L'OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
1. Dio, "che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo
ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme
con lui?" (Rm 8, 32).
E' l'apostolo Paolo, nella Lettera ai Romani, a porre questa domanda,
da cui emerge con chiarezza il tema centrale dell'odierna liturgia:
il mistero della paternità di Dio. Nel brano evangelico,
poi, è lo stesso eterno Padre a presentarsi a noi quando,
dalla nube luminosa che avvolge Gesù e gli Apostoli sul
monte della Trasfigurazione, fa udire la sua voce ammonitrice:
"Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!"
(Mc 9, 7). Pietro, Giacomo e Giovanni intuiscono - capiranno meglio
in seguito - che Dio ha parlato loro rivelando se stesso e il
mistero della sua realtà più intima.
Dopo la risurrezione essi, insieme con gli altri Apostoli, porteranno
nel mondo l'annuncio sconvolgente: nel Figlio suo incarnato Dio
s'è fatto vicino ad ogni uomo come Padre misericordioso.
In Lui ogn'essere umano è avvolto dall'abbraccio tenero
e forte di un Padre.
2. Quest'annuncio è rivolto anche a voi, carissimi Artigiani,
giunti a Roma da ogni parte del mondo per celebrare il vostro
Giubileo. Nella riscoperta di questa consolante realtà
- Dio è Padre - vi sostiene il vostro celeste Patrono,
san Giuseppe, artigiano come voi, uomo giusto e custode fedele
della Santa Famiglia.
A lui voi guardate come ad esempio di laboriosità e di
onestà nel lavoro quotidiano. In lui voi cercate soprattutto
il modello di una fede senza riserve e di una costante ubbidienza
al volere del Padre celeste.
Accanto a san Giuseppe, voi incontrate lo stesso Figlio di Dio
che, sotto la sua guida, impara l'arte del falegname e la esercita
fino a trent'anni, proponendo in se stesso "il Vangelo del
lavoro".
Nel corso della sua esistenza terrena, Giuseppe diviene così
l'umile e laborioso riflesso di quella paternità divina
che agli Apostoli verrà rivelata sul monte della Trasfigurazione.
La liturgia di questa seconda Domenica di Quaresima ci invita
a riflettere con maggiore attenzione sul mistero. E' lo stesso
Padre celeste a prenderci quasi per mano per guidarci in questa
meditazione.
Cristo è il Figlio prediletto del Padre! E' soprattutto
questa parola "prediletto" che, rispondendo ai nostri
interrogativi, alza in qualche misura il velo sul mistero della
divina paternità. Ci fa' conoscere, infatti, l'infinito
amore del Padre per il Figlio e, al tempo stesso, ci svela la
sua "passione" per l'uomo, per la cui salvezza Egli
non esita a donare questo Figlio tanto amato. Ogni essere umano
può ormai sapere di essere in Gesù, Verbo incarnato,
oggetto di un amore sconfinato da parte del Padre celeste.
3. Un ulteriore contributo alla conoscenza di questo mistero ci
è offerto dalla prima Lettura, tratta dal Libro della Genesi.
Dio chiede ad Abramo il sacrificio del figlio: "Prendi tuo
figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio
di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò"
(Gn 22,2). Col cuore a pezzi, Abramo si dispone ad eseguire l'ordine
di Dio. Ma quando sta per calare sul figlio il coltello del sacrificio,
il Signore lo ferma e per mezzo di un angelo gli dice: "Non
stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora
so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico
figlio" (Gn 22, 12).
Attraverso le vicende di una paternità umana sottoposta
ad una drammatica prova, viene qui rivelata un'altra paternità,
quella basata sulla fede. E' proprio in virtù della straordinaria
testimonianza di fede, offerta in quella circostanza, che Abramo
ottiene la promessa di una numerosa discendenza: "Saranno
benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra,
perché tu hai obbedito alla mia voce" (Gn 22, 18).
Grazie al suo incondizionato affidarsi alla Parola di Dio, Abramo
diventa il padre di tutti i credenti.
4. Dio Padre "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo
ha dato per tutti noi" (Rm 8,32). Abramo con la sua disponibilità
ad immolare Isacco, preannuncia il sacrificio di Cristo per la
salvezza del mondo. L'esecuzione effettiva del sacrificio, che
ad Abramo fu risparmiata, si avrà con Gesù Cristo.
E' Lui stesso ad informarne gli Apostoli: scendendo dal monte
della Trasfigurazione, Egli ordina loro di non raccontare quanto
hanno visto, prima che il Figlio dell'uomo sia risuscitato dai
morti. L'evangelista aggiunge: "Ed essi tennero per sé
la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare
dai morti" (Mc 9, 10).
I discepoli hanno intuito che Gesù è il Messia e
che in Lui si realizza la salvezza. Ma non riescono a comprendere
perché parli di passione e di morte: non accettano che
l'amore di Dio possa nascondersi dietro la Croce. Eppure, là
dove gli uomini vedranno solo una morte, Dio manifesterà
la sua gloria risuscitando il Figlio suo; là dove gli uomini
pronunceranno parole di condanna, Dio compirà il suo mistero
di salvezza e di amore verso il genere umano.
E' la lezione che ogni generazione cristiana deve tornare ad imparare.
Ogni generazione: anche la nostra! Sta qui la ragione del nostro
cammino di conversione in questo tempo singolare di grazia. Il
Giubileo illumina tutta la vita e l'esperienza degli uomini. Anche
la fatica e la pesantezza del lavoro quotidiano ricevono dalla
fede nel Cristo morto e risorto una nuova luce di speranza. Si
rivelano come elementi significativi del disegno di salvezza che
il Padre celeste sta attuando mediante la Croce del Figlio.
5. Forti di questa consapevolezza, cari artigiani, voi potete
ridare forza e concretezza a quei valori che da sempre caratterizzano
la vostra attività: il profilo qualitativo, lo spirito
di iniziativa, la promozione delle capacità artistiche,
la libertà e la cooperazione, il rapporto corretto tra
la tecnologia e l'ambiente, l'attaccamento alla famiglia, i rapporti
di buon vicinato. La civiltà artigiana ha saputo costruire,
in passato, grandi occasioni di incontro tra i popoli ed ha consegnato
alle epoche successive sintesi mirabili di cultura e di fede.
Il mistero della vita di Nazaret, di cui san Giuseppe, patrono
della Chiesa e vostro protettore, è stato il custode fedele
e il saggio testimone, è l'icona di questa mirabile sintesi
tra vita di fede e lavoro umano, tra crescita personale ed impegno
di solidarietà.
Carissimi artigiani, siete venuti quest'oggi per celebrare il
vostro Giubileo. Possa la luce del Vangelo illuminare sempre più
la vostra quotidiana esperienza lavorativa. Il Giubileo vi offre
l'occasione di incontrare Gesù, Giuseppe e Maria, entrando
nella loro casa e nell'umile officina di Nazaret. Alla singolare
scuola della Santa Famiglia si apprendono le realtà essenziali
della vita e si approfondisce il significato della sequela di
Gesù. Nazaret insegna a superare l'apparente tensione tra
la vita attiva e quella contemplativa; invita a crescere nell'amore
della verità divina che irradia dall'umanità di
Cristo e ad esercitare con coraggio l'esigente servizio della
tutela di Cristo presente in ogni uomo (cfr Redemptoris custos,
27).
6. Varchiamo, dunque, in ideale pellegrinaggio, la soglia della
casa di Nazaret, la povera abitazione che avrò la gioia
di visitare, a Dio piacendo, la prossima settimana, nel corso
del mio pellegrinaggio giubilare in Terra Santa. Soffermiamoci
a contemplare Maria, testimone dell'attuazione della promessa
fatta dal Signore "ad Abramo ed alla sua discendenza per
sempre" (Lc 1, 54-55).
Sia Lei, insieme a Giuseppe, suo casto sposo, ad aiutarvi, cari
artigiani, a restare in costante ascolto di Dio, unendo preghiera
e lavoro. Essi vi sostengano nei vostri propositi giubilari di
rinnovata fedeltà cristiana, e facciano sì che,
mediante le vostre mani, si prolunghi in qualche modo l'opera
creatrice e provvidente di Dio.
La Santa Famiglia, luogo dell'intesa e dell'amore, vi aiuti ad
essere capaci di gesti di solidarietà, di pace e di perdono.
Sarete così annunciatori dell'infinito amore di Dio Padre,
ricco di misericordia e di bontà verso tutti. Amen.
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