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Martirologio della Chiesa contemporanea |
Africa: dove il
martirio è quotidiano |
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I conflitti scoppiati in Rwanda nel 1994, in concomitanza
col Sinodo africano, si sono estesi ad altre regioni dell'Africa,
dimostrando, che il martirio non è un fatto occasionale nella
Chiesa africana, ma è la sua situazione naturale. L'abbondante
contributo dato al martirologio anche "ecumenico" è
un segno inequivocabile di vitalità.
E se la fede è un bene che vale la vita, coloro che sono
morti hanno il diritto di essere onorati e venerati, comprese quella
mamme fuggite con i figli legati sulla schiena nella speranza di
trovare scampo accanto agli altari delle chiese di Kigali, e tutti
quelli sfuggiti all'attenzione degli Acta martyrum. Il martirologio
non può limitarsi ad una lista di nomi, luoghi e date. Sarebbe
il caso di dire, con S. Giovanni che il mondo non potrebbe contenere
tutti i libri. Il martire è un Cristo che muore in croce
per salvare i fratelli.
Ma è urgente che la Chiesa Africana non lasci cadere la memoria
dei suoi martiri per essere in grado di scrivere la sua storia e
testimoniare il vangelo alle future generazioni di credenti. In
questo è favorita dalla sua stessa cultura, che ricorda e
venera gli antenati. A cominciare da Felicita e Perpetua, schiava
e padrona africane, e passando attraverso i martiri dell'Uganda
bruciati vivi nel 1885, beatificati nel 1920 e canonizzati nel 1964
da Paolo VI, si arriva alle stragi di missionari e missionarie,
ad opera dei Simba, nel Congo in rivolta. Chi non ricorda Kongolo
(1962), Kisangani e Wamba (1964), Watsa (1964), Bafwasende (1964),
Stanleyville (1964), Buta (1965).
Il martirologio africano è folto anche di vescovi. Tre nomi
per tutti: mons. Claverie, ucciso da un'autobomba il 1° agosto
1996 a Orano (Algeria); Mons. Ruhuna, ucciso a Gitega (Burundi),
il 9 settembre 1996; mons. Ngabo, caduto a Bukavu (est della R.
D. del Congo) il 29 ottobre 1996.
L'uccisione di vescovi, sacerdoti, missionari e missionarie, catechisti
e fedeli, avviene ormai con la scansione della goccia che cade dalla
grondaia. Solo per restare agli ultimi tempi il 1999 si è
aperto con l'uccisione a Huamba (Angola), in gennaio, del sacerdote
diocesano don Albino Saluhaku con due suoi catechisti e con la morte
a Freetown (Sierra Leone) dell'indiana sr. Maria Aloysius, della
kenyota Carmeline e di sr. Swewa del Bangladesh. Ogni mese ha avuto
i suoi martiri, fino all'uccisione in novembre del prete diocesano
Georges Kakuja nel Congo ex-Zaire.
Anche il 2000 è iniziato sotto il segno del sangue: il 6
febbraio la congolese sr. Marie-Odette è stata uccisa in
Centrafrica da un gruppo di banditi, mentre la settimana successiva
veniva ucciso il giovane sacerdote zairese Remis Pepe. L'evangelizzazione
dell'Africa si comprende solo alla luce di una vita cristiana comunitariamente
vissuta in cui sono incluse le testimonianze d'amore fino alla morte.
A tutti questi testimoni della fede va la riconoscenza della comunità
dei credenti. A Guiua (Mozambico) 24 croci ricordano il gruppo di
catechisti uccisi il 23 marzo 1992 mentre seguivano un corso di
formazione. P. Francesco Lerma, missionario della Consolata, che
li ha conosciuti e li stava formando, assicura che il loro martirio
non è stato vano: altri catechisti, sul loro esempio, guidano
oggi le comunità nella preghiera domenicale, nello spiegare
la parola di Dio, nel consigliare i dubbiosi e nel preparare i catecumeni
al battesimo. |
| G.T. (5 maggio 2000) |
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