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Prima che il fenomeno della globalizzazione invadesse
i media e diventasse problema, la Chiesa, cattolica per sua stessa
costituzione, ha vissuto ed agito sempre con la coscienza che i
popoli formano l'unica famiglia umana. Da Gerusalemme i discepoli
si sono sparsi nel mondo intero, fino agli estremi confini della
terra. Le comunità cristiane generate dalla Parola del Vangelo
hanno vissuto in stretto contatto e si sono confrontate con tutte
le culture e religioni. Non poche volte si sono aricchite vicendevolmente,
in una osmosi di valori, che erano
comuni. Ma qualche volta c'è stata contrapposizione e conflitto:
Ebraismo e Cristianesimo, Ebraismo e Islam, Induismo e Buddhismo.
La lotta tra le religioni è stata e continua ad essere un
triste fenomeno che ha scritto pagine di sangue. Il pluralismo religioso
oggi non è avvertito, come un tempo, solo da quelli che per
qualunque motivo espatriano e si trovano a fare i conti con culture
ed religioni differenti dalle proprie.
La globalizzazione che stiamo vivendo non è solo economica,
ma culturale e religiosa. Pensare ad una omogeneità etnica,
culturale e religiosa non è più possibile. La nostra
esperienza quotidiana di cittadini italiani e di credenti cristiani
afferma il contrario. In Italia, a fianco alle chiese cattoliche
trovi moschee, comunità buddhiste e induiste. Lo stesso calendario
delle festività e osservanze religiose poco alla volta diviene
sempre più variegato.
Davanti a questa nuova fase dell'umanità e della nostra società
siamo subito tentati di mettere in atto un meccanismo di difesa
della nostra cultura e della nostra religione. Qualche volta questa
nuova realtà genera paura, che giunge in certi settori della
società fino all'intolleranza. Ed è facile in questi
giorni, in cui ancora una volta, sotto pretestuosi motivi religiosi,
si è innescato un clima di violenza.
Non è chiudendo gli occhi alla realtà, che si possa
realizzare una pacifica convivenza, e una cooperazione tra i popoli
per il bene comune di tutta l'umanità. L'ignoranza crea sempre
pregiudizi e semina odio.
L'iniziativa di offrire un dossier sulle grandi religioni dell'umanità
vuole prima di tutto rispondere al bisogno di conoscere chi sono
gli altri e che cosa c'è negli altri (Redemptor Hominis).
È questa la condizione necessaria per imparare a rispettare
gli altri, e per evitare che nel nome di una cultura, e peggio,
di una religione, si riaccenda lo spirito della guerra, che non
ha mai portato alcun risultato positivo.
Per noi cristiani, il dovere di conoscere le religioni e le culture
differenti dalle nostre è funzionale all'impegno pastorale
e missionario. Prima di tutto è necessario conoscere i messaggi
religiosi delle altre fedi, per scoprire le meraviglie che lo Spirito
Santo opera nell'umanità e per arricchirsi, anche dalla testimonianza
di uomini religiosi, di valori spirituali, che forse nella nostra
civiltà tecnologica, abbiamo trascurato.
Allo stesso tempo, però, è necessario anche rendersi
conto che gli sforzi solamente umani di conquistare il cielo, come
fanno le religioni non cristiane, sono come tentativi titanici,
che protendono invano le mani al cielo. E in questo cammino religioso
vi possono essere oggettivamente deviazioni, che offendono gravemente
la dignità umana e la stessa concezione di Dio.
In questo momento storico, che si caratterizza per la mancanza di
valori, è facile trovare rifugio in uno spiritualismo esotico,
per trovare la tranquillità della mente e dare un senso alla
vita. Per questa ragione, molti giovani, specialmente dai Paesi
occidentali, e da quelli tecnicamente avanzati dell'Asia, quali
il Giappone, si portano in India, presso gli ashrams, per essere
introdotti alle tecniche della meditazione trascendentale.
Ma la conoscenza delle religioni è indispensabile oggi per
gli operatori pastorali. I problemi posti ai parroci, quali le domande
sul valore salvifico delle religioni non cristiane, e la complessa
problematica circa i matrimoni misti e i luoghi di culto, non sono
semplici, e non possono essere affrontati solo con un certo tollerante
buonismo. Già sono stati fatti errori gravi a riguardo.
Ma è sul versante dell'evangelizzazione ai non cristiani
che la conoscenza delle religioni non cristiane è indispensabile.
Se la Chiesa dovrà realizzare il programma delineato dalla
Cei, essa ha il dovere di annunciare il Vangelo anche ai fedeli
delle altre religioni presenti in Italia. L'evangelizzazione è
fatta di annuncio del Vangelo, capace di purificare, salvare, completare
gli aspetti positivi esistenti in essi. Ma l'evangelizzazione passa
anche attraverso la via del dialogo, attraverso cui si tende a stabilire
un rapporto di amicizia e di futura speranza, come ebbe a dire Giovanni
Paolo II nel primo incontro interreligioso ad Assisi.
Così la presentazione delle religioni non nasce da una moda
di curiosità, ma risponde al rilancio dell'attività
missionaria per questo inizio di secolo, auspicato da Giovanni Paolo
II. |
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