IL DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Carissimi Fratelli e Sorelle!
1. Con grande gioia vi incontro in questa Basilica, a cui hanno
posto mano alcuni tra i sommi geni dell'architettura e della scultura.
Benvenuti! Saluto il Signor Cardinale Roger Etchegaray, che ha
presieduto la celebrazione della Santa Messa. Con lui saluto l'Arcivescovo
Mons. Francesco Marchisano, Presidente della Pontificia Commissione
per i Beni Culturali della Chiesa, e gli altri Presuli e Sacerdoti.
Saluto pure le Autorità civili intervenute e gli Artisti
presenti. A tutti va il mio apprezzamento per questa intensa testimonianza
di fede. Nessuno come voi, cari cultori dell'arte, può
sentirsi a casa sua qui, dove fede ed arte si incontrano in modo
tanto singolare, elevandoci alla contemplazione della gloria divina.
Ne avete fatto esperienza or ora nella celebrazione eucaristica,
cuore della vita ecclesiale. Se, come ha detto il Concilio, "nella
liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste"
(Sacrosanctum Concilium, 8), ciò acquista particolare evidenza
nello splendore di questo tempio. Esso ci porta col pensiero alla
Gerusalemme celeste, nella quale - secondo l'espressione dell'Apocalisse
- le fondamenta sono "adorne di ogni specie di pietre preziose"
(21,19), e non c'è più bisogno della luce del sole
e della luna, "perché la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l'Agnello" (21, 23).
2. Sono lieto di rinnovare a voi, oggi, i sentimenti di stima
che espressi lo scorso anno nella mia Lettera agli artisti. E'
ora che si riallacci quella feconda alleanza tra Chiesa ed arte
che ha segnato largamente il cammino del cristianesimo in questi
due millenni. Ciò suppone la vostra capacità, cari
artisti credenti, di vivere profondamente la realtà della
fede cristiana, così che essa diventi generatrice di cultura
e doni al mondo nuove "epifanie" della bellezza divina,
riflessa nella creazione.
E' appunto per esprimere la vostra fede che oggi siete qui. Siete
venuti per celebrare il Giubileo. Che cosa significa questo, in
ultima analisi, se non fissare lo sguardo sul volto di Cristo,
per riceverne la misericordia e lasciarsi inondare dalla sua luce?
Il Giubileo è Cristo! E' lui la nostra salvezza e la nostra
gioia, è lui il nostro canto e la nostra speranza. Chi
entra in questa Basilica per la Porta Santa, lo incontra innanzitutto
volgendo gli occhi alla Pietà di Michelangelo, quasi confondendo
lo sguardo con quello di Maria nel suo abbraccio al corpo senza
vita del Figlio. Quel corpo martoriato, e pur dolce, del "più
bello tra i figli dell'uomo" (Sal 45, 3), è sorgente
di vita. Maria, figura dell'umanità nuova, essa stessa
salvata, lo consegna a ciascuno di noi come seme di risurrezione.
Noi infatti - come ci insegna l'apostolo Paolo - "per mezzo
del battesimo siamo stati sepolti insieme con lui nella morte,
perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della
gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in
una vita nuova" (Rm 6, 4).
3. Il Giubileo ci chiede di accogliere questa grazia di risurrezione
così che essa penetri in tutte le pieghe della nostra vita,
risanandola non solo dal peccato, ma anche dalle scorie che esso
lascia in noi persino dopo che ci siamo riconciliati con Dio.
Si tratta, in certo senso, di "scalpellare" la pietra
del nostro cuore, perché affiorino i lineamenti di Cristo,
l'Uomo nuovo.
L'Artista che può far questo in profondità è
lo Spirito Santo. Egli tuttavia esige la nostra corrispondenza
e docilità. La conversione del cuore è, per così
dire, opera d'arte comune dello Spirito e della nostra libertà.
Voi artisti, abituati a modellare le più diverse materie
secondo l'estro del vostro genio, sapete quanto somigli alla fatica
artistica lo sforzo quotidiano di migliorare la propria esistenza.
