spes, n. 76.
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