L'OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
1. "Ascolta, Israele!" (Dt 6,3.4).
La parola di Dio, in forma solenne e nello stesso tempo amorevole,
ci ha rivolto poc'anzi l'invito ad "ascoltare". Ad ascoltare
"oggi", "ora"; e a farlo non singolarmente
o privatamente, ma insieme: "Ascolta, Israele!".
Questo appello giunge stamani in modo particolare a voi, Governanti,
Parlamentari, Politici, Amministratori, convenuti a Roma per celebrare
il vostro Giubileo. Tutti saluto cordialmente, con uno speciale
pensiero per i Capi di Stato presenti tra noi.
Nella celebrazione liturgica si attualizza, qui ed ora, l'evento
dell'Alleanza con Dio. Quale risposta Dio s'attende da noi? L'indicazione
or ora ricevuta nella proclamazione del testo biblico è
perentoria: occorre innanzitutto mettersi in ascolto. Non un ascolto
passivo e disimpegnato. Gli Israeliti compresero bene che Dio
attendeva da loro una risposta attiva e responsabile. Per questo
promisero a Mosè: "Ci riferirai tutto ciò che
ti avrà detto il Signore nostro Dio e noi lo ascolteremo
e lo faremo" (Dt 5,27).
Nell'assumere questo impegno, essi sapevano di aver a che fare
con un Dio di cui potevano fidarsi. Dio amava il suo popolo e
ne voleva la felicità. In cambio, Egli chiedeva l'amore.
Nello "Shema Israel", che abbiamo ascoltato nella prima
Lettura, accanto alla richiesta della fede nell'unico Dio, è
espresso il comando fondamentale, quello dell'amore per Lui: "Tu
amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima
e con tutte le forze" (Dt 6,5).
2. Il rapporto dell'uomo con Dio non è un rapporto di paura,
di schiavitù o di oppressione; al contrario, è un
rapporto di sereno affidamento, che scaturisce da una libera scelta
motivata dall'amore. L'amore che Dio attende dal suo popolo è
la risposta a quello fedele e premuroso che Egli per primo gli
ha manifestato attraverso le varie tappe della storia della salvezza.
Proprio per questo i Comandamenti, prima che come un codice legale
e un regolamento giuridico, sono stati compresi dal popolo eletto
come un evento di grazia, come un segno della propria appartenenza
privilegiata al Signore. E' significativo che Israele non parli
mai della Legge come di un fardello, di un'imposizione, ma come
di un dono e di un favore: "Beati noi, o Israele, - esclama
il profeta - perché ciò che piace a Dio ci è
stato rivelato" (Bar 4,4).
Il popolo sa che il Decalogo è un impegno vincolante, ma
sa anche che è la condizione per la vita: Ecco, dice il
Signore, io pongo dinanzi a te la vita e la morte, cioè
il bene e il male; ti comando di osservare i miei comandi, perché
tu abbia la vita (cfr Dt 30,15). Con la sua Legge Dio non intende
coartare la volontà dell'uomo, bensì liberarlo da
tutto ciò che può comprometterne l'autentica dignità
e la piena realizzazione.
3. Mi sono soffermato, illustri Governanti, Parlamentari e Politici,
a riflettere sul senso e sul valore della Legge divina, perché
questo è un argomento che vi tocca da vicino. Non è
forse, la vostra quotidiana fatica, quella di elaborare leggi
giuste e di farle accettare ed applicare? Nel fare ciò
voi siete convinti di rendere un importante servizio all'uomo,
alla società, alla stessa libertà. E a buon diritto.
La legge umana infatti, se giusta, non è mai contro, ma
a servizio della libertà. Questo aveva intuito già
il saggio pagano, che sentenziava: "Legum servi sumus, ut
liberi esse possimus" - "Siamo servi delle leggi, per
poter essere liberi" (Cic., De legibus, II,13).
La libertà a cui fa riferimento Cicerone, tuttavia, si
situa principalmente a livello dei rapporti esterni tra cittadini.
Come tale, essa rischia di ridursi ad un congruo bilanciamento
dei rispettivi interessi, e magari dei contrapposti egoismi. La
libertà a cui fa appello la parola di Dio, invece, affonda
le proprie radici nel cuore dell'uomo, un cuore che Dio può
liberare dall'egoismo, rendendolo capace di aprirsi all'amore
disinteressato.
Non a caso, nella pagina evangelica poc'anzi ascoltata, allo scriba
che gli chiede quale sia il primo di tutti i comandamenti, Gesù
risponde citando lo "Shema": "Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta
la tua forza" (Mc 12,30). L'accento è posto sul "tutto":
l'amore di Dio non può che essere "totalitario".
Ma solo Dio è in grado di purificare il cuore umano dall'egoismo
e di "liberarlo" alla piena capacità di amare.
Un uomo dal cuore così "bonificato" può
aprirsi al fratello e farsi carico di lui con la stessa premura
con cui si preoccupa di se stesso. Per questo Gesù aggiunge:
"Il secondo (comandamento) è questo: Amerai il prossimo
tuo come te stesso" (Mc 12,31). Chi ama Dio con tutto il
cuore e lo riconosce come "unico Dio", e perciò
come Padre di tutti, non può guardare a quanti incontra
sul suo cammino che come ad altrettanti fratelli.