Come scrivevo nella Lettera a voi dedicata, "nella "creazione
artistica" l'uomo si rivela più che mai "immagine
di Dio", e realizza questo compito prima di tutto plasmando
la stupenda "materia" della propria umanità e
poi anche esercitando un dominio creativo sull'universo che lo
circonda" (Lettera agli artisti, 1). Tra l'arte di formare
se stessi e quella che si esplica nella trasformazione della materia
c'è una singolare analogia.
4. Nell'uno e nell'altro compito il punto di partenza è
sempre un dono dall'alto. Se la creazione artistica ha bisogno
di una "ispirazione", il cammino spirituale ha bisogno
della grazia, che è il dono con cui Dio comunica se stesso,
avvolgendo di amore la nostra vita, dando luce ai nostri passi,
bussando al nostro cuore, fino ad abitarlo e renderlo tempio della
sua santità: "Se uno mi ama, osserverà la mia
parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo
dimora presso di lui" (Gv 14,23).
Questo dialogo con la grazia impegna soprattutto sul piano etico,
ma tocca tutte le dimensioni della nostra esistenza, ed acquista
una sua espressione peculiare nell'esercizio del talento artistico.
Nel vostro spirito Dio si lascia intravedere attraverso il fascino
e la nostalgia della bellezza. Non c'è dubbio, infatti,
che l'artista viva con la bellezza una particolare relazione e
si può anzi dire che la bellezza sia "la vocazione
a lui rivolta dal Creatore" (Lettera agli artisti, 10). Se
si è capaci di scorgere nelle molteplici manifestazioni
del bello un raggio della bellezza suprema, allora l'arte diventa
una via verso Dio, e spinge l'artista a coniugare il suo talento
creativo con l'impegno di una vita sempre più conforme
alla legge divina. Talvolta proprio il confronto tra lo splendore
della realizzazione artistica e la pesantezza del proprio cuore
può destare quell'inquietudine salutare, che fa sentire
il desiderio di superare la mediocrità e iniziare una vita
nuova, aperta con generosità all'amore di Dio e dei fratelli.
5. E' allora che la nostra umanità si libra in alto, in
un'esperienza di libertà, e direi d'infinito, come quella
che ancora Michelangelo ci ispira nella cupola che insieme sovrasta
e corona questo tempio. Guardata dall'esterno, essa sembra disegnare
un curvarsi del cielo sulla comunità raccolta in preghiera,
quasi a simboleggiare l'amore con cui Dio si fa ad essa vicino.
Contemplata dall'interno, nel suo vertiginoso slancio verso l'alto,
essa evoca invece il fascino insieme e la fatica dell'elevarsi
verso il pieno incontro con Dio.
Proprio a questa elevazione, cari artisti, vi chiama l'odierna
celebrazione giubilare. Essa è invito a praticare la stupenda
"arte" della santità. Se essa dovesse sembrare
troppo difficile, vi sia di conforto il pensiero che in questo
cammino non siamo soli: la grazia ci sostiene anche attraverso
quell'accompagnamento ecclesiale, con cui la Chiesa si fa madre
per ciascuno di noi, ottenendo dallo Sposo divino sovrabbondanza
di misericordia e di doni. Non è forse questo senso della
"mater Ecclesia" che il Bernini ha efficacemente evocato
nell'abbraccio solenne del colonnato? Quelle braccia maestose
sono pur sempre braccia materne, che si aprono all'umanità
intera. In esse accolto, ogni membro della Chiesa può sentirsi
rinfrancato nel suo passo di pellegrino, in cammino verso la patria.
La nostra riflessione torna così al punto da cui era iniziata,
allo splendore della Gerusalemme celeste, a cui aneliamo come
popolo di Dio pellegrinante.
Vi auguro, cari artisti, di sentirvi sempre attratti da quello
splendore e, a conforto del vostro impegno, vi imparto di cuore
la mia Benedizione.
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