di JAE SUK LEE
Eroe del movimento per l'indipendenza dell'India, nacque il 12
ottobre 1869 nella penisola di Kathiawar in una famiglia appartenente
alla casta di vaishaya (commercianti), ereditò la rettitudine
dal padre e la religiosità dalla madre, la quale osservava
i digiuni previsti dal calendario induista. Crescendo, si era
profondamente convinto della fede, definendosi seguace della "Legge
Eterna e Permanente" (Sanatama Dharma), l'ordine che regge
ogni cosa e che attribuisce a ciascuno un compito.
Tale Legge Eterna non è quella predicata dai sacerdoti
bramani; piuttosto, come presenza di Dio, risiede nel profondo
del cuore e nella coscienza dell'uomo ed è sempre rapportata
al senso morale e alla ragione: per questo Gandhi, pur accettando
i Veda come testi ispirati, sfida la loro autorità, rifiutando
qualunque interpretazione contraria alla sua coscienza e al suo
senso morale. Nel 1888 partì per Londra per studiare giurisprudenza
con l'obiettivo di rimanere nel mondo inglese, ma non riuscì
ad inserirsi, decidendo ben presto di cambiare atteggiamento.
In questo periodo, per la prima volta, si incontrò con
il testo in lingua inglese della Bhagavad-Gita, rimase affascinato,
e da quel momento cercò di memorizzarlo ogni mattina mentre
faceva il bagno; affrontò anche la lettura della Bibbia,
rimanendo colpito in modo speciale dal "Discorso della Montagna"
di Gesù. Terminati gli studi e tornato in India nel 1891,
cominciò ad esercitare la professione d'avvocato. Nello
stesso anno 1891 partì per l'Africa del Sud per difendere
i diritti sociali degli immigrati indiani contro la discriminazione
razziale esercitata dai bianchi; ritornò in India nel 1915
e cominciò nel Congresso Nazionale Indiano la sua lotta
per l'indipendenza dall'occupazione britannico-inglese: fu la
sua più importante azione, durata fino al 15 agosto 1947,
data in cui l'India raggiunse l'indipendenza. Morì il 30
gennaio dell'anno successivo, assassinato da un fanatico indù
durante un incontro di preghiera. I due principi fondamentali
della vita di Gandhi sono quello della "Non-violenza"
(Ahimsa) e quello dell'"Impresa della Verità"
(Satyagraha), legati l'uno con l'altro: essi sono radicati nella
convinzione o certezza dell'esistenza di Dio, il quale altro non
è che Verità. Nella sua logica, Gandhi preferiva
definire Dio più spesso Verità piuttosto che Amore
(anche se tale definizione non manca), perché mentre il
secondo non viene inteso da tutti nello stesso modo, la prima
ha un significato chiaro ed universale, comprensibile sia nella
prospettiva del monoteismo, che in quella del politeismo e del
panteismo. L'intera vita di Gandhi è stata una ricerca
della Verità mediante la non-violenza: egli stesso era
convinto di aver ricevuto la missione di diffonderne lo spirito,
che consiste nell'affermazione secondo la quale Dio non vuole
che nessun uomo venga ucciso e trattato male. Si possono trovare
le origini della spiritualità della non-violenza nelle
più antiche sacre scritture indù, come ad esempio
Aruneya Upanisads, Yajnavalkyasmriti, Bhagavad-Gita e Mahabharata
ecc.; si può inoltre riscontrare nella pratica della nonviolenza
un notevole influsso del Giainismo, del Buddhismo e anche del
"Discorso della Montagna" di Gesù; lo stesso
Gandhi confessa: "Benché non possa pretendere di essere
un cristiano nel senso settario, l'esempio delle sofferenze di
Gesù è un fattore nella composizione della mia fede
immortale nella non-violenza
Gesù sarebbe vissuto
e morto invano se non ci avesse insegnato a regolare la nostra
vita intera secondo la legge eterna dell'Amore" (Harijan,
1939).
Ahimsa non è un atteggiamento passivo, ma forza attiva,
anzi, la più grande forza a disposizione dell'umanità.
Quella della distruzione non è una legge umana e ogni delitto
od offesa commessa o inflitta nei confronti di altri, non importa
per quale causa, è un crimine contro l'umanità.
La non-violenza è la legge dell'amore universale che regola
la vita e l'esistenza umana, attraverso di essa l'uomo può
realizzare il "vero-io": l'originalità di Gandhi
consiste nell'aver applicato tale legge alla sfera sociale e politica.
La fede in Dio è indispensabile per dedicarsi a questo
principio, perché esso presuppone la coraggiosa sopportazione
delle sofferenze e dei sacrifici, perfino la disponibilità
a morire, costringendo cosi l'avversario a cambiare la propria
opinione. Tale atteggiamento può essere esercitato da tutti
in qualsiasi circostanza della vita quotidiana.
Il secondo principio, Satyagraha, è quello della non-violenza
in azione, intesa come sopportazione senza ira, senza reazione,
senza odio, al contrario con amore positivo e sempre pacifico,
vera e propria arma morale e spirituale fondata sulla coscienza
della superiorità della forza di Dio che è Verità.
Ogni ingiustizia è un offesa a Dio: lo scopo di Satyagraha
consiste nel rifiutare compromessi con ciò che è
ingiusto e malvagio, nel riparare le ingiustizie e nel rivendicare
dei diritti, attraverso il suggerimento di due azioni, la "non-cooperazione"
e la "disobbedienza civile", intesi come mezzi di resistenza
passiva. Gandhi insiste anche sulla necessità del controllo
di sé, sulla purificazione dell'istinto sessuale, proponendo
che il rapporto sessuale sia praticato solo in funzione della
procreazione.
Il digiuno viene considerato un mezzo per realizzare il cambiamento
del cuore nell'avversario: con uno di questi digiuni, durato ben
145 ore con grave minaccia per la sua stessa sopravvivenza, ultima
arma del suo Satyagraha insieme alla preghiera costante, Gandhi
aveva ottenuto il consenso dai brahmani all'apertura dei templi
indù anche agli "intoccabili", e aveva piegato
la volontà del governo inglese alla concessione dell'indipendenza
all'India. Essendo un vero uomo di Dio in tutta la sua vita, ne
sperimentò con tutto il suo essere la presenza; nell'intimo
del cuore percepì un'unione mistica, un "vedere faccia
a faccia" che gli permise di allargare l'orizzonte: quello
in cui crede in un Dio unico e universale, chiamato in diversi
nomi secondo le diverse tradizioni religiose, sia l'Allah dell'Islam
o il Dio dei cristiani. È un Dio personale per coloro che
hanno bisogno della sua presenza, incorporato per coloro che hanno
la necessità del suo tocco. Alla fin fine è essenza
pura.
Secondo Gandhi ogni religione ha contribuito all'evoluzione umana:
le grandi confessioni del mondo sono come rami di un albero, ognuno
dei quali è ben distinto dall'altro, ma possiede le medesime
radici: il Cristianesimo è per lui una delle grandi religioni,
ma non l'unica autentica per la salvezza; ciò non toglie
la meraviglia con la quale osservava i cristiani che seguivano
fedelmente Gesù, desiderando conoscere da dove giungeva
ad essi quell'energia e quell'amore. Ammirava Gesù, ritenendolo
il più luminoso e realizzato modello della non-violenza
nonché come uno dei più importanti maestri della
storia dell'umanità, ma non lo considerava il Figlio di
Dio. L'insegnamento di Gesù ha un immenso valore morale,
anche se Gandhi non considerava la Bibbia come la parola finale
di Dio, anzi per certi versi la riteneva incompleta e a tratti
persino inaccettabile dal punto di vista etico.
Essendo inoltre fortemente convinto della necessità di
una coerenza tra la vita e la fede, Gandhi criticò alcuni
atteggiamenti missionari non autentici, ritenendo che l'unica
predicazione efficace è quella di una vita virtuosa. In
certe occasioni aveva anche affermato che Gesù era un asiatico,
che il suo messaggio era stato diffuso con molti mezzi, ma il
suo messaggio era stato distorto per colpa dell'imperatore di
Roma, che l'aveva di fatto trasformato nel fondamento di una fede
imperialista. In ogni caso, Gandhi aveva un forte rispetto delle
altre religioni considerando ciascuna come la propria, e la sua
spiritualità una vera una "sfida" per i cristiani
di oggi, invitati al dialogo interreligioso, cui i principi del
Mahatma contribuiscono in modo eminente: teologia asiatica e inculturata;
rinnovamento spirituale dei cristiani nella dimensione della nonviolenza
e recupero del pieno e radicale senso della croce; infine la riscoperta
del vero significato della missione cristiana nel mondo non occidentale.
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