IL DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
Carissimi Confratelli nell'Episcopato!
1. Quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum! (Sal
133, 1). La gioia del salmista, eco del giubilo dei figli di Israele,
è oggi la nostra gioia. Lo spettacolo di tanti Vescovi
riuniti insieme, da tutte le parti del mondo, non si verificava
dai tempi del Concilio Vaticano II. Il nostro odierno raduno mi
riporta con la mente a quegli anni di grazia, nei quali si sentì
forte, come fremito di una nuova Pentecoste, la presenza dello
Spirito di Dio. E' bello che il Grande Giubileo ci abbia offerto
l'occasione propizia per ritrovarci così numerosi. La comunione
fraterna che ci lega, in forza della collegialità episcopale,
si nutre anche di questi segni.
Vi ringrazio dei sentimenti di comunione che mi avete espresso
per bocca del carissimo Mons. Giovanni Battista Re, che proprio
in questi giorni, dopo anni di servizio come mio stretto collaboratore
in Segreteria di Stato, ha assunto il delicato incarico di Prefetto
della Congregazione per i Vescovi. Esprimo anche la mia gratitudine
al Cardinale Lucas Moreira Neves per il prezioso lavoro svolto,
con diligenza e saggezza, alla guida di tale Dicastero.
2. L'odierno raduno, a prima vista, potrebbe sembrare superfluo,
dal momento che ciascuno di voi si è aperto ampiamente
alla grazia del Giubileo, accompagnando i propri fedeli in vari
luoghi giubilari della Diocesi e della Nazione. Ma abbiamo sentito
il bisogno di una celebrazione, per così dire, tutta nostra,
destinata ad accrescere il nostro impegno e, prima ancora, la
gioiosa gratitudine per il dono della pienezza del Sacerdozio.
È stato come riascoltare l'invito che il Maestro un giorno
rivolse ai Dodici, segnati dalla stanchezza del lavoro apostolico:
"Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi
un po'" (Mc 6, 31). Certo, venire oggi a Roma non è
ritirarsi in un luogo solitario! In compenso, presso la Sede del
Successore di Pietro ognuno di voi può sentirsi a proprio
agio, come a casa sua, e tutti insieme possiamo vivere un'ora
di "riposo" spirituale, raccogliendoci intorno a Cristo.
Avete lasciato per un momento i vostri assilli pastorali per vivere
una pausa di interiore ricarica in un incontro speciale con quanti
portano, come voi, la sarcina episcopalis. Con questo gesto avete,
al tempo stesso, sottolineato di sentirvi membri dell'unico Popolo
di Dio, in cammino con gli altri fedeli verso l'incontro definitivo
con Cristo. Sì, anche i Vescovi, come tutti i cristiani,
sono in cammino verso la Patria ed hanno bisogno dell'aiuto di
Dio e della sua misericordia. In questo spirito siete qui ad implorare
con me la grazia speciale del Giubileo.
Possiamo così sperimentare insieme tutta la consolazione
della verità enunciata da sant'Agostino: "Per voi
sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di
un ufficio assunto, questo di grazia; quello è nome di
pericolo, questo di salvezza" (Sermo 340, 1: PL 38, 1483).
3. Dilexit Ecclesiam! (Ef 5, 25). Emergono in questo momento nel
nostro cuore di Pastori le parole di Paolo agli Efesini: esse
ci ricordano che il nostro Giubileo è innanzitutto un invito
a misurarci con l'amore che pulsa nel cuore di Cristo. Guardiamo
a Lui, il Figlio eterno di Dio, che nella pienezza del tempo si
è fatto uomo nel grembo di Maria. Guardiamo a Lui, Salvatore
nostro e di tutto il genere umano. Guardiamo a Lui che, con l'Incarnazione,
è diventato in certo senso "consanguineo" di
ogni uomo. Il raggio del suo amore è vasto quanto il mondo.
Dal suo sguardo di amore nessuno è escluso.
Aperto sul mondo, quello di Cristo è al tempo stesso un
amore di predilezione. Amore universale e amore di predilezione
non si contraddicono, ma sono come due cerchi concentrici. E'
in forza dell'amore di predilezione che Cristo genera la Chiesa
come suo corpo e sua sposa, facendone il sacramento della salvezza
per tutti. Dilexit eam! Noi oggi ci sentiamo nuovamente raggiunti,
con tutto il popolo di Dio, da questo sguardo di amore.
In quel dilexit Ecclesiam ciascuno di noi trova il modello e la
forza del suo ministero, il fondamento e la radice viva del mistero
che lo abita. In quanto persone configurate sacramentalmente a
Cristo, Pastore e Sposo della Chiesa, noi siamo chiamati, carissimi
Confratelli nell'Episcopato, a "rivivere" nei nostri
pensieri, nei nostri sentimenti, nelle nostre scelte, l'amore
e la donazione totale di Gesù Cristo per la sua Chiesa.
L'amore per Cristo e l'amore per la Chiesa sono, in definitiva,
un unico e indivisibile amore. In questo diligere Ecclesiam, imitando
e condividendo il dilexit Ecclesiam di Cristo, stanno la grazia
e l'impegno di questa nostra celebrazione giubilare.
3. La finalità suprema del dilexit Ecclesiam è indicata
in modo luminoso dall'Apostolo: "Cristo ha amato la Chiesa
e ha dato se stesso per lei, per renderla santa" (Ef 5, 25-26).