4. Amare il prossimo come se stessi. Questa parola trova sicuramente
eco nei vostri animi, cari Governanti, Parlamentari, Politici
e Amministratori. Essa pone oggi a ciascuno di voi, in occasione
del vostro Giubileo, una questione centrale: in che modo, nel
vostro delicato e impegnativo servizio allo Stato e ai cittadini,
potete dare adempimento a questo comandamento? La risposta è
chiara: vivendo l'impegno politico come un servizio. Prospettiva
luminosa quanto esigente! Essa non può, infatti, ridursi
a una riaffermazione generica di principi o alla dichiarazione
di buone intenzioni. Il servizio politico passa attraverso un
preciso e quotidiano impegno, che esige una grande competenza
nello svolgimento del proprio dovere e una moralità a tutta
prova nella gestione disinteressata e trasparente del potere.
D'altra parte, la coerenza personale del politico ha bisogno di
esprimersi anche in una corretta concezione della vita sociale
e politica che egli è chiamato a servire. Sotto questo
profilo, un politico cristiano non può non fare costante
riferimento a quei principi che la dottrina sociale della Chiesa
ha sviluppato nel corso del tempo. Essi, com'è noto, non
costituiscono un'"ideologia" e nemmeno un "programma
politico", ma offrono le linee fondamentali per una comprensione
dell'uomo e della società alla luce della legge etica universale
presente nel cuore di ogni uomo e approfondita dalla rivelazione
evangelica (cfr Sollicitudo rei socialis, 41). Tocca a voi, carissimi
Fratelli e Sorelle impegnati in politica, farvene interpreti convinti
e operosi.
Certo, nell'applicazione di questi principi alla complessa realtà
politica, sarà spesso inevitabile incontrarsi con ambiti,
problemi e circostanze che possono dare legittimamente adito a
diverse valutazioni concrete. Al tempo stesso, però, non
può giustificarsi un pragmatismo che, anche rispetto ai
valori essenziali e fondanti della vita sociale, riduca la politica
a pura mediazione degli interessi o, ancor peggio, a una questione
di demagogia o di calcoli elettorali. Se il diritto non può
e non deve coprire l'intero ambito della legge morale, va anche
ricordato che esso non può andare "contro" la
legge morale.
5. Ciò assume particolare rilevanza in questa fase di intense
trasformazioni, che vede emergere una nuova dimensione della politica.
Il declino delle ideologie s'accompagna ad una crisi delle formazioni
partitiche, che spinge ad intendere in modo nuovo la rappresentanza
politica e il ruolo delle istituzioni. Occorre riscoprire il senso
della partecipazione, coinvolgendo maggiormente i cittadini nella
ricerca delle vie opportune per avanzare verso una realizzazione
sempre più soddisfacente del bene comune.
In tale impegno il cristiano si guarderà dal cedere alla
tentazione della contrapposizione violenta, fonte spesso di grandi
sofferenze per la comunità. Il dialogo resta lo strumento
insostituibile per ogni confronto costruttivo, sia all'interno
degli Stati che nei rapporti internazionali. E chi potrebbe assumere
questa "fatica" del dialogo meglio del politico cristiano,
che ogni giorno deve confrontarsi con quello che Cristo ha qualificato
come "il primo" dei comandamenti, il comandamento cioè
dell'amore?
6. Illustri Governanti, Parlamentari, Politici, Amministratori,
numerosi ed esigenti sono i compiti che attendono, all'inizio
del nuovo secolo e del nuovo millennio, i responsabili della vita
pubblica. E' proprio pensando a questo che, nel contesto del Grande
Giubileo, ho voluto, come sapete, offrirvi il sostegno di uno
speciale Patrono: il santo martire Tommaso Moro.
La sua figura è veramente esemplare per chiunque sia chiamato
a servire l'uomo e la società nell'ambito civile e politico.
L'eloquente testimonianza da lui resa è quanto mai attuale
in un momento storico che presenta sfide cruciali per la coscienza
di chi ha responsabilità dirette nella gestione della cosa
pubblica. Come statista, egli si pose sempre al servizio della
persona, specialmente se debole e povera; gli onori e le ricchezze
non ebbero presa su di lui, guidato com'era da uno spiccato senso
dell'equità. Soprattutto, egli non scese mai a compromessi
con la propria coscienza, giungendo fino al sacrificio supremo
pur di non disattenderne la voce. Invocatelo, seguitelo, imitatelo!
La sua intercessione non mancherà di ottenervi, anche nelle
situazioni più ardue, fortezza, buon umore, pazienza e
perseveranza.
È l'auspicio che vogliamo corroborare con la forza del
sacrificio eucaristico, nel quale ancora una volta Cristo si fa
nutrimento e orientamento della nostra vita. Vi conceda il Signore
di essere politici secondo il suo Cuore, emuli di san Tommaso
Moro, coraggioso testimone di Cristo e integerrimo servitore dello
Stato.
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