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Le grandi religioni >> Conosciamole >> Induismo
I MOLTI VOLTI DELL'INDUISMO

di JAE SUK LEE
docente di Storia delle Religioni Orientali presso le Università Gregoriana e Lateranense

L'Induismo, come del resto le altre religioni arcaiche nazionali, non ha una figura di fondatore, non possiamo precisare il momento della sua origine, non ha una visione unitaria per quanto concerne l'accettazione di alcune dottrine su Dio, sull'anima, sulla reincarnazione, sulle via della salvezza ecc. e quindi non esiste in quanto corrente religiosa unica. Per questo oggi gli studiosi preferiscono parlare di "religioni indiane" o "religioni indù" per indicare la varietà di forme nate all'interno delle differenti culture indiane, come dimostrato dallo stesso termine "Induismo" (Induismo = religione degli abitanti dell'India, indù). Considerato tutto questo, fanno parte del sistema religioso e culturale tradizionalmente definito come "Induismo" tutti gli insegnamenti dottrinali e religiosi che si sono diffusi tra i popoli dell'India fra i quali quelli basati sui Veda e gli Upanishad, poi il Vishnuismo, Shivaismo, Purana (dal nome di una serie di specifici testi), Sikhismo, movimenti riformiste e rinascita dell'Induismo, e perfino Buddhismo e Giainismo, anche se considerati eretici rispetto alle correnti induiste principali. I contenuti sono molto vari e comprendono sia elementi ariani che indigeni, come si pub constatare nella venerazione del "linga" e "sakti". Vari anche i riti, gli obblighi religiosi, i costumi e le abitudini determinati dal complesso sistema delle caste. La parola "Induismo" dunque altro non è che un'etichetta imposta dall'esterno: in realtà si tratta di un vero e proprio "museo" di religioni, con un filo conduttore che attraversa culture e secoli diversi. È da precisare comunque che in senso stretto la parola "Induismo" indica la terza e ultima fase di sviluppo nella storia delle religioni dell'India, che si svolge dopo il Vedismo (1500-900 a.C. circa) e il Brahmanismo (900-400 a.C. circa). A partire dal VI secolo a.C. inizia il declino della più arcaica religione dei Veda, si innesca un processo di trasformazione determinato anche dalla contaminazione con la religiosità popolare: ne deriva una forma che raccoglie in continuità ideale l'esperienza antica e quella nuova e che genera così il sentimento religioso e la fede monoteistici, pur non venendo indebolita l'esuberanza della sorgente divina manifestata in forme innumerevoli. L'Induismo coinvolge l'80-85% della popolazione dell'India: non si diventa indù, ma si nasce in questo contesto socio-culturale.

LA STORIA
La prima fase dell'Induismo (circa 1500-800 a.C.): religione vedica
Intorno al XIII secolo a.C., gli ariani invasero l'India da Nord a Sud, stabilendosi nel Punjab e creando la religione dei Veda, nella quale il culto aveva un ruolo di primo piano per stabilire un rapporto con le divinità.
Con il tempo i riti divennero sempre più complessi cosicché, circa tra il decimo e l'ottavo secolo, si formarono le quattro collezioni di testi sacri chiamati Veda (parola che in sanscrito significa "sapere" o "conoscenza"):
Rig Veda, il più antico ed importante, composto da più strofe (chiamate ric o rik) tratta di mitologie, inni, soprattutto sacrifici, riti e cerimonie;
Yajur Veda tratta di formule sacrificali, funzioni religiose, cerimoniali, e doveva essere recitato a bassa voce da chi era preposto all'offerta dei sacrifici;
Sama-Veda, dedicato alle melodie e composto di versi da cantare;
Atharva-Veda raccoglie inni di tipo magico-religioso, suggerisce alcuni metodi per lo sviluppo delle facoltà e dei poteri super normali.

La seconda fase
La seconda fase: il Brahmanismo (1000-800 a.C.) e Upanishad (900-400 a.C). Dopo essersi stabilizzati nella vita sedentaria ed agricola, gli indo-ariani cominciarono ad edificare la cultura e la religione del Brahmanismo, il cui nome deriva dai brahmani, i sacerdoti di Brahman, l'Assoluto, lo Spirito universale, l'energia cosmica, il datore di vita.
Il sacrificio era l'atto principale del culto, a partire dal quale veniva rielaborata l'esegesi sacerdotale dei temi religiosi e rituali: la classe sacerdotale era divenuta così molto potente, ed i brahmani venivano venerati come divinità, raggiungendo il più alto livello della società e cominciando a dominare gli altri, fenomeno dal quale in breve deriverà la strutturazione delle caste. Dal sesto secolo si verifica una tendenza di reazione religiosa all'eccessivo ritualismo del Brahmanismo, vissuto in modo meccanico: i saggi si ritirarono così nelle foreste per cercare il senso della vita e la verità assoluta nella meditazione profonda ed il frutto di questa elaborazione filosofica, religiosa e mistica si trova nelle Upanishad (termine sanscrito che significa "stare seduti devotamente vicino"), trasmissione di una conoscenza segreta redatta circa tra il IX-VIII ed il VI secolo. I due temi essenziali delle Upanishad sono l'Assoluto (Brahman) e lo spirito umano (Atman). L'Assoluto (Brahman) è la potenza che domina tutto, anzi il principio creatore, forza creatrice che mantiene l'universo e il fondo primordiale di ogni realtà. Esso si trova in fondo all'anima, e non potrà essere altro che il mio "sé" (Atman), cosicché le Upanishad introducono una sorta di "svolta antropologica" affermando una salvezza non riservata soltanto ai brahmani, ma a tutti, oltre ogni demarcazione di classe e di casta, comprese anche le donne, a condizione di realizzare l'unione con l'Unica Verità mediante la "Via della conoscenza". Pur facendo parte della tradizione vedica e di Brahman, sono da una parte considerate come l'esito del pensiero di "eretici", dall'altra vengono chiamate anche con il nome "Vedanta" (fine dei Veda), da chi le ritiene il completamento dei Veda nei sistemi dottrinali, oltreché testimonianza della più importante corrente filosofica induista. Pur essendo riscontrabile qualche contraddizione, nelle Upanishad convergono due correnti: la prima "non dualista" afferma che la sapienza e l'intuizione spirituale conducono fino all'immersione nell'Assoluto, la seconda, "teista", afferma che il mezzo attraverso il quale si può raggiungere l'unione intima col Dio supremo personale è soltanto l'amore dello stesso Dio. In ogni caso si intensifica in questa fase la libera interpretazione dei Veda, cosicché le filosofie religiose di Upanishad hanno contribuito allo spostamento dal Vedismo e Brahmanismo all'Induismo.

Terza fase dell'Induismo: mescolanza con la religiosità popolare degli indù
(400 a.C. circa-1750 d.C.)

Trasferendosi verso la seconda metà del Gange, gli Indo-ariani dovevano inculturare la loro religione nel contesto delle varie tribù indigene sospinte verso sud dalla loro invasione. Grazie all'attività commerciale in quel periodo fiorente, era cresciuta la potenza di caste più basse, le quali avevano cominciato ad assumere la posizione prima occupata dai brahmani, la classe sacerdotale in quel momento decisamente in crisi. In ambito religioso si andava intensificando la tendenza a mescolare gli elementi ariani con quelli indigeni, fatto questo che rese di nuovo viva la pietà popolare nei confronti di varie divinità tra le quali Brahma, Vishnu e Shiva. Era venerata anche l'energia creatrice Sakti e con esso la dea femminile consorte di ciascuna delle principali divinità, soprattutto nelle regioni dove c'era una forte struttura matriarcale. Questo culto si basava sulla religiosità arcaica, risalente al 3000 a.C. e caratterizzata dalla venerazione dell'anima dell'albero, del padre eterno e della madre terra.
Un aspetto caratterizzante di questa fase è quello del bhakti (che vuol dire letteralmente "partecipazione") che indica la partecipazione affettiva e la devozione amoroso e emotiva dell'uomo nei confronti del divino, espressa da un desiderio appassionato di unione con il Signore. Anche se potenzialmente tale concezione di bhakti verso un Dio personale esisteva già in alcuni inni vedici, si riscontra in modo esplicito nella Bhagavad Gita (200 a.C.), originariamente frammento dell'epopea eroica del Mahabharata. Sono forme di approccio al divino più semplici rispetto a quella via verso la conoscenza suprema che era riservato all'élite intellettuale, dalla quale ha avuto origine l'Induismo. Le tre già citate divinità importanti di questa epoca, Brahma (creatore), Vishnu (conservatore) e Shiva (distruttore), rappresentano il ciclo cosmico e sono alla base di varie correnti, all'interno delle quali si sono sviluppate numerose scuole e sono stati elaborati diversi testi sacri: il fatto che ciascuno venera la propria divinità come l'Unico Signore del mondo non impedisce né porta a mettere in dubbio l'esistenza delle altre, considerate subordinate rispetto alla propria suprema.
1) Brahma, personificazione maschile del Brahman (Assoluto, Spirito dell'Universo), è considerato il creatore. Essendo trascendente, non interviene nella storia umana, per questo motivo è raro un culto dedicato esclusivamente a Lui: non c'è un santuario indipendente, anche se il centro della sua venerazione è nel santuario di Puskar, presso Ajmer.
2) Vishnu, personificazione della forza penetrante dei raggi del sole è una divinità molto venerata dalla gente per la sua misericordia che provvede alla residenza sicura degli uomini. Anche se nei Veda occupa un ruolo secondario, per i vishnuiti Egli è il dio Assoluto, mentre ci sono diverse avatara (in sanscrito significa "discesa"), cioè incarnazioni dello stesso Vishnu nella sua funzione di reggere e ristabilire l'ordine del mondo: quando il cosmo e gli uomini sono minacciati, Vishnu discende infatti dal cielo alla terra sotto forma visibile (attraverso
una incarnazione) per mostrare la retta via della salvezza. Secondo la fede induista rappresentata dalla teologia degli avatara, Vishnu si è "incarnato" sotto forma di nove avatara e si incarnerà ancora una volta in futuro: il Pesce, la Tartaruga, il Cinghiale, l'Uomo-Leone, il Nano, Rama con l'ascia, l'eroe Rama, l'eroe Krishna, il Buddha, e Kalkin, "il salvatore" futuro. Tra questi sono maggiormente venerati Rama, personificazione dell'uomo ideale, e Krishna, divinità originariamente protettrice delle greggi, in lui uniscono i caratteri di eroe combattente e dio dell'amore, che insegna l'immoralità dell'anima, la via della fede e della fiducia oltre che dell'amore che si dona. La figura di Krishna bambino (Bala Krishna) è venerata come potenza contro ogni forma di malefici e i demoni. Il movimento moderno degli Hare Krishna prende il proprio nome da questa divinità.
3) Anche Shiva come Vishnu assume aspetti indigeni ed ariani e diventa oggetto di fede
ardente nell'Induismo. Dai Shivaiti è considerato personificazione dell'Assoluto (Brahman) e viene chiamato anche Mahashiva (il grande dio) e Mahasvara (grande Signore) e con altri 1008 nomi diversi. Divinità dalla doppia faccia viene riconosciuto in lui il principio distruttore del dio delle tenebre e al tempo stesso quello rigeneratore del mondo del dio benefico; dispensatore di morte e di rinascita, nel suo aspetto distruttore viene associato alle figure terrificanti di Mahakala (il Grande nero), Ugra (il possente), Bhairava (il terrore) ecc.
Viene chiamato anche "re della danza" perché crea il mondo danzando. Gli yogin lo venerano come divinità ascetica in profonda meditazione e concentrazione sulle montagne dell'Himalaya: per unirsi a lui, i fedeli che vogliono conseguire la salvezza devono esercitare lo yoga e la vita ascetica. Nel pantheon indù non manca neppure in questo caso la presenza di una divinità femminile, collegata al concetto di Sakti (energia, forza, potenza), l'energia eterna di Dio che crea, conserva e vivifica tutte le cose: Vishnu ha la sua Laksmi, Dea dell'armonia e Brahma la sua Sarasvati, la dea della sapienza, protettrice delle scienze e dell'arte. Il culto di questa divinità femminile è considerato in se stesso come manifestazione dell'energia creativa oltre che principio dinamico di divinità paterna e maschile nella forma materna e femminile. L'adorazione del linga (segno del sesso maschile) è inseparabile dalla Sakti di Shiva per evidenziare il carattere procreatore; il simbolo del linga è al centro dei santuari shivaiti, talvolta associato alla yoni (segno del sesso femminile) o matrice: è da questa forma di venerazione che all'interno del culto induista si sviluppa lo saktismo. Accanto alla fioritura della religiosità popolare in modo speciale in rapporto a Shiva, si approfondisce un'elaborazione filosofica e religiosa, la cui corrente più specificamente speculativa si riscontra nella scuola detta "vedanta", il cui il più importante rappresentante fu Sankara (788-820). Essendo questi membro di una famiglia di brahmani, tende ad armonizzare la linea di Upanishad (nondualismo, advaita: identificazione di Atman con Brahman) con la venerazione di varie divinità della religiosità popolare.
Se è vero che nella religiosità indiana è valido tutto come il suo contrario, generalmente vengono tuttavia elencati almeno quattro elementi comuni che costituiscono l'essenza del cammino salvifico. Per gli indù la somma felicità coincide con la salvezza intesa come liberazione (moksha) dal ciclo delle rinascite (samsara), dovute all'accumulo dell'attaccamento egoistico (karma), all'interno di una norma universale e concreta (dharma). L'Induismo suggerisce diverse vie, a seconda delle capacità e del carattere della persona, per liberarsi (moksha) dalla reincarnazione e dal karma. L'indicazione di queste vie, che si possono percorrere mediante esercizi fisici e spirituali e che vengono chiamate marga o yoga, dipende dalla visione del mondo propria ad ogni scuola e corrente.

L'ultima fase. Induismo moderno: movimento riformista (1750-1885) e rinascita dell'Induismo (1885-oggi)
Questa fase abbraccia tempi più recenti e comprende anche gli attuali, caratterizzati da una contiguità del Brahmanismo, della spiritualità delle Upanishad e della religiosità popolare, quest'ultima collegata al tempio, ai pellegrinaggi cultuali, alle tradizioni familiari e soprattutto all'amore di fede (bhakti) e di fiducia nei confronti delle varie divinità: in questo atto di devozione amoroso (bhakti) si trova la vera e genuina anima dell'Induismo. Nell'Induismo contemporaneo accade spesso che le persone si riuniscano intorno ad un guru (uomo o donna) per trovare in lui una guida spirituale capace di condurre alla salvezza; questa tipologia di missione salvifica si riscontra - soprattutto in forma associata - anche in Occidente.

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