Così è anche del nostro servizio episcopale: esso
è a servizio della santità della Chiesa.
Ogni nostra attività pastorale ha come obiettivo ultimo
la santificazione dei fedeli, a cominciare da quella dei sacerdoti,
nostri diretti collaboratori. Deve, pertanto, mirare a suscitare
in loro l'impegno di rispondere con prontezza e generosità
alla chiamata del Signore. E non è forse la nostra stessa
testimonianza di santità personale l'appello più
credibile e più persuasivo che i laici ed il clero hanno
diritto di aspettarsi nel loro cammino verso la santità?
E' appunto per "suscitare in ogni fedele un vero anelito
alla santità" che è stato indetto il Giubileo
(Tertio millennio adveniente, 42).
Occorre riscoprire quanto il Concilio Vaticano II dice sull'universale
vocazione alla santità. Non a caso il Concilio si rivolge
innanzitutto ai Vescovi, ricordando che devono "compiere
con santità e slancio, con umiltà e fortezza il
proprio ministero, il quale, così adempiuto, sarà
anche per loro un eccellente mezzo di santificazione" (Lumen
gentium, 41). E' l'immagine - come si vede - di una santità
che cresce non accanto al ministero, ma attraverso il ministero
stesso. Una santità che si sviluppa come carità
pastorale, trovando il suo modello in Cristo Buon Pastore, e spingendo
ciascun Pastore a farsi "modello del gregge" (cfr 1
Pt 5,3).
5. Questa carità pastorale deve vivificare i tria munera
in cui si articola il nostro ministero. Innanzitutto il munus
docendi, il servizio cioè dell'insegnamento. Quando rileggiamo
gli Atti degli Apostoli, restiamo impressionati dal fervore con
cui il primo nucleo apostolico spargeva a piene mani, con la forza
dello Spirito, il seme della Parola. Dobbiamo ritrovare l'entusiasmo
pentecostale dell'annuncio. In un mondo che, per l'azione dei
mass media, conosce una sorta di inflazione delle parole, la parola
dell'Apostolo può distinguersi e farsi strada solo se si
presenta, con tutta la luminosità evangelica, come parola
carica di vita. Non temiamo di annunciare il Vangelo, "opportune
et importune" (2 Tm 4, 2). Oggi soprattutto, in mezzo alle
tante voci discordi che creano confusione e perplessità
nelle menti dei fedeli, il Vescovo ha la grave responsabilità
di fare chiarezza. L'annuncio del Vangelo è l'atto di amore
più alto nei riguardi dell'uomo, della sua libertà
e della sua sete di felicità.
Questa stessa carità, attraverso la Liturgia, fonte e culmine
della vita ecclesiale (cfr Sacrosanctum Concilium, 10), si fa
segno, celebrazione, azione orante. Qui il dilexit Ecclesiam di
Cristo diventa memoria viva e presenza efficace. In quest'opera,
più che in ogni altra, il ruolo del Vescovo si delinea
come munus sanctificandi, ministero di santificazione, grazie
alla presenza operante di Colui che è il Santo per eccellenza.
La carità del Vescovo deve, infine, brillare nel grande
ambito della guida pastorale: nel munus regendi. Molte sono le
cose che ci vengono richieste. In tutte dobbiamo operare "come
buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti;
come veri padri che si distinguono per spirito di carità
e di sollecitudine verso tutti" (Christus Dominus, 16). E'
un servizio di carità che non deve trascurare nessuno,
ma deve prestare particolare attenzione agli "ultimi",
con quella "scelta preferenziale dei poveri", che, vissuta
sull'esempio di Gesù, è espressione insieme di giustizia
e di carità.
6. Il Giubileo, carissimi Confratelli, è il tempo della
"grande indulgenza". Le gravi responsabilità
che ci sono affidate e le non poche difficoltà che incontra
oggi il nostro ministero episcopale rendono più acuta e
sofferta la coscienza della nostra pochezza spirituale, e quindi
più forte e insistente l'invocazione all'amore indulgente
del Padre. Ma la misericordia che giunge a noi dal sacrificio
di Cristo, ogni giorno reso presente nell'Eucaristia, ci infonde
una solidissima speranza. Questa speranza noi dobbiamo annunciare
e testimoniare a un mondo che l'ha persa o deformata. E' speranza
fondata sulla certezza che Cristo è sempre presente e operante
nella sua Chiesa e nella storia dell'umanità.
Può sembrare, talvolta, come nell'episodio evangelico della
tempesta sedata (Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25), che Cristo dorma e
ci lasci in balia delle onde agitate. Noi sappiamo però
che Egli è sempre pronto a intervenire con il suo amore
onnipotente e salvifico. Egli continua a dirci: "Abbiate
fiducia; io ho vinto il mondo" (Gv 16, 33).
Ci sostiene in ogni nostra fatica la vicinanza di Maria, la Madre
che Cristo ci ha dato dalla Croce dicendo all'Apostolo prediletto:
"Donna, ecco il tuo figlio" (Gv 19, 26). A Lei, Regina
apostolorum, affidiamo le nostre Chiese e le nostre vite, aprendoci
con fiducia all'avventura e alle sfide del nuovo Millennio.
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