L'OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
1. "Ero ... carcerato... " (Mt 25, 35-36): queste parole
di Cristo sono risuonate oggi per noi nel brano evangelico poc'anzi
proclamato. Esse richiamano dinanzi agli occhi della nostra mente
l'immagine di Cristo effettivamente carcerato. Ci pare di rivederlo
la sera del Giovedì Santo nel Getsemani: Lui, l'innocenza
personificata, attorniato come un malfattore dagli sgherri del
Sinedrio, catturato e condotto davanti al tribunale di Anna e
di Caifa. Seguono le lunghe ore della notte in attesa del giudizio
davanti al tribunale romano di Pilato. Il giudizio ha luogo la
mattina del Venerdì Santo nel pretorio: Gesù è
in piedi davanti al Procuratore romano, che lo interroga. Sul
suo capo pende la richiesta della condanna a morte mediante il
supplizio della croce. Lo vediamo poi legato ad un palo per la
flagellazione. Successivamente è coronato di spine... Ecce
homo - "Ecco l'uomo". Pilato pronunciò quelle
parole, contando forse su una reazione di umanità da parte
dei presenti. La risposta fu: "Crocifiggilo, crocifiggilo!"
(Lc 23, 21). E quando finalmente tolsero i lacci dalle sue mani,
fu per inchiodarle alla croce.
2. Carissimi Fratelli e Sorelle, dinanzi a noi qui riuniti si
presenta Gesù Cristo - il detenuto. "Ero... carcerato
e siete venuti a trovarmi" (Mt 25, 35-36). Egli chiede di
essere incontrato in voi, come in tante altre persone toccate
dalle varie forme della sofferenza umana: "Ogni volta che
avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più
piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40). Queste parole contengono,
si può dire, il "programma" del Giubileo nelle
Carceri, che oggi celebriamo. Esse ci invitano a viverlo come
impegno per la dignità di tutti, quella dignità
che scaturisce dall'amore di Dio per ogni persona umana.
Ringrazio quanti hanno voluto partecipare a questo evento giubilare.
Rivolgo un deferente saluto alle Autorità intervenute:
il Signor Ministro della Giustizia, il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione
Penitenziaria, il Direttore di questa casa circondariale, il Comandante
del Reparto di Polizia, unitamente agli Agenti che con lui collaborano.
Saluto soprattutto ciascuno di voi, detenuti, con affetto fraterno.
Mi presento a voi come testimone dell'amore di Dio. Vengo a dirvi
che Dio vi ama, e desidera che percorriate un cammino di riabilitazione
e di perdono, di verità e di giustizia. Vorrei potermi
mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno. Ciò
che non posso fare io, lo possono i vostri Cappellani, che sono
accanto a voi a nome di Cristo. A loro va il mio saluto cordiale
e il mio incoraggiamento. Il mio pensiero si estende pure a tutti
coloro che svolgono questo compito così impegnativo in
tutte le carceri d'Italia e del mondo. Sento, inoltre, di dover
di esprimere il mio apprezzamento ai Volontari, che collaborano
con i Cappellani nell'esservi vicini con opportune iniziative.
Anche con il loro aiuto, il carcere può acquistare un tratto
di umanità ed arricchirsi di una dimensione spirituale,
che è importantissima per la vostra vita. Proposta alla
libera accettazione di ciascuno, questa dimensione va considerata
un elemento qualificante per un progetto di pena detentiva più
conforme alla dignità umana.
3. Proprio su tale progetto fa luce il brano della prima Lettura,
in cui il profeta Isaia delinea il profilo del futuro Messia con
alcuni significativi tratti: "Non griderà né
alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua
voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà
uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto
con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra"
(Is 42, 1-4). Al centro di questo Giubileo c'è Cristo,
il detenuto; al tempo stesso, c'è Cristo il legislatore.
Egli è colui che stabilisce la Legge, la proclama e la
consolida. Tuttavia non lo fa con prepotenza, ma con mitezza.
Cura ciò che è malato, rafforza ciò che è
spezzato. Là dove arde ancora una tenue fiammella di bontà,
egli la ravviva con il soffio del suo amore. Proclama con forza
la giustizia, ma cura le ferite con il balsamo della misericordia.
Nel testo di Isaia un'altra serie di immagini apre la prospettiva
della vita, della gioia, della libertà: il Messia futuro
verrà ad aprire gli occhi ai ciechi, a far uscire dal carcere
i prigionieri (cfr Is 42,7). Immagino che soprattutto quest'ultima
parola del profeta, cari Fratelli e Sorelle, trovi nei vostri
cuori un'eco immediata, carica di speranza. Ognuno di voi, infatti,
vive guardando al giorno in cui, espiata la pena, potrà
riacquistare la libertà. E quale prospettiva è più
gioiosa, quale traguardo più desiderabile? Consapevole
di ciò, nel messaggio che ho inviato al mondo intero per
questa giornata giubilare, sulle orme dei miei Predecessori, ho
invocato per voi un segno di clemenza, attraverso una "riduzione
della pena". L'ho chiesto nella profonda convinzione che
una tale scelta costituisca un segno di sensibilità verso
la vostra condizione, capace di incoraggiare l'impegno del pentimento
e di sollecitare il personale ravvedimento (cfr n. 7).
4. E' doveroso, infatti, accogliere il messaggio della Parola
di Dio nel suo significato integrale. Il "carcere" da
cui il Signore viene a liberarci è, in primo luogo, quello
in cui si trova incatenato lo spirito. Prigione dello spirito
è il peccato. Come non ricordare, in proposito, quella
profonda parola di Gesù: "In verità, in verità
vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato"
(Gv 8,32)? E' questa la schiavitù da cui Egli è
venuto in primo luogo a liberarci. Ha detto infatti: "Se
rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli;
conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi" (Gv 8,31).
Le parole di liberazione del profeta Isaia vanno dunque comprese
alla luce dell'intera storia della salvezza, che ha il suo culmine
in Cristo, il Redentore che ha preso su di sé il peccato
del mondo (cfr Gv 1,29). Dio ha a cuore la liberazione integrale
dell'uomo. Una liberazione che non riguarda soltanto le condizioni
fisiche ed esteriori, ma è innanzitutto liberazione del
cuore.
5. La speranza di questa liberazione - ci ha ricordato l'apostolo
Paolo nella seconda Lettura - attraversa l'intera creazione: "Tutta
la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto"
(Rm 8,22). Il nostro peccato ha turbato il disegno di Dio, e non
solo la vita umana, ma il creato stesso ne risente. Questa dimensione
cosmica degli effetti del peccato si tocca quasi con mano nei
disastri ecologici. Non meno preoccupanti sono i danni provocati
dal peccato nella psiche umana, nella biologia stessa dell'uomo.
Il peccato è devastante. Esso toglie pace al cuore e produce
sofferenze a catena nei rapporti umani. Immagino quante volte,
riandando alle vostre storie personali o ascoltando quelle dei
vostri compagni di cella, vi capita di constatare questa verità.
E' da questa schiavitù che lo Spirito di Dio viene a liberarci.
Egli, che è il Dono per eccellenza ottenutoci da Cristo,
"viene in aiuto della nostra debolezza... intercedendo con
insistenza per noi con gemiti inesprimibili" (Rm 8,26). Se
seguiamo le sue ispirazioni, egli produce la nostra salvezza integrale,
"l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo"
(Rm 8,23).
6. Occorre dunque che sia Lui, lo Spirito di Gesù Cristo,
ad operare nei vostri cuori, cari Fratelli e Sorelle detenuti.
Occorre che lo Spirito Santo pervada questo carcere in cui ci
incontriamo e tutte le prigioni del mondo. Cristo, il Figlio di
Dio, si fece detenuto, lasciò che gli legassero le mani
e poi le inchiodassero alla croce proprio perché il suo
Spirito potesse raggiungere il cuore di ogni uomo. Anche dove
gli uomini sono chiusi con i catenacci delle carceri, secondo
la logica di una pur necessaria giustizia umana, bisogna che soffi
lo Spirito di Cristo Redentore del mondo. La pena infatti non
può ridursi ad una semplice dinamica retributiva, tanto
meno può configurarsi come una ritorsione sociale o una
sorta di vendetta istituzionale. La pena, la prigione hanno senso
se, mentre affermano le esigenze della giustizia e scoraggiano
il crimine, servono al rinnovamento dell'uomo, offrendo a chi
ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita,
per reinserirsi a pieno titolo nella società.
Lasciate, dunque, che io vi chieda di tendere con tutte le vostre
forze ad una vita nuova, nell'incontro con Cristo. Di questo vostro
cammino non potrà che gioire l'intera società. Le
stesse persone a cui avete causato dolore sentiranno forse di
aver avuto giustizia più guardando al vostro cambiamento
interiore che al semplice scotto penale da voi pagato.
Auguro a ciascuno di voi di fare esperienza dell'amore liberante
di Dio. Scenda tra voi e tra i detenuti di tutto il mondo lo Spirito
di Gesù Cristo, che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,
5), e infonda nei vostri cuori fiducia e speranza.
Vi accompagni lo sguardo di Maria "Regina Caeli", la
Regina del Cielo, alla cui tenerezza materna affido voi e le vostre
famiglie.
